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reportage

Rifugi antiaerei: nei sotterranei della storia di Parma

di Chiara Cacciani -

15 dicembre 2016, 06:00

Gli indizi rimasti sono spesso anche ben visibili sui muri della città. Ma diventati paesaggio così quotidiano da non notarli più. O a rischio di equivoci «moderni»: come quella «R» cerchiata sulla Pilotta vista Ghiaia, dove le auto puntano i musi parcheggiati e si può pensare a posti «riservati».

Invece settanta e passa anni fa, la storia si è fermata qui. Sotto i nostri piedi, tra le radici di tanti palazzi pubblici e privati, dove tra l'aprile del '44 e la fine della Seconda Guerra Mondiale i parmigiani trovarono riparo - nel caso del Cornocchio anche la morte - dai bombardamenti. Una storia piccola ma ancora «nostra», una storia anche di lettere, che parte da quella «R» di rifugio antiaereo visibile in via Melloni, via Cavour, borgo del Correggio, passa dalla «I» di idrante, dalla «F» di fontana (l'attacco per gli idranti) in via XXII Luglio, continua con il simbolo della presenza medica in via Trento. Racconta l'organizzazione di una città di fronte all'incognita della distruzione in arrivo dal cielo; mappa disegnata ad altezza occhi per provare a incanalare la paura e farla diventare razionalità all'ululato di sirena. Ce n'erano tantissime di scritte, sui muri di Parma: ma in sette decenni di costruzione e ricostruzione molte sono state cancellate o intonacate. Altre si sono salvate: per caso o per scelta di memoria.

La «mappa» ricostruita

Le scritte che segnalavano i rifugi, spesso ne indicavano la capienza: 1000, ad esempio, come recita ancora nitidamente quella del San Paolo, il secondo più grande della città. «Quanti erano in tutto? Ne ho catalogati 44 pubblici, designati dopo la Prima guerra mondiale dal Comitato di Protezione antiaerea. Più difficile è il calcio di quelli delle case private», racconta Andrea Di Betta, archivista e studioso di storia militare oltre che collaboratore dell'Isrec, un vero «segugio» in materia. Molti erano in centro storico, pochi in Oltretorrente. Il più esterno, in piazzale Barbieri, ospitò gli sfollati da Massa e vide fiorire il mercato nero. Tutti, di certo, preoccupavano i tedeschi: punti di ritrovo numerati, erano ideali per gli incontri del movimento resistenziale.

«La stagione più pesante qui fu quella tra il 23 aprile e il 13 maggio del '44 - spiega Di Betta -. Dopo lo sbarco in Sicilia, l'8 settembre, e l'avanzata Alleata, gli aeroporti utilizzati furono sempre più vicini e anche aerei piccoli riuscivano a bombardare la città». Una guerra di bombe sganciate ma anche psicologica: «Magari gli aerei passavano per dirigersi in altri luoghi, ma come saperlo? L'allarme suonava, la gente cercava riparo, si fermava la produzione, la soglia della paura si abbassava. Ecco a cosa serviva il famoso Pippo...». Capitò di restare nei rifugi per 5 minuti, ma anche sette ore e un quarto.

San Paolo, il grande dedalo

Nel complesso di San Paolo, sul lato di via Melloni, campeggia la scritta meglio conservata: ricovero numero 11. E' anche uno dei pochi rifugi visitabili, grazie alla guida dello stesso Di Betta con Intercral. «La sua è una storia particolare: le camere di San Paolo e le celle di Santa Caterina sono beni culturali e per le leggi internazionali sulla guerra dovevano essere segnalati con simboli sul tetto; in più sul campanile c'era la seconda sirena antiaerea della città (l'altra sull'università, ndr.)». La scala scende ripida e svela il suo segreto: un dedalo di stanze di quasi 300 metri, un corridoio centrale su cui si alternano gli ingressi, sfalsati per spezzare il soffio d'aria in caso di bombardamento. Si riconoscono gli armadi a muro, i bagni maschili e femminili, l'infermeria. Una delle stanze è oggi allestita per le visite, e gli oggetti raccolti hanno l'effetto di calare lì, in quei minuti di attesa snervante. «C'è chi dopo una visita guidata mi ha portato la sacca del padre e abbiamo trovato una rara maschera anti-gas da capofabbricato. Gli elmetti arrivano da un amico collezionista, i manifesti da una scuola di Fidenza, una lampada e un portamaschera li ho trovate a Genova...». Tutti pezzi di un puzzle di memoria collettiva.

Palazzo Santafiora, rifugio a nuova vita

Si prosegue il cammino e si guarda in sù, in via Cavour angolo via al Duomo, a quel «ricovero» salvato ma senza più numero. In borgo del Correggio restano le tracce sbiadite del rifugio San Giovanni, 250 posti. E si punta in via XXII Luglio: a Palazzo Santafiora, ricovero numero 9. Qui le fondamenta del signorile edificio si erano tramutate in rifugio pubblico, utilizzando come ingressi le bocche di lupo su uno dei lati. Oggi il suo bel ricamo di volte e di muri di sasso, recuperato ma con ancora le bocchette di areazione e le scritte sulle pareti, ospita mostre d'arte. In uno scenario di storia e di grande suggestione.

