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Cinema

Un sogno chiamato «La La Land»

28 gennaio 2017, 06:00

Un sogno chiamato «La La Land»

LA LA LAND

Filiberto Molossi

Come si fa a non essere romantici con il musical? Suonala ancora Seb: è un film di idealisti e di sognatori, di cuori infranti e di nostalgici impenitenti, dove il limite è il cielo e l'amore (sì, l'amore) un pugno di note messe in fila, un sentimento che diventa melodia, «La La Land». Coloratissimo e spavaldo, divertente e delizioso (e infine struggente, come quelle canzoni che ti restano in testa anche quando credi di averle dimenticate), il musical moderno (ma che omaggia quello classico) dalle 14 nomination all'Oscar (record eguagliato) e dai 7 Golden Globes vinti, è la prova inconfutabile dell'enorme talento del 31enne Damien Chazelle, il regista-sorpresa di «Whiplash» che ora guarda a Jacques Demy come anche alle sfrontate meraviglie di anni ruggenti in technicolor, quando i vecchi cinema non avevano ancora chiuso e la pellicola bruciava quando la sua mano incontrava la tua.

Elegante e magico come solo un'imprevista passeggiata tra le stelle può esserlo, «La La Land», diviso in cinque movimenti (inverno, primavera, estate, autunno e ancora inverno, ma quello di 5 anni dopo...), accompagna a passo di danza - dopo un clamoroso prologo strappa applausi in piano sequenza dove si balla durante un ingorgo - la love story tra Seb e Mia: lei, aspirante attrice che serve caffè nel bar delle star, sta aspettando di essere notata, lui, incompreso pianista jazz, che la vita invece si stanchi di dargli addosso. Smarriti nello stesso riff, si incrociano tra i tasti bianchi e quelli neri, cercando, tra ambizioni e compromessi, di realizzare i propri sogni, grandi e luminosi come solo quelli dei film.

Auto elettriche tutte uguali, band di sfigati che suonano gli A-ah, iPhone che squillano sempre nel momento sbagliato: in una Los Angeles dove è ancora tutto possibile, terra promessa irresistibile e fasulla come una città ricostruita negli studi hollywoodiani, Chazelle, complice anche la straordinaria alchimia tra i due protagonisti, Emma Stone e Ryan Gosling (ma c'è anche John Legend), gira (benissimo) un film molto ispirato e strabordante di citazioni (non solo l'epopea di Minnelli o Ginger e Fred, ma anche «Casablanca», «Gioventù bruciata», l'intransigenza di Monk e i toni agrodolci dello Scorsese di «New York New York»), in cui il musical invita a ballare il melò e il sogno conosce i tormenti e le sconfitte della vita reale. E' in questa «doppia nota», in questo passo doppio, in quella malinconia che impregna anche la felicità e le sue promesse, che «La La Land» finisce col rapirci, rammentandoci che amiamo sempre quello che dimentichiamo, mentre le sliding doors del destino sbattono contro un ultimo sguardo, prima che un battito di ciglia ci porti altrove, dove forse nemmeno vorremmo davvero essere.

Giudizio: 4 stelle

FALLEN

Lisa Oppici

Una spruzzatina di Harry Potter, una spruzzatona di «Twilight», il tema di angeli e demoni, un amore «impossibile». Et voilà, il gioco è fatto. Eccoli tutti qui gli ingredienti di «Fallen», il film che Scott Hicks ha tratto dalla saga best seller di Lauren Kate: una gallina dalle uova d’oro che dovrebbe fruttare parecchio anche al cinema, almeno stando all’enorme successo dei libri. La storia è quella di Luce, diciassettenne che finisce in un riformatorio perché mentalmente disturbata (così, almeno, pensano tutti) e accusata di un crimine. Lì incontra Daniel, un ragazzo che l’attrae irrimediabilmente e che sente di avere già conosciuto. E in effetti è così: perché i due sono innamorati da secoli ma sono condannati a non amarsi, perché ogni volta lei muore per reincarnarsi poi in un’altra persona e ricominciare tutta la trafila. Mentre lui, Daniel, non ha bisogno di reincarnarsi perché è un angelo caduto.

