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Caccia tragica

La madre di Mattia: «E' stato un maledetto incidente»

02 novembre 2016, 06:03

Chiara Pozzati

«Mio marito non ha nessuna colpa. Lui e Mattia erano come gemelli. Non solo padre e figlio, ma affiatati quanto due amici». Renata Valdi, mamma e moglie devastata, decide di scambiare qualche parola all’uscita del reparto di Diagnosi e cura. L’anticamera dell’inferno per la famiglia salsese squassata dalla tragedia di domenica. Mattia è morto a 31 anni tra le braccia del padre, durante una battuta di caccia al cinghiale a Pellegrino Parmense. Roberto, 58anni, è divorato dai sensi di colpa per quel proiettile partito dalla sua carabina. Nemmeno i farmaci possono anestetizzarli. «E’ stata una tragica fatalità. Roberto è un cacciatore esperto, non certo uno dal grilletto facile. Abbiamo perso tutto in un istante. Tutto». Le parole si fanno piccole, avare di fronte a questa valanga di sofferenza. Che in un attimo ha travolto una famiglia come tante, un giovane che aveva il futuro in mano, un padre e una madre che hanno dato tutto per i figli. Perché Mattia ha una sorella «che non fa che piangere. Piange perché lui non c’è più, piange per il padre che è distrutto dal dolore». Renata parla in un bisbiglio. Spiegano più gli occhi persi, le mani tremanti, che le parole. A ferirla ieri la notizia dell’apertura del fascicolo per omicidio colposo, «una prassi, lo so. Ma la verità è un’altra. La verità è che questo è un dramma. Un maledetto incidente e forse fa ancora più male. Non c’è un perché, qualcosa a cui aggrapparsi, contro cui rovesciare il dolore e la rabbia». Forse in questo momento, il come - che comunque va stabilito - non è così fondamentale. Almeno non per lei che affronta il baratro a testa alta. «Probabilmente non è stato neppure il proiettile, ma la maledetta scheggia dell’albero che ha deviato il colpo a ferire a morte il mio bambino» si tortura. «Ma chiariamo subito una cosa: se solo mio marito avesse immaginato, non avrebbe mai messo a repentaglio la vita di nostro figlio. Per cui avrebbe volentieri sacrificato la propria». Le «braccate» si perdono nei ricordi della famiglia Valdi: «Spesso andavano a caccia di cinghiali insieme, era una passione che condividevano oltre a trascorre qualche ora in compagnia. Poi andavano al bar, e io li chiamavo per sapere cosa avrebbero fatto. Stavano a cena là, e quando rientravano si strizzavano l’occhio e sorridevano sornioni. “Non si può uscire con Mattia, non rientra a casa mai”, scherzava mio marito». Brandelli di ricordi felici, una quotidianità che appare lontana anni luce. Inafferrabile. «Quella mattina mio figlio mi ha dato un bacio, “ci sentiamo stasera, mamma”. Ma non l’ho visto più». E torna al macigno che le pesa sul cuore: «Mio marito è un cacciatore serio, prudente. Non spara mai senza essere sicuro al cento per cento. Se c’è qualche rischio di colpire i nostri cani, preferisce aspettare. Figuriamoci se solo avesse pensato che a rischiare era suo figlio». Segugi, come Maya che ha trotterellato accanto a padre e figlio in molte battute sugli Appennini. E che ancora attende i padroni. Due sofferenze che incombono sulle spalle di una donna che è una roccia: «Ora voglio stare vicino a Roberto, perché non riesce a riprendersi dal dolore. Il senso di colpa lo sta consumando. E pensare che oggi (ieri per chi legge, ndr) avremmo dovuto festeggiare». Già, omaggiare la nonna, la mamma di Renata, per i suoi 73 anni. Una tavola imbandita, una famiglia che ride e scatta fotografie che rimarranno. Ti sembra quasi di vederli. Ma non ieri. Ieri, Renata e la cognata sono accorse al padiglione Braga, nella mattina plumbea di Ognissanti. Il 58enne è ricoverato lì da domenica. Per lo choc ha accusato un malore. Oggi è curato, rimane sotto la scrupolosa osservazione dai medici del Diagnosi e cura, perché ci sono ferite che scavano dentro difficili da rimarginare. Ti vergogni quasi a fare domande, a chiedere come sta il marito. Renata, intercetta quest’imbarazzo, e parla per prima: «E' quasi sempre sotto sedativi. Dorme, e appena si sve-
glia piange. Per questo vi chiedo di fare attenzione all’uso delle parole. Lui legge i giornali, vede le televisioni e sta ancora peggio». E ha uno scatto d’orgoglio: «Vi chiedo solo di scrivere la verità, ma di essere cauti. Perché non accetto che mio marito venga dipinto come non è. In quel caso sono pronta a dare battaglia, ormai non ho più nulla da perdere. Non è stata colpa sua, lo scriva a chiare lettere». Poi torna a bomba a quel male che non le dà tregua: «La prima cosa che mi ha detto domenica, quando si è svegliato, legato al letto, è stata “Ho ucciso il nostro Matti”. “Non hai ucciso nessuno Roberto” gli ho risposto, “E’ stato solo un incidente, un maledetto incidente”».