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MISSIONARI

Saveriani, da sempre tra gli ultimi

04 dicembre 2016, 06:01

Saveriani, da sempre tra gli ultimi

Luca Molinari

PADRE ROLANDO TREVISAN
Salvato da un pastore protestante a un passo dalla morte. Padre Rolando Trevisan è vissuto per 50 anni in Congo e se oggi può raccontare la propria testimonianza lo deve a un «collega» protestante, che lo salvò dalla furia dei ribelli tutsi quando era già stato condannato a morte. Padre Trevisan era l'amministratore apostolico della diocesi Uvira quando (all'inizio degli anni Duemila) i ribelli ruandesi occuparono l'importante città del Congo. Anche il saveriano, al pari delle altre persone, dovette scappare al momento del loro arrivo. «Sono salito in auto assieme ad altri due confratelli – ricorda – quando siamo arrivati nei pressi del porto, due soldati ci hanno fermati e ci hanno rubato l'auto. Abbiamo quindi proseguito a piedi per poi essere ospitati sull'auto di alcuni sacerdoti diocesani. Eravamo stretti come sardine e abbiamo viaggiato tutto il giorno senza avere nulla da mangiare, aiutati solo dall'altruismo della gente che incontravamo. La sera siamo arrivati in un villaggio di cristiani, ma abbiamo trovato di fronte a noi un gruppo di ribelli. Alcuni mi hanno fissato e mi hanno detto: “Per te è finita, dobbiamo ucciderti”. Mi hanno portato al centro del villaggio e iniziato a insultarmi. Dopo un'ora di oltraggi è suonato il tamburo della morte. Pensavo fosse finita, ma propria in quel momento è arrivato il loro capo e ha deciso di spostare la mia esecuzione alle 6 della mattina successiva. Avevo il sangue ghiacciato, ma anche la gioia di poter compiere un gesto coraggioso per il Signore». Padre Trevisan venne ospitato nella casa di un catechista e durante la notte venne interrogato più volte dai ribelli. «E' stata la notte più bella di tutti i 50 anni vissuti in missione – confessa –. Giravo con in tasca il Santissimo Sacramento e ho potuto trascorrere tutta la notte in compagnia del Signore, in intimità con Dio. Dicevo: “Con gioia tu hai dato il tuo sangue per me e con gioia offro il mio per te”». L'esecuzione di padre Trevisan dalle sei venne posticipata alla dieci di mattina. «Tutta questa attesa mi sembrava strana – racconta –. Mentre attendevo, ho iniziato a passeggiare col breviario in mano e ho visto un uomo camminare verso di me. A un certo punto mi dice: “Ciao padre” e sorridente aggiunge: “Non ti uccideranno. Tu non mi conosci, ma sono un pastore protestante che ha la chiesa a 500 metri dalla tua. Stanotte ero presente ai processi dei ribelli e mi sono opposto alle loro intenzioni. Ho detto loro che vorrei avere missionari protestanti come te e che ami i congolesi”. A quel punto l'ho abbracciato e ho capito che non sarei morto». La vocazione di padre Rolando è stata tribolata fin dagli inizi. Diventato sacerdote, prima di poter entrare nei saveriani ha dovuto attendere sei anni, per ricevere il permesso dai propri vescovi. «In gioventù sono entrato in seminario a Treviso, ma durante gli studi ho percepito che la mia chiamata era per le missioni – spiega –. Ho parlato coi miei superiori e ho più volte fatto domanda per andare, ma ho sempre ricevuto dei no. Così sono diventato prete e solo dopo sei anni e al cambio di tre vescovi sono riuscito a ottenere il consenso». Una volta compiuto il noviziato, padre Trevisan è partito per il Congo, dove ha trascorso gran parte della sua esistenza, occupandosi soprattutto della formazione dei sacerdoti del posto. Prima di tornare a Parma, padre Trevisan ha vegliato sui feretri delle tre missionarie saveriane barbaramente uccise in Burundi nel settembre 2014 (seppellite in Congo nel cimitero di Panzi, accanto ad altri missionari morti o uccisi nel Continente nero). «Quando sono arrivate nel nostro cimitero – ricorda – sono state accolte da migliaia di persone. Dato che il cimitero si trova soltanto a 300 metri dal seminario, andavo tutti i giorni a pregare sulle loro tombe. Un giorno sono inciampato su un gradino e sono caduto rovinosamente a terra. Da allora vivo su una sedia a rotelle, ma sono felicissimo di poter essere ancora qui ha raccontare le grandi gioie vissute come missionario in Congo».

