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Misteri

Il fantasma di Verdi? Lo abbiamo trovato e intervistato

17 marzo 2017, 06:00

Il fantasma di Verdi? Lo abbiamo trovato e intervistato

Vittorio Testa

l fantasma, il fantasma di Verdi! Peppino il Roncolese, revenant ciarliero, di tanto in tanto si aggira intorno al suo monumento e si intrattiene volentieri con i bussetani.

Sicché all’ora dell’aperitivo, seduti al Caffè Centrale si scruta piazza Verdi inondata di sole, confortati da alcuni spriz: vino bianco con spruzzo-spriz di Campari, propellente ideale per gli appuntamenti visionari. Al quarto prosit, eccolo, è Lui: elegantissimo vecchio, abito scuro, sorriso cordiale, sta guardando il monumento, poi si avvia verso l’ufficio informazioni. Lo raggiungiamo.

Maestro Verdi, quale onore incontrarla. E’ tornato nella sua città natale…

«Badi a quel che dice. Io sono nato alle Roncole, sono e rimarrò sempre un paesano delle Roncole. Qui a Busseto ho fatto i primi studi e ho incontrato la persona alla quale devo tutto, Antonio Barezzi, il mio benefattore, il padre della mia prima moglie, Ghita, la defunta madre dei miei due figli morti piccini piccini… Ma senta, la mia visita ha uno scopo ben preciso: vorrei vedere il teatro a me intitolato…»

Il teatro nel quale lei vivente non ha mai messo piede, il giorno dell’inaugurazione se ne andò lontano, proibendo alla servitù di partecipare alla festa!

«Sì, questo paese mi ha spesso fatto incaz…arrabbiare»

Già prima con l’arrivo a Palazzo Dordoni con la Strepponi non ancora sua moglie…

«Un inferno, ho ancora nelle orecchie i commenti, i sussurri, gli insulti… Cla svergognèda lé…cla p… Dopo un paio d’anni ce ne siamo andati a Sant’Agata»

E prima ancora c’era stata la battaglia infinita sul posto di organista e maestro di musica…

«Un’iradiddio! I coccardini miei sostenitori, i codini miei nemici, urla, scontri, risse. Tutto per un tozzo di pane, senza Barezzi non sarei riuscito a studiare, a campare, garantì e anticipò la sovvenzione datami dal Monte di Pietà. E da quel giorno i bussetani pretesero di impormi esercizi quotidiani di riconoscenza, quel villanello lì-dicevano-l’abbiam fatto noi, l’um fat nuètar, quando arrivò al nostro Ginnasio e alle lezioni di Provesi non sapeva fare gnann la O cum al bicér. Ma senta un po’, mi si sta guastando l’umore, mi viene il nervoso come ad Amonasro con sua figlia Aida. Mi dia piuttosto una mano a entrare in teatro, siamo fuori orario visite…»

Eh… Sì, guarda caso, sta arrivando il direttore factotum Paolino Belli, lui risolverà la situazione…

«Signor Belli, mi accompagni, per favore. Dice di essere stupito? Capisco. Non lo volevo, questo teatro, ma i bussetani mi sfiancavano, dicevano che io avevo promesso loro una mia nuova opera per l’inaugurazione: balle! Ma Barezzi era in difficoltà: diedi 10mila lire di contributo - eran soldi, allora! - li scongiurai di non intitolarlo a me. Ma siur maestar, rifiuta l’onore di Busseto?! Bèla ricunusensa da cul cudgòn che! dicevano. Cudgòn, coticone, un insulto suinesco. Non li volli più vedere!»

Entriamo, illustre Maestro, ecco il suo teatro…

«Mica male, ma smettetela di definirlo una bomboniera, o un piccola Scala in miniatura. Sì, è bello: è dal 1913 che desideravo visitarlo, da quando quel genio di Toscanini diresse il Falstaff nel centenario della mia nascita; poi vi tornò nel ’26 per il venticinquesimo della mia morte… presunta, visto che son qui con voi e senza offesa posso dire di essere il più sveglio della compagnia»

Quindi, Maestro, questa sua visita sancisce la riconciliazione con Busseto…

«Che vuol sancire lei? Ma come parla? È proprio un bussetano con la puzza sancita sotto il naso. Riconcilio un bel niente: perdono ma non dimentico: ma sméng un bèl gnent! Invecchiando mi sono intenerito un po’. Ma sì, mi son detto, vai a vedere ‘sto teatro, ci fanno tante opere tue, c’è stato Toscanini, c’è stato Muti, due direttori seri che non rovinano la mia musica, che non consentono acuti dove non li ho scritti. Ma adesso devo salutarvi, devo andare…»

Alle Roncole?

«No, lì vado sempre, han pitturato la casa che sembra di plastica ma pazienza, mi piace ricordare i miei, l’organo della chiesa di San Michele, la prima spinetta. No vado a Sant’Agata a salutare i Carrara Verdi poi a Vidalenzo a portare un fiore sulla tomba dei miei genitori e a salutare Carlo Bergonzi, il grande tenore verdiano ma non solo, anche lui riposa lì. Riposa… Mica tanto, quando parliamo di certi cantanti urlatori ci inc… arrabbiamo moltissimo. Ma è tardi, vi devo salutare, ho da andare anche a Parma»

Al teatro Regio…

«Prima nel borgo d’Oltretorrente dove c’è la casa natale di Toscanini; poi certo al Regio, anche perché voglio capire 'sta storia di quel regista inