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Calcio

Pallone d'oro, re Ronaldo IV si avvicina a Messi

13 dicembre 2016, 06:00

Roberto Perrone

Cristiano Ronaldo ha conquistato il suo quarto Balon d’or. Così il fenomeno di Funchal arriva nei pressi di Leo Messi, a quota cinque, a cui si sta avvicinando anche come guai con il fisco, visto che è coinvolto, per ora solo marginalmente, nelle rivelazioni di Football Leaks. Il campione argentino ha già versato 50 milioni di euro di multa e ha ricevuto una condanna a 21 mesi, mentre CR7, per ora, è solo al centro di rumors e quindi si gode il trionfo annunciato, visto che nell’anno solare ha fatto una splendida doppietta, Champions League e Campionato Europeo. Il riconoscimento dopo sei edizioni in condominio con la Fifa è tornato alle origini, facendo il percorso inverso, da Zurigo a Parigi. Dal 2010 al 2015, infatti, le due giurie, giornalisti da una parte e commissari tecnici e capitani delle nazionali Fifa dall’altra si erano unificate nel Fifa Pallone d’Oro, per volere di Sepp Blatter e degli sponsor, ovviamente. Non è un caso che da allora sia stata una faccenda privata tra Messi e Ronaldo. Gli scandali che hanno travolto sia l’ex colonnello svizzero che il suo successore designato, Michel Platini, hanno fatto saltare il banco e favorito un ritorno all’antico. Ognuno per sé. Pare che, però, il gran motore sia stato ancora una volta il denaro o comunque il business in generale. Non c’è da stupirsene. In ogni caso il vecchio Pallone d’Oro era un po’ più imprevedibile, premiava anche outsider come Belanov, difensori come Beckenbauer e Cannavaro. Una volta perfino un portiere (Yascin). Il Pallone d’Oro-Fifa è stato un gran baraccone, uno show blatterian-hollywoodiano dove a vincere dovevano essere i Grandi, per alzare l’odiens. Il vecchio-nuovo Pallone d’Oro era sobrio, minimalista. Ma vorrei accennare a un aspetto del Pallone d’Oro che mi ha sempre interessato. Ho studiato non solo i meccanismi del trofeo in sé ma il fascino che da sempre suscita a ogni latitudine, ma soprattutto in noi italiani. Quando c’era qualche giocatore del nostro campionato che poteva ambire a conquistarlo e cioè quando le squadre italiane erano minimamente competitive in Europa - senza visibilità internazionale è difficile pensare di potere puntare al premio - da ottobre a dicembre in ogni intervista, di stampa o tv, non mancava la domanda sul Pallone d’Oro: pensi di vincerlo, cosa daresti per vincerlo, chi sono i tuoi avversari, a chi lo dedicheresti? Eccetera. Una vera psicosi. Sono sempre stato convinto che i premi è meglio vincerli che non vincerli, come avrebbe sostenuto quel famoso personaggio della cerchia di Renzo Arbore, ma comunque bisogna prenderli per quello che sono. Mi sono sempre chiesto, ad esempio, se il Pallone d’Oro, inventato nel 1956 dai francesi, avrebbe avuto lo stesso impatto mediatico se l’intuizione invece che a France Football fosse stata generata al Guerin Sportivo. I francesi avrebbero mostrato la stessa fascinazione? Non credo. Ma in ogni caso, alla fine, vale lo stesso discorso dei ristoranti e dei voti che ricevono dalle guide. Ci sono locali che fatturano cifre inaudite senza avere stelle e altri, celebratissimi, che senza le consulenze, le comparsate tv, le cene speciali officiate dai cuochi-patron non arriverebbero alla fine del mese. Fuor di metafora: le carriere di Paolo Maldini o di Gigi Buffon bucano la storia del football anche senza i voti di più o meno qualificati giornalisti o del c.t. del Brunei e del capitano delle Isole Cook.

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