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Reportage

Nella Chicago di Hillary Clinton: sorpresa e sgomento. E gli immigrati hanno paura

10 novembre 2016, 06:00

Nella Chicago di Hillary Clinton: sorpresa e sgomento. E gli immigrati hanno paura

Luca Pelagatti

Hillary Clinton voleva la luna. Peccato: l’ha persa per ben due volte. La prima è stato nel settembre del 1961, durante il secondo anno della scuola di legge a Yale, quando scrisse alla Nasa offrendosi come aspirante astronauta. «Sorry – risposero da Washington. – Accettiamo solo uomini». La seconda è stata ieri: voleva vendicarsi e portare la prima donna ancora più in alto, addirittura nel cielo del potere. Tra le stelle onnipotenti della Casa Bianca. «Sorry, quel posto è mio», ha sbuffato Donald J. Trump ghignando con la sua faccia da joker settantenne al termine di una gara feroce dove chi vince si prende tutto: 290 grandi elettori contro 218. Non sono numeri: sono la distanza tra il trionfo e la disfatta.

Eppure fino all’ultimo qui a Chicago, la città dove Hillary è nata e ha studiato, tutti ci avevano sperato. Anzi, proprio creduto. Bastava ascoltare le parole di Rosario, addetta alle pulizie di inequivocabile etnia latina, impegnata a lucidare marmi nelle sale neoclassiche del Field Museum: «Io ho votato in anticipo per non fare code. Tanto come andrà a finire lo immaginiamo tutti». Ecco, forse la chiave di tutto è proprio qui, nelle parole di Rosario e di tutti quelli che non hanno preso troppo sul serio «The Donald», uno che nelle sue autobiografie - e parliamo di quelle autorizzate - si vanta di essere stato, fin da piccolo, un attaccabrighe. «Alle elementari ho fatto un occhio nero al mio maestro», si pavoneggia il tycoon. I segni del destino vanno interpretati per tempo: e questo forse è un dettaglio che non andava sottovalutato. Non solo questo, è certo. Un altro segnale, troppo facile da citare adesso, a urne chiuse e dopo che lo champagne è stato stappato all’Hilton Midtown sulla Sesta di New York, dove Trump ha stabilito la sua base, lo si poteva notare passeggiando, il giorno prima dell’Election day, tra i prati curati come campi da golf della Chicago University, un posto dove i premi Nobel si contano a dozzine, come le rose dei mazzi. Gli studenti facevano merenda sulle panchine al sole, le case sembravano uscite da un quadro preraffaelita: c’erano anche i prevedibili scoiattoli in cerca di briciole nelle aiuole. Tutto perfetto, tranne un dettaglio: un uomo, capelli grigi e occhi di brace, che sbraitava di non votare questi due mostri, sventolando un cartello dove Hillary e Trump erano dipinti come un vampiro e un Hitler da caricatura. Gli studenti non sembravano neppure notarlo: ma l’America è più grande e forse ingenua dei campus universitari, dove crescono i piccoli geni intrisi di credo liberal. E in tanti, fuori da qui, hanno creduto all’idea ripetuta come un mantra mille volte in questi mesi: «Non fidatevi di Hillary. E’ corrotta». D’altra parte lo ricordate? Trump è quello che ha condotto in tv «The Apprentice», il reality dove forgiava potenziali uomini di successo. Lui, ancora non lo aveva detto, ma per sé aveva già scelto il ruolo da apprendista presidente. E la sua frase celebre «you are fired», ovvero «sei licenziato», adesso se l’è giocata con la Clinton.

D’altra parte i sondaggi lo avevano detto: uno dei valori più importanti era la ricerca di novità. Hillary, già senatrice, poi first lady e pure segretario di Stato certo non poteva passare per volto sconosciuto. E adesso nel partito democratico qualcuno si chiederà: «Dove abbiamo sbagliato?». Forse a non prendere per buono il commento ingenuo ripetuto innumerevoli volte davanti a un seggio da chi usciva dopo avere votato: «Cosa mi aspetto da un buon presidente? Che si prenda cura di me». Un sogno irrealizzabile, è ovvio, una pretesa teneramente infantile. Ma in una terra dove in tanti, in questi pochi anni, si sono trovati derubati del sogno di vivere un po’ meglio dei loro padri, e tanto meglio dei loro nonni, anche le promesse impossibili possono far girare la testa. Ora Trump avrà il suo bel da fare per passare dalla lusinga alla realtà. E trovare il modo per coccolare questo popolo stranamente smarrito.

Uno sconcerto che nelle ore dello spoglio iniziava ad invadere gli occhi anche di chi in Hillary aveva sperato, come i camerieri sudamericani della Cantina Laredo, tra i grattacieli del centro. Quelli che vedendo le prime proiezioni hanno smesso di ridere e poi, col passare degli exit poll, anche di smazzare margaritas. Tanto anche ai clienti era passata la voglia di bere. Sarà un caso: la cucina doveva chiudere alle 22. Alle 21 la sala era desolatamente vuota.

«Noi siamo preoccupati della vittoria di Trump - si sfoga uno degli addetti dietro il bancone. - E’ logico: ha detto che vuole chiudere la porta davanti a chi, come noi, arriva da un altro Paese». Una dichiarazione di intenti tutta da soppesare e che, di certo, esclude i parenti: Melania, la sua maliarda terza consorte, è nata in Slovenia. Ivana, la seconda moglie ora in causa con il tycoon, è della Repubblica Ceca.

Anche per questo cruccio, forse, con il passare delle ore in tanti hanno accelerato il passo verso la solita metropolitana fracassona puntando diritti a casa, per rifugiarsi davanti alle tv, a farsi stordire dal balletto delle proiezioni, dal gioco delle grafiche in rosso e blu. Come il colore dei partiti che in un risiko tutt’altro che virtuale conquistavano, contea dopo contea, il paese.

In un altro locale a due passi dal fiume, la Sweetwater Taverne, fino al giorno prima c’erano almeno dieci tv sintonizzate ognuna su uno sport diverso, su una differente gara di baseball, basket, hockey, football. Anche ieri sera erano sincronizzati su emittenti concorrenti: Fox, Cnn, Cbs. Strano però trasmettevano tutti la stessa sfida: quella all’ultimo voto. Quando è arrivata la mezzanotte poi negli stati centrali degli Usa il risultato è apparso ormai definitivo. Certo mancavano ancora i voti della lontana Alaska e di alcuni stati, definiti troppo sospesi per essere attribuiti con certezza di decimali nelle proiezioni degli statistici; con gli «zero virgola» non si scherza quando sono in ballo i destini degli Usa.

Nel frattempo, però, era arrivata, come un presagio definitivo, la frase di un video su Twitter dove Barack Obama vaticinava una sconfitta annunciata: «L’America rimarrà la più grande nazione e qualunque cosa accada il sole continuerà a sorgere domattina». Vero. Però adesso che la luce inizia a filtrare sulle strade di Chicago risalendo dalle rive ancora addormentate dello sterminato lago Michigan, chissà come mai, tira un gran vento gelato.