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EDITORIALE

Francia, prove di una destra normale

di Paolo Ferrandi -

30 novembre 2016, 19:15

Non è proprio un uomo nuovo François Fillon, il vincitore a sorpresa delle primarie dei Républicains. Dagli anni ’80 è stato più volte deputato e poi senatore, sindaco (di Sablé-sur-Sarthe, un paesino nel dipartimento della Sarthe nella regione della Loira), presidente della Loira, ministro sotto Eduard Balladur, Alain Juppé, Jean-Pierre Raffarin e primo ministro sotto Nicolas Sarkozy. Un uomo politico non di secondo piano, anche se la sua carriera non è stata sempre in crescendo. Lo stop principale fu dovuto a Jacques Chirac che, da presidente, dopo aver preferito lo spento Raffarin a Fillon come primo ministro, in pratica lo escluse dal governo quando sostituì Raffarin con Dominique de Villepin. Colpa di una riforma, quella della scuola, elaborata da Fillon, allora ministro dell’Educazione, che aveva portato gli studenti in piazza. Ma anche colpa delle tante anime del movimento gollista: quella di Chirac, con Juppé come delfino; e quella di Philippe Séguin di cui Fillon era considerato l’erede. Per non parlare dell’outsider Sarkozy che Fillon appoggiò proprio in odio a Chirac. Un regicidio riuscito che gli portò in dono la premiership.
Ora Fillon ha compiuto un magistrale doppio regicidio prima umiliando Sarkozy e poi infilzando Juppé. E lo ha fatto partendo dalla terza fila, lontano dal radar dei media. Tutto grazie a una campagna vecchio stile con poco fracasso sui social media e tanti opuscoli mandati a casa degli elettori, perfettamente organizzata da Patrick Stefanini, il suo braccio destro. Ma soprattutto Fillon è riuscito a vincere giocando il suo futuro politico su una tripletta ideologica: famiglia, identità e liberalismo. Sul liberalismo (pensioni a 65 anni al posto di 62, fine delle 35 ore, abolizione dell’imposta sui super-ricchi, riduzione dei posti pubblici, sgravio di 40 miliardi di imposte per le imprese ecc.) si è detto tutto, enfatizzando, forse troppo, lo spirito thatcheriano di Fillon. Sulla famiglia, poi, si è discusso tantissimo. Juppé ha attaccato Fillon, arrivando ad accusarlo di essere pronto a rivedere la legge sul diritto d’aborto. Un’accusa che il candidato vincente ha respinto con forza. E’ un fatto che Fillon è appoggiato da un movimento cattolico come «La Manif pour tous» che si è opposto alla legge che ha riconosciuto i matrimoni omosessuali. Ma nel suo programma non c’è l’abolizione di questa legge.
Resta da analizzare il tema dell’identità. Fillon è convinto che la Francia debba restare Francia. E’ contro in modo adamantino al comunitarismo e alla Francia multiculturale e lo ha ribadito nel dibattito di giovedì scorso di fronte a uno stupito Juppé che invece ha recitato il mantra della diversità come ricchezza, proprio del centrodestra politicamente corretto. Questo non vuol dire che ci sia razzismo o perfino antisemitismo – magari mascherato – come in molta propaganda del Front National, che, anzi lo accusa di essere «mondialista». Ma in Fillon non c’è nessuna paura nel dichiarare l’importanza e la preminenza dei valori della cultura francese. Un ritorno ai temi classici del gollismo. Il suo ultimo libro, poi, s’intitola «Vincere il totalitarismo islamico», un «grido di rabbia», lo definisce, contro chi è cieco rispetto al pericolo dell’Islam radicale. Come si vede una piattaforma orgogliosamente conservatrice, ma non razzista o populista, perché, come dice, citando Gramsci, «non c’è vittoria elettorale senza vittoria ideologica». Basterà per battere Marine Le Pen?
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