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Tragedia

La disperata confessione del padre di Mattia

"Sono stato io". E' indagato per omicidio colposo

di Laura Frugoni

01 novembre 2016, 06:03

La disperata confessione del padre di Mattia

«Sono stato io». Il dramma di Mattia Valdi, il giovane cacciatore salsese ucciso domenica mattina durante una battuta di caccia al cinghiale sulle pendici di Pellegrino Parmense, assume contorni più definitivi. Ancora più drammatici.

A confermare l'ipotesi trapelata fin dalle prime ore - quella più dura da accettare - è stato il papà di Mattia, Roberto Valdi: il 58enne impiegato comunale ha ammesso che il proiettile fatale è stato sparato dalla sua carabina. Ora è ricoverato al Diagnosi e cura: sotto sedativi e «guardato a vista». Si teme per lui, adesso: fin dai primi istanti dopo il dramma continuava a ripetere che voleva farla finita.

E' indagato per omicidio colposo: gli inquirenti hanno ascoltato la sua versione usando l'attenzione e le necessarie cautele di fronte a un uomo precipitato in un abisso di dolore. Un racconto che si si è aggiunto alle testimonianze dei compagni di quella tragica battuta di caccia.

Una squadra di sette persone: oltre a Mattia e al padre Roberto vicino al luogo della tragedia c'erano altri cinque cacciatori, che sono accorsi immediatamente non appena hanno sentito lo sparo. Quello che hanno visto non si potrà cancellare: Roberto chino sul figlio morente. Tutti i fucili erano stati immediatamente sequestrati dai carabinieri di Pellegrino, pare comunque che nessun'altra carabina fino a quel momento avesse sparato ad eccezione di quella di Roberto Valdi.

C'è poi l'altro punto delicato, che riguarda la traiettoria del proiettile: sarebbe stata deviata dall'impatto con un tronco d'albero, questa l'ipotesi trapelata fin da subito. Mattia colpito da un proiettile «di rimbalzo» all'inguine che gli ha reciso l'arteria femorale, il giovane meccanico è morto dissanguato dopo pochi istanti. Sulla dinamica gli inquirenti preferiscono non sbilanciarsi troppo: attendono gli esiti degli esami balistici.

Mattia, che aveva 31 anni, appena poteva infilava gli stivaloni e andava a caccia con il papà: specie il sabato e la domenica quando era più libero dagli impegni di lavoro. «Inseparabili», li descrivono gli amici affranti, che non si capacitano di come sia potuto succedere. «Roberto è un cacciatore esperto, attentissimo».

In quella squadra erano entrati anche altri giovani, «con Mattia avevano formato un gruppo affiatato». Non doveva succedere, ripetono increduli. Per molti è stata l'ultima domenica di caccia.