Imbarazzanti le somiglianze con «Twilight», al cui pubblico evidentemente si mira: i due ragazzi protagonisti, l’amore «impossibile» (pur per motivi diversi), il «gruppo» di lui (in «Twilight» la famiglia dei vampiri, qui i caduti che attorniano Daniel), il rivale in amore (là Jacob, qui Cam); e palesi anche certe strizzatine d’occhio a Harry Potter. «Fallen» sembra proprio un film costruito a tavolino per far successo, ma non è nemmeno paragonabile al primo «Twilight»: là almeno c’era in controluce tutto il tema del passaggio all’età adulta, qui c’è solo una storia fantasy che fatica non poco a decollare. Protagonisti così così, effetti speciali bruttini. E un finale che non c’è, visto che la vicenda continua. Mah: ridateci Bella e Edward.

Giudizio: 2 stelle

SPLIT

Michele Zanlari

Inquadrature rivelatrici. Il volto della ragazza è diviso a metà da un’ombra sfocata. La macchina da presa di M. Night Shyamalan oscilla da destra a sinistra, sembra non trovare nulla. Il primo piano di James McAvoy è indecifrabile. Una della protagoniste ha capito tutto - non si sa come - quindi mette la mano sulla maniglia della porta, però non scappa. Tre studentesse rapite e imprigionate. È l’inizio di un “The Room”? No, perché “Split” cresce come uno psycho-thriller rovesciato, con le sequenze principali in esterni e una claustrofobia della mente, non degli spazi. Ancora una volta, il regista di “Unbreakable” (spoiler: citato non a caso) e “The Village” (nemmeno questo) costruisce la sceneggiatura come un congegno narrativo da decifrare. Non meno contorto dei precedenti, anche se “Split” inciampa in una cornice di spiegazioni un poco premature. Interessante, invece, come la nozione di “soprannaturale” sia in Shyamalan sempre riconducibile all’inconscio. L’inquietudine stessa, anche quando mascherata da forma naturale (“Signs”, ancora “The Village”), è un’inconfutabile emanazione umana. Si è parlato di commistione di generi gestita attraverso le personalità multiple del villain McAvoy. Vero in parte, il cuore del film non è nella psiche del rapitore, in cui albergano un maniaco, un bimbo, una signora educata, uno stilista, ecc. Basta seguire gli elementi tecnici del linguaggio: il thriller che si manifesta nel campo/controcampo, la steadicam per precipitare nelle incursioni horror, le promesse esercitate dal fuori fuoco. Ancora McAvoy, cerchiamo nei suoi occhi. Uno è infinito dolore, l’altro bestia in arrivo. Occhi in attesa di un nome.

Giudizio: 3 stelle

PROPRIO LUI?

Gianluigi Negri

Il solito italico problema: le commedie natalizie americane, da noi, escono (quasi) sempre fuori stagione. Nel caso di «Proprio lui?», però, non fa una grandissima differenza: anche perché è il classico film nel quale, quando si ride, si ride di brutto, ma non sempre si ride. Troppo rapsodico, troppo discontinuo e altalenante. Capace di giocare con le scurrilità, le pulsioni sessuali e i conflitti familiari, ma mai, veramente, di «scaldare il cuore», come i veri Christmas movie che rimangono nel tempo. John Hamburg, che arriva da un film cult («I love you, man», con la strepitosa coppia Paul Rudd-Jason Segel), qui si limita a una sola scena cult (sul water, letteralmente). La coppia James Franco-Bryan Cranston strizza l’occhio a quella Ben Stiller-Robert De Niro: Franco, però, è incontenibilmente volgare e sbruffone, egocentrico e senza filtri, mentre l’aspirante suocero è sospettoso, possessivo con la figlia, amabilmente fuori dal (nostro) tempo. Stiller, insieme a Jonah Hill, produce: l’aria da «Ti presento i miei» serve a James Franco per ironizzare sul suo ruolo d’artista e attore, facendogli mostrare, in una scena su due, i pettorali e gli addominali, più quel sorriso, tra il compiaciuto e l’ebete, che ormai è il suo «marchio di fabbrica» in ogni commedia.

Giudizio: 2 stelle

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