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Delitto

Alessio: non ho ucciso nessuno

07 gennaio 2017, 06:03

Laura Frugoni

Perché trascinare un figlio e farlo affogare insieme a lui dentro l'orrore? E ammesso che Samuele Turco pensasse di farla franca con le sue deliranti messinscene, perché mai decidere di issare sulle spalle di un ragazzo di vent'anni una colpa tanto mostruosa?

E' la domanda che si fanno tutti, ora che padre e figlio sono in carcere e anche sulla testa del giovane pende quell'accusa tremenda (concorso in omicidio volontario pluriaggravato). Perché anche Alessio? Che motivo aveva lui di irrompere sulla scena del massacro nel casale di San Prospero? Quella con Gabriela e Kelly non era una sua guerra. Sulla pagina Facebook del giovane Turco scovi un commento di Gabriela, sotto una vecchia foto del ragazzo insieme a un amico: ha scritto «lindo», in spagnolo vuol dire bellissimo.

Ancora tante domande restano sullo sfondo del massacro di Natale. L'altra sera in questura Alessio era crollato sotto il pressing delle domande. Ha accompagnato gli investigatori della Mobile prima nel quartiere Montanara a recuperare il coltello e poi nel piccolo fienile a Cassio dov'erano nascosti i cellulari e il pc portati via dal casale quella notte. Quella notte io c'ero ma non ho ucciso, non ho sferrato neanche una coltellata: questo il senso della drammatica confessione di Alessio ai poliziotti.

La sera del 25 erano tutti a Cassio: Alessio, la madre (l'ex moglie di Samuele) e la sorella diciassettenne. Quel «Natale in famiglia» sbandierato da Turco senior come alibi che lui probabilmente riteneva impossibile da scalfire. Dove gli alleati silenziosi dovevano essere proprio i familiari, che non l'avrebbero tradito.

Ormai sappiamo che è andata diversamente. Che quella notte al club Angelica c'è arrivato con l'auto che s'era fatto prestare da un amico e - stando alla logica delle ultime ricostruzioni - non era da solo. Al suo fianco ci doveva essere Alessio e chissà come l'aveva convinto ad andare.

La forbice dei tempi del duplice omicidio fornita dagli inquirenti è ampia - tra le 00,18 e le 4,32 del 26 dicembre - ma per scendere e poi risalire a Cassio, lassù lungo la Cisa, ci vuole il suo tempo: un paio d'ore bisogna considerarle solo di viaggio.

Un'ipotesi plausibile è che intorno alle due Turco padre e figlio fossero già appostati nei pressi del casale di Kelly. C'era gente in casa a quell'ora? Samuele forse è rimasto per un po' in attesa: ad aspettare che nel casale rimanessero solo le due vittime designate.

Il primo a trovarsi di fronte l'assassino dev'essere stato Manici: forse aveva sentito dei rumori ed era andato fuori a vedere. Il suo corpo è stato trovato sotto il portico. Anche lui raggiunto da una serie impressionante di coltellate: il bersaglio dell'omicida era doppio, chi si ritrova a dover eliminare un testimone scomodo non ci mette tutta quella furia. Tutto quell'odio. Poi è toccato a Gabriela: seviziata e straziata, lasciata morire. Poi cos'è successo? E' a questo punto che entra in scena Alessio, chiamato dal padre - fuori di sé, coperto di sangue - o era già entrato nella casa dell'orrore?

E' un fatto che Samuele abbia incluso i suoi figli nella diabolica tabella di marcia di quei giorni: nemmeno la sera dopo, quando aveva raggiunto di nuovo il casale di San Prospero e da lì aveva chiamato il 113, era arrivato da solo. Con lui la figlia e il fidanzato. «Meno male che c'eravamo anche noi», aveva sussurrato la ragazzina, quel pomeriggio a Cassio, al fianco di un padre che pareva inconsolabile, devastato dal dolore.