PADRE SAVIO CORINALDESI
Quarantotto anni in missione in Amazzonia, spesi a predicare il vangelo tra le tribù degli indios. Padre Savio Corinaldesi, figlio di contadini, dopo gli studi, entra nei saveriani. Nel 1962 va in Spagna dove rimane sei anni. Nel 1968 padre Savio chiede e ottiene di andare in missione ed è destinato all'Amazzonia. Per 4 anni studia la lingua, la cultura del popolo amazzonico, si dedica al servizio in parrocchia e ai confratelli delle zone rurali, curando la loro attività ed i rifornimenti per il lavoro. «Inizialmente ho fatto il falegname – racconta –. Vedevo che le case avevano solo tre pareti, il lato in cui mancava era quello dove il vento non portava mai la pioggia. In città c'era una segheria che buttava il legname non richiesto all'estero. Con quello che avanzava facevamo case più solide per la gente. Col passare del tempo ho però capito che quello di cui aveva veramente bisogno la gente non era una casa solida, ma qualcuno che li rendesse autonomi. Chiedevano corsi di formazione in campo religioso e civile per non avere più bisogno del nostro aiuto». Nel 1972 padre Corinaldesi lavora nello Xingu, in un'area di 500 chilometri quadrati. Nel 1974 rientra in Italia e dal 1976 torna in Amazzonia fino al 1985, quando viene chiamato a Brasilia, per dirigere il Centro di formazione interculturale per i missionari stranieri che vanno a lavorare in Brasile. Ma nel 1987 ritorna in Amazzonia come segretario della Conferenza regionale dei vescovi del Parà e Amapà. Nel 1990 viene chiamato alla segreteria del Centro pastorale di Altamira - isolata per le piogge per 6 mesi all'anno - dove rimane 11 anni e affronta i gravi problemi sociali. In quegli anni Altamira vive la tragedia dei suoi ragazzi evirati e uccisi da una setta di magia nera. Padre Savio costituisce un comitato di difesa della vita dei bambini di Altamira, ma rendendosi conto che la sola voce degli abitanti non sarebbe stata udita dalle autorità centrali del Brasile, chiede aiuto e solidarietà all'estero. Dopo 13 anni di sforzi si giunge al processo degli accusati. Dopo quella tragedia, Altamira avvia una serie di iniziative sociali, per dare pari dignità agli uomini e alle donne; a difendere i diritti dei bambini e degli adolescenti, ad educare. Padre Savio vi rimane fino al 2000, poi ritorna a Brasilia, ma presto la foresta e le sue genti tornano a essere la sua meta preferita. «Sparivano continuamente ragazzi di 8-9 anni e li ritrovavamo morti evirati – ricorda –. Ho così deciso di stare al fianco dei loro genitori per avere giustizia. E' stata la pressione internazionale ad aiutarci, anche se abbiamo impiegato tantissimi anni per avere giustizia. L'unica volta che ho pianto nella mia vita è quanto ho saputo che i nostri sforzi non erano stati vani. Ciò che rende una gioia la missione è aiutare la gente ottenere delle piccole grandi vittorie a favore degli ultimi».

