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EDITORIALE

Trump e l'illusione del «made in Usa»

di Paolo Ferrandi -

07 gennaio 2017, 21:29

Trump e l'illusione del «made in Usa»

Mancano un po' meno di due settimane al 20 gennaio, data dell'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, ma la politica e l'economia Usa ormai dipendono dagli umori del nuovo presidente. E' stato sufficiente che Trump si lamentasse con un tweet della politica della General Motor, accusata di aprire fabbriche in Messico per costruire auto da vendere negli Stati Uniti, e subito la Ford ha annunciato di aver abbandonato il progetto di costruire un nuovo stabilimento da 1,6 miliardi di dollari in Messico e di aver destinato 700 milioni di dollari per espandere la fabbrica di Flat Rock, in Michigan, uno degli Stati che ha consegnato a Trump le chiavi della Casa Bianca. Il tutto è bastato al magnate Usa per esultare e attribuirsi il merito della scelta della Ford. Non contento giovedì Trump ha bissato i rimbrotti contro le case che aprono stabilimenti in Messico - questa volta il bersaglio è la Toyota, che è giapponese, ma il cui mercato maggiore è negli Stati Uniti -, minacciando al solito dazi punitivi. Nella stessa giornata, poi, sono bastate alcune indiscrezioni sulla - peraltro già manifestata - contrarietà del nuovo presidente alla fusione tra Comcast e Time-Warner - che possiede la Cnn, accusata di essersi schierata per Hillary Clinton - per far precipitare i titoli in Borsa. Quella che si prospetta è un'Amministrazione interventista in campo economico, con in mente un chiaro disegno di politica industriale e una strategia protezionista nel campo del commercio internazionale. Insomma l'esatto contrario della posizione del Partito repubblicano che ha sempre avuto - almeno a livello ideologico, perché poi nella pratica le cose sono diverse - una chiara impostazione «pro-business» e un sacro terrore non solo dell'interventismo statale in campo economico, ma della stessa idea di politica industriale. Ammesso e non concesso che Trump abbia la forza di vincere le resistenze del suo stesso partito vale la pena di cercare di capire se questo tipo di impostazione potrà cambiare l'economia Usa e sopratutto le condizioni di vita dei lavoratori americani, la «working class» bianca che ha contribuito alla vittoria del magnate. E allora vale la pena di snocciolare un po' di dati e valutare quelli che sono i grandi processi in atto nell'economia attuale. Partiamo dai dati sull'occupazione Usa che sono arrivati proprio ieri. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è al 4,7%, un dato quasi ottimale che arriva dopo 75 mesi di crescita incessante. Nel solo 2016 sono stati creati 2,16 milioni di nuovi posti di lavoro. Il problema, però, non è quello della piena occupazione, ma dei salari che hanno smesso di crescere come accadeva nei precedenti cicli di crescita economica. Perché sta succedendo? La spiegazione è che molti dei posti di lavoro creati sono di basso livello - e con salari minimi - perché la rivoluzione tecnologica attuale sta falcidiando le posizioni di quella che una volta era l'«aristocrazia operaia» e anche della «middle class». I progressi nel campo dell'intelligenza artificiale, infatti, stanno investendo settori, come la medicina e la finanza, che fino ad ora erano ritenuti immuni dalla grande ristrutturazione che da 20 anni sta modificando radicalmente il mondo del lavoro. Insomma non serve a nulla riportare le fabbriche negli Stati Uniti quando il lavoro è sempre più automatizzato e sempre più lo sarà. Ma questo per ora non è un problema per Donald Trump che giustamente si gode la sua luna di miele con gli elettori americani.

pferrandi@gazzettadiparma.net