Palazzo Medioli, il bunker

E' scolpita su pietra l'indicazione del ricovero numero 16 di Palazzo Medioli, tra Lungoparma e Ghiaia. «Particolare perché è uno dei due unici rifugi – l'altro è quello della ex Casa dell'agricoltore- ad essere stati costruiti ad hoc. E dunque con tutte le caratteristiche del bunker», spiega Di Betta. E allora eccola, l'architettura di guerra: i volanti per gestire le paratoie del sistema di areazione in caso di lanci di gas tossici, l'armadio a muro per i primi soccorsi, i dispenser di maschere anti-gas. Il silenzio fa impressione, se si pensa che sopra c'è viale Mariotti con tutto il suo passaggio. E quel silenzio che lascia tutto fuori, il grigio dei muri, i suoni che subito rimbombano, catapultano a quel 1944 in cui la guerra era lì fuori. E l'imprevedibile dentro. «Centinaia di voci, i bambini che piangono di paura, gente che si è svegliata nel bel mezzo della notte ed è corsa qui: dev'essere stata dura, durissima». E allora, forse, non è giusto dimenticarlo.

Testimonianze
"Noi, nel rifugio sotto la Pilotta bombardata"
Quel giorno, dopo ore di attesa, uscimmo alla luce del giorno completamente ricoperti dalla polvere bianca dei calcinacci». Quel giorno era il 13 maggio del 1944, quando le bombe alleate furono sganciate sulla Pilotta, devastando il Palazzo del Governo, le ali meridionali e distruggendo il monumento a Verdi. Salva per caso la parte del complesso che dava verso la Ghiaia, nelle cui viscere avevano cercato riparo in tantissimi. Con speranza, con paura, con i brividi al ricordo recentissimo delle 150 vittime delle bombe piombate sul rifugio antiaereo del Cornocchio: riparo diventato trappola per topi. «E pensi che là andava sempre il mio futuro marito, che allora abitava in via Alessandria. Ma quel giorno il caso ha voluto che rimanesse fuori, a poca distanza».
Lei - Dilva Casini, oggi 94. anni - invece abitava con la famiglia in via al Duomo. La bottega del padre sotto casa, e la decisione dei genitori di muoversi sempre insieme, compatti, al primo ululato che risuonava dalla torre di San Paolo. Direzione Pilotta. «Il rifugio antiaereo era molto grande, coi muri spessissimi, e ci sentivamo più sicuri che a infilarci nelle cantine della nostra casa - racconta - La maggior parte delle volte la sirena suonava di giorno, ma capitava anche alle due, alle tre di notte: io e mia sorella - all'epoca avevamo 22 e 18 anni - avremmo voluto restare a casa, ma i miei genitori non ne volevano sapere».
La prima volta bombardarono via Cavour, borgo San Biagio e via Cairoli, «e lì sì, c'erano stati feriti e qualche morto». Poi arrivarono le altre. «Nel rifugio eravamo sempre tantissimi: c'era chi leggeva, chi recitava il rosario, chi faceva un po' di conversazione. Dipendeva da dove colpivano, ma di solito stavamo là almeno un'ora. Poi un'altra sirena risuonava a segnalare che il pericolo era passato e il responsabile del rifugio ci avvisava che potevamo uscire».
Non quel 13 maggio, in cui il boato non fu più solo un rumore lontano. «Io e mia sorella eravamo sedute su una panca, da un lato, e di fronte avevamo i nostri genitori. All'improvviso ci siamo ritrovati in mezzo al rifugio, abbracciati: tutti eravamo stati sbalzati dall'esplosione. Erano caduti i calcinacci dal soffitto, c'era un polvere incredibile ed eravamo diventati completamente bianchi. Abbiamo subito capito che era stato un bombardamento e che era stato molto vicino».
«Due accessi - continua - erano ostruiti dalle macerie. Scese un frate a dirci: “State calmi e tranquilli, verranno a farvi uscire”. Ci domandò se c'erano feriti tra di noi, e gli dicemmo di no. Poi rimanemmo lì in attesa di istruzioni. E quando finalmente ci fecero uscire, dal lato della Ghiaia, corremmo a casa: non vedevamo l'ora di toglierci di dosso quella polvere». E quella brutta sensazione di aver sfiorato la tragedia.
Anche Luigi Zannoni quel giorno era lì, come ripercorre in un video realizzato da Andrea Di Betta e pubblicato su Youtube. «Ero tornato in città per dare un esame all'università, stavo di casa in borgo Paggeria e quando sentimmo l'allarme, andai di corsa al rifugio della Pilotta, il più vicino». Prima di infilarsi sotto terra alzò un ultimo sguardo al cielo. «E vidi dei confetti che cadevano: appena toccai il decimo gradino del rifugio iniziò la grandinata». «Sentivamo il fragore delle bombe. Io mi sedetti in un angolo, a studiare per l'esame. C'erano anche un reparto militare tedesco di mongoli, e poi molte donne e bambini. Qualcuno strillò: mettetevi negli angoli. Io per mia disgrazia c'ero già e mi vennero tutti addosso». Racconta dell'ansia di vedere se la sua casa si fosse salvata, Zannoni. «Fui il primo a provare ad uscire: sentii che si muovevano dei cocci, che qualcuno puliva l'uscita, ed era un frate dell'Annunziata, che chiese se c'erano dei feriti. “No? allora vado dove c'è più bisogno di me”».
«Se qualcuno avesse guardato dall'alto il momento dell'allarme, avrebbe visto gente impazzita cercare un rifugio – racconta in un'altra video-intervista Renata Maletti -. Perché il più delle volte, quando sentivamo la sirena, c’erano già gli aerei quasi sopra le nostre teste. E se riuscivi a trovare posto in un rifugio, bene, se no cercavi riparo in qualche palazzo che aveva un rifugio privato». «Chi aveva uno scantinato - lo spiega bene - sapeva che era per tutti: le porte erano aperte. In quei momenti ci si conosceva senza conoscersi: eravamo tutti uguali».

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