PADRE MARCELLO ZURLO
Padre Marcello Zurlo è entrato nei Saveriani a soli 11 anni. «La mia vocazione è entrata nel cuore di mia madre – sottolinea – è stata lei a indirizzarmi verso i missionari». Padre Zurlo è originario di Padova e prima di partire per la missione ha trascorso quasi vent'anni tra le case italiane. Nel '58, per un anno, è stato cappellano nella parrocchia cittadina del Sacro Cuore. «Ho ancora tanti amici in parrocchia – confessa –. Torno di tanto in tanto a salutarli». La prima esperienza di missione è stata in Amazzonia, dal 1979 al 1982. «Mi hanno inviato in un villaggio nel mezzo della foresta, privo di strade per raggiungerlo – ricorda -. La prima preoccupazione è stata quella di formare delle piccole comunità cristiane, di formare laici e di organizzare movimenti per avere acqua, strade, scuole e ospedali. Ho dei ricordi bellissimi di quel periodo. La gente ci amava. Quando arrivava il padre a trovarli era un vero e proprio trionfo». Padre Zurlo negli undici anni successivi ha fondato e quindi servito il seminario in una cittadina vicina a Belém, capitale dell'Amazzonia. «Era una cittadina che sorgeva sulle rive del Rio delle Amazzoni – racconta – in uno spazio pieno di piccole isole ricche di comunità cristiane». L'incarico successivo è stato quello di parroco di una chiesa della degradata periferia di Belém. «C'erano 600mila persone che vivevano in palafitte – spiega – in una zona costantemente allagata da acque putride. Arrivavano in quel luogo le persone espulse dall'Amazzonia, che perdevano le proprie terre e si ritrovavano senza soldi, una casa e un terreno. Vivevano in spazi piccolissimi sull'acqua, esposti a malattie come la dengue». Padre Zurlo è rimasto nove anni al fianco di queste persone. «La prima preoccupazione è stata quella di migliorare le condizioni di salute – rimarca – Abbiamo formato degli “agenti della salute” che andavano in giro per le case a fare corsi di formazione per spiegare come prevenire e curare le malattie più comuni. Un altro impegno fondamentale è stato quello in difesa della vita da 0 a 6 anni. Avevamo dei gruppi di mamme che passavano tra le famiglie per spiegare come allattare e curare i bambini più piccoli. In questo modo la mortalità infantile è stata ridotta ai minimi termini». Oggi la sfida è quella di fare in modo che i poveri diventino proprietari delle proprie abitazioni. «Il quartiere – spiega padre Zurlo – sorge su terre di proprietà dell'università cittadina. Si sta lottando affinché ognuno di questi piccoli pezzi di terra diventi di proprietà di chi lo abita».

PADRE AUGUSTO LUCA
Prete e missionario da 70 anni. Padre Augusto Luca, decano dei saveriani, è stato ordinato sacerdote il 28 marzo 1943. Da quel momento ha dedicato la propria esistenza alla missione e al servizio dell'istituto di viale San Martino. A dispetto dei suoi novantanove anni, padre Luca è ancora dotato di una grande lucidità. Missionario in Giappone per 15 anni nel secondo dopoguerra, scrittore di numerose biografie e libri di storia missionaria, il padre saveriano è stato postulatore e giudice in diverse cause di canonizzazione e beatificazione, tra cui quella del fondatore dei saveriani, San Guido Maria Conforti, che ha conosciuto personalmente. Padre Luca, di origini vicentine, ricorda ancora molto bene il suo incontro con il santo parmigiano. «L'ho conosciuto da bambino – racconta -. Nell'ultimo anno della sua vita, mentre frequentavo la prima media in una scuola dei saveriani a Vicenza. Un pomeriggio era venuto a trovarci e aveva parlato personalmente con ognuno dei ragazzi entrati nella scuola quell'anno. Ricordo che era molto gentile; mi ha fatto sedere, mi ha chiesto della mia famiglia e poi salutando, mi ha accompagnato fino alla porta». Significative anche le parole pronunciate da Conforti prima della cena dei circa 50 giovani che frequentavano la scuola. «Quando è venuto a benedire la mensa – sottolinea padre Augusto Luca – ci ha chiesto quali erano i colori più belli della natura. Siccome nessuno parlava, ha risposto lui stesso, dicendo che erano l'azzurro e il verde perché sono i colori del cielo e della terra e dimostrano la bontà del Signore, che ha scelto di utilizzare colori riposanti per i nostri occhi». Nel cuore di padre Luca è riservato un posto speciale per gli anni trascorsi in missione in Giappone. «Sono partito nell'ottobre del '51 – ricorda -. Dopo aver affrontato un viaggio in nave di oltre un mese sono giunto in Giappone. La situazione era tragica: ovunque c'erano rovine legate alla guerra, la gente era ridotta alla fame e i malati erano numerosissimi. Nella mia parrocchia c'erano due tubercolosari che ospitavano oltre mille malati ciascuno, morivano tanti giovani, ma c'erano anche delle conversioni. La gente era attirata dal cristianesimo, perché vedeva morire i credenti serenamente». In Giappone oggi i cristiani sono circa un milione su una popolazione di 120 milioni di persone. «E' un piccolo numero – prosegue il missionario – ma in aumento grazie soprattutto alla presenza di emigrati». Padre Luca, una volta tornato dall'Oriente, per cinque anni è stato consigliere generale dell'istituto, occupandosi della supervisione delle missioni. «Sono andato in Indonesia, in vari paesi dell'Africa e in Bangladesh, una delle nostre missioni più tribolate – confessa –. Ho imparato tanto. Oggi come allora, è davvero edificante vedere tornare dalla missione i nostri padri “spremuti come limoni” per aver donato tutto se stessi per gli altri».