PARLANO I VICINI DI CASA

Finora l'orizzonte di questa storia terrificante era rimasto periferico. Un casale di campagna per chi ama le emozioni forti: ci andava solo chi conosceva la strada. Un ristorante-affittacamere inerpicato sulla Cisa, assai poco popolare a giudicare dai commenti di chi c'era capitato ultimamente («per carità: tirate dritto» uno dei più teneri) e dalle conclusioni degli investigatori sull'attività rilevata da Turco sul finire del 2013 («gestione fallimentare»).

Dopo la svolta di giovedì sera, con padre e figlio finiti in carcere, l'orizzonte s'è fatto più vicino. Più «dentro» la città: il coltello usato per uccidere e straziare è stato disotterrato alle dieci di quella serata convulsa dai poliziotti, guidati da Alessio, in mezzo alle case di strada Montanara. E non per caso: in quella strada abita il ragazzo, insieme alla madre (l'ex moglie di Samuele) e alla sorella più giovane.

La «scossa» nel quartiere è arrivata ieri mattina: bastava tendere l'orecchio al chiacchiericcio, sbirciare chi leggeva la Gazzetta ai tavolini dei caffè, teste affondate nelle pagine della «nera». Nemmeno trovare la casa è tanto difficile. Via Montanara è una strada straripante di umanità anche in un giorno festivo, al contrario di certi posti che con le serrande abbassate diventano un mortorio.

Qualche domanda in giro e le conferme arrivano subito. «Sì, abita proprio lì». «Questa mattina presto è scesa una parente, è andata a prendere il giornale».

Sulla porta di casa è appeso un babbone natalizio che non riesce a mettere allegria. Al trillo del campanello risponde soltanto un cagnetto che abbaia furioso. Due voci femminili confabulano brevemente, poi una s'avvicina: «Andate via, non ci interessa».

La porta rimane chiusa, il silenzio spezzato solo dal concerto canino che non smette. Un silenzio che non stupisce: per chi sta al di là è un momento buio.

«Lei? E' un angelo» sintetizza da dietro un bancone qualcuno che conosce la mamma di Alessio. Un ritratto appena abbozzato, con ammirazione e rispetto: «E' sempre a lavorare, non si ferma mai. Ha tirato su da sola i figli... quello là non le ha mai dato neanche un soldo...».

Se chiedi di Samuele Turco - s'era mai visto da queste parti? - ti rispondono con una smorfia. E non solo per l'orrore che hanno letto sul giornale.

«Sì, qui davanti s'è fatto vedere due, tre volte. Tipo strano. Attaccabrighe. In un caso aveva fatto anche una piazzata...».

Una descrizione-fotocopia di quella raccolta la settimana scorsa, quando Turco era ancora «solo» l'ex compagno di Gabriela e il super-testimone che per primo aveva scoperto il corpo martoriato di Gabriela. Un personaggio-chiave da cercare, e la ricerca aveva comportato più di un giro a vuoto: da viale Fratti dove aveva gestito un negozio d'articoli per animali (chiuso da tempo) a un condominio di via San Leonardo dove risulta tuttora domiciliato. «Cercate Turco? Chi, il catanese? Mi pare si chiamasse così...- aveva risposto un uomo prima di infilarsi in ascensore - non abita più qui da parecchi anni. Ma ricordo che aveva un caratteraccio, aveva litigato con parecchia gente».

Infine il rebus del giovane Alessio, che dentro il Montanara c'è cresciuto: «Sì, lo conosco: un ragazzo di vent'anni come tanti altri. Normale. A volte lo vedevo passeggiare con il cane, oppure fermo con gli amici nel parco di via Navetta...». Il parroco della chiesa delle Stimmate risponde al citofono che deve uscire e ha fretta. Ma veniva qui Alessio, conosce la sua famiglia? «No, non li conosco, mai visti in parrocchia» taglia corto padre Sergio. Il profilo di Alessio per ora rimane appena tratteggiato: ancora troppo poco per provare a capire. l.f.

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