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Il racconto

«Quando Roosevelt si insediò al Campidoglio»

20 gennaio 2017, 06:00

«Quando Roosevelt si insediò al Campidoglio»

Margherita Portelli

Oggi, negli Stati Uniti, è il gran giorno di Donald Trump. Il mondo intero si prepara ad assistere alla più boicottata delle cerimonie d’insediamento di quello che è stato definito il più impopolare presidente degli ultimi quarant’anni di storia americana. Dall’altra parte dell’oceano, proprio qui a Parma, c’è chi, forse più di altri, davanti alla televisione e allo sventolio delle bandiere a stelle e strisce, oggi, sarà pervaso da una forte emozione. È Luigi Marenghi, novant’anni, che ancora bambino, sulle spalle di papà Celeste, nel 1933 partecipò alla prima cerimonia d’insediamento del presidente Franklin Delano Roosevelt.

Figlio di emigrati che da Bardi erano partiti a caccia di una vita migliore, Marenghi è nato a Washington: tornò in Italia all’età di 8 anni, e ha vissuto tutta la sua vita a Parma, ma quel momento speciale - in mezzo alla folla festante sulle spalle del papà - è un ricordo indelebile nella sua memoria. Il presidente Roosevelt a pochi metri: la sensazione di essere nel bel mezzo di un giorno storico riuscì a insinuarsi in lui nonostante la giovanissima età e da allora, ogni qualvolta un presidente Usa si insedia al Campidoglio, il suo pensiero non può che tornare a quel momento.

«Roosevelt è stato un grande presidente e un grande uomo - racconta Marenghi mostrando le foto e ripercorrendo la storia della propria famiglia -. Mi auguro che Donald Trump possa essere altrettanto grande, anche se certe sue dichiarazioni lasciano perplessi. Ad esempio? Allontanare chi non è “vero” cittadino americano. Mi sembra una persona molto ambiziosa e l’ambizione talvolta può essere pericolosa. Ma è stato eletto, quindi speriamo possa fare bene. In fondo l’America è l’America».

Un paese unico, imprevedibile. Un paese che ai genitori di Marenghi, come a milioni di altri emigrati, offrì una chance, l’idea di un sogno e la forza di rincorrerlo. «Mio padre era partito da Bardi che aveva tredici anni - racconta Marenghi -. Dapprima andò in Irlanda, poi a Londra. Alla fine s’imbarcò per gli Stati Uniti: aveva sentito dire che là c’era lavoro. Andò in Alaska a cercar l’oro ma non trovò fortuna; quando l’America entrò in guerra nel 1917, si fece ammaliare dal manifesto dello zio Sam “I Want You!” e si arruolò. Dopo la guerra si fece quattro anni d’ospedale per aver preso la febbre spagnola. Con i soldi del congedo tornò a Bardi per sposare mia mamma, Pierina Cordani, e poi partirono nuovamente insieme per tornare negli Stati Uniti».

Il 6 gennaio 1926 salparono da Genova. Ci volle un mese per fare la traversata. «Sono nato nell’ottobre dello stesso anno - racconta -: proprio su quella nave, nel viaggio in mare che dall’Italia portava i miei genitori in America in cerca di una vita migliore, io fui concepito». Ecco perché oggi Marenghi augura all’America il futuro che merita. E un grande presidente.

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