LE NUOVE ORDINAZIONI
Domani alle 10 il vescovo Enrico Solmi ordinerà al santuario Conforti due nuovi diaconi saveriani. Sono Gordianus Afri, 29enne indonesiano e Alexander Roman Garcìa, 30enne peruviano, che hanno emesso la loro professione religiosa nelle scorse settimane. I loro cammini sono profondamente diversi, ma per entrambi il diaconato rappresenta l'ultimo passo verso il sacerdozio e l'invio in missione. «La mia vocazione è nata in famiglia – racconta Afri - Ricordo che si recitava sempre il rosario in casa. Come parroco, all'epoca avevamo un missionario ungherese che si occupa molto dei giovani e dei bambini. E' stato lui a insegnarmi la preghiera e i canti liturgici». Il desiderio di farsi prete è nato in Gordianus fin da giovanissimo. «Alla fine delle elementari ho provato il test per entrare nel seminario della diocesi, ma sono stato respinto – ricorda –. Così ho frequentato le scuole medie e, con alcuni amici, ho partecipato di nuovo al test superandolo». Il giovane negli anni successivi ha incontrato due padri saveriani ed è rimasto «folgorato» dal carisma dei missionari di Conforti. «Sono entrato nel 2005 – spiega – e nel 2008 ho emesso la prima professione di fede. Ho terminato gli studi in filosofia e nel 2013 sono arrivato a Parma per studiare teologia. Gli anni vissuti in questa città sono stati positivi». Afri verrà ordinato sacerdote nei prossimi mesi e poi partirà per la missione. Garcìa ha invece scoperto la fede in età adulta. «A 19 anni – spiega – sono stato tre mesi in vacanza in Colombia ospitato da uno zio prete. La mia famiglia è di origini peruviane ed è protestante da parte paterna. Fino a quel momento non avevo mai coltivato particolari interessi verso la fede». Mentre si trovava in Colombia nella parrocchia dello zio sacerdote è arrivato un padre saveriano per fare animazione vocazionale. «Inizialmente non ero particolarmente interessato a quello che diceva – racconta Garcìa –. Durante un secondo incontro gli ho chiesto che cosa fosse la missione. Quando ci siamo parlati, mi ha detto che nessun rivoluzionario o capo di stato è mai risorto, l'unico ad averlo fatto è stato Gesù Cristo. Le sue parole mi hanno fatto riflettere e ho deciso di entrare nei saveriani». Il giovane negli anni successivi ha ricevuto i sacramenti, prima di iniziare il cammino all'interno della famiglia saveriana. «Ho ricevuto il battesimo a 19 anni – rimarca – dopo aver compiuto una preparazione di due anni. Una volta ricevuti i sacramenti ho studiato filosofia in Colombia e ho fatto il noviziato in Messico, per poi arrivare a Parma per lo studio della teologia. Sono molto felice della mia scelta».

ERANO 800 DIECI ANNI FA
Attualmente i saveriani sono oltre settecento e appartengono a una quindicina di nazionalità. I più numerosi, oltre quattrocento, sono gli italiani, seguiti dai messicani, un centinaio, e dagli indonesiani, una sessantina. Numerosi anche i missionari provenienti dal continente africano (una settantina tra Congo, Camerun, Ciad, Burundi, Sierra Leone). Non mancano inoltre vocazioni dal Brasile, dalla Spagna, dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dal Bangladesh, dalla Colombia e dalle Filippine. A Parma inoltre, attualmente sono presenti nello studentato saveriano diversi studenti. Positivi anche i dati relativi agli altri tre studentati presenti in Africa, nelle Filippine e nel Messico. Nonostante il buon numero di novizi (coloro che si preparano a emettere i voti), il numero complessivo di vocazioni è comunque calato negli ultimi 10 anni. I saveriani infatti nel 2003 erano un centinaio in più rispetto ad oggi.

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