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Salsomaggiore

Il ritorno di padre Filippo

16 novembre 2016, 06:00

Il ritorno di padre Filippo

Chiara De Carli

Sono giornate ricche di incontri, di visite, di abbracci e di racconti quelle che padre Filippo Aliani trascorre, tra Salsomaggiore, Fidenza e Scandiano, ogni volta che torna «a casa». Qua, oltre alla sua famiglia, lo aspettano sempre tutti «i suoi ragazzi»: i bambini che da novizio aveva incontrato a Salsomaggiore, seguiti poi nella crescita durante gli anni di servizio nella cittadina termale, ma anche i fidentini frequentatori della chiesa dei cappuccini e gli amici di Scandiano, primi sostenitori delle iniziative che, ormai da 14 anni, riempiono le giornate di padre Filippo.

Era il 2002 quando partì per la sua prima missione. La destinazione era Sighet, cittadina di poco più di 40mila abitanti al confine tra la Romania e l’Ucraina. Un luogo dove portare la speranza non era cosa facile, dove le condizioni di vita nei ceti più bassi erano spaventose, dove i bambini erano spesso l’anello debole della catena. Ma con il supporto morale e materiale degli amici conosciuti durante il suo percorso di vita e dei Frati Cappuccini dell’Emilia, padre Filippo ha saputo dare vita ad una realtà che oggi sa camminare con le proprie gambe. Da una casa-famiglia con otto ragazzini provenienti dall’orfanotrofio ad un oratorio, capace di offrire a bambini e ragazzi un posto «pulito» dove stare, per arrivare, dall’autunno 2006, alla nascita di una fraternità e, nel 2012, all’inaugurazione della «Casa speranza» che potrà ospitare in piccoli appartamenti ben 24 ragazzi maggiorenni e aiutarli così a cominciare una loro vita. Con queste solide basi gettate, padre Filippo ha rifatto le valigie e, nell’agosto di due anni fa, è partito per una nuova missione, ancora più impegnativa. A lui è stato infatti affidato il compito di riportare la presenza dei frati cappuccini in Georgia. «Nel 1854 i cappuccini erano stati cacciati dallo zar e due anni fa il vescovo georgiano ci ha richiamati perchè c’è bisogno: in tutta la Georgia ci sono 16 sacerdoti e i cattolici sono l’1% della popolazione – spiega padre Aliani -. Abbiamo avuto la responsabilità della parrocchia di Akhaltsikhe, una cittadina di 25mila abitanti a pochi chilometri dal confine con la Turchia dove c’era un convento di cappuccini: è un tornare a casa». Qui la presenza dei cattolici è buona rispetto ad altre zone del Paese e forte è anche la presenza di armeni e, naturalmente, quasi tutti sono ortodossi. «A messa la domenica viene una sessantina di persone e per le feste si arriva anche a trecento, ma tanti non riescono a partecipare perché in Georgia non c’è un giorno di riposo comune per tutti. Per il momento stiamo cercando di ricostituire la comunità ma il non avere un momento per potersi radunare con i giovani e gli adulti costituisce una difficoltà. Il primo anno è stato durissimo, ma adesso abbiamo avviato l’oratorio per i bambini dove proponiamo attività ricreative e una catechesi biblica aperta a tutti non solo ai cattolici. L’anno scorso è venuto un gruppo di ragazzi dal milanese, accompagnato da due frati, e abbiamo organizzato il primo Grest: si è sparsa la voce e sono arrivati una settantina di ragazzini. In Romania c’era molto più disagio ma si riusciva a coinvolgere nelle attività con più facilità rispetto alla Georgia dove non si vedono situazioni pesanti come a Sighet. Qua la chiesa non è vista come qualcosa da vivere ma solo come un posto dove si ricevono i sacramenti ed è difficile far uscire da questa ottica anche i ragazzi che ci aiutano a fare animazione».

I problemi di discriminazione a scuola e sul lavoro, per i cattolici sono l’ostacolo più difficile da superare «se due ragazzi vogliono sposarsi e uno è ortodosso, bisogna che il cattolico si converta. Una richiesta che ha come unico effetto quello di allontanare dalla fede. Molti preferiscono non battezzare i propri figli per evitare loro problemi». Il mese scorso la piccola comunità cattolica guidata da padre Filippo è stata visitata da Papa Francesco.

«Ci ha chiesto di non rinunciare al ruolo educativo delle donne che, negli anni della persecuzione dei cattolici, hanno tramandato la fede nelle loro famiglie. Il patriarca ortodosso ha dato segni di apertura e speriamo che ci siano dei miglioramenti: la gente in realtà non sente la differenza e ha solo un desiderio di unità». Creare un gruppo di ragazzi attorno all’oratorio è ora l’obiettivo di padre Filippo: magari come quello che lo ha accolto domenica per pranzare insieme. «Dopo tanti anni, ormai più di venti, si ricordano le esperienze vissute insieme: vuol dire che nella loro semplicità hanno segnato e aiutato a rimanere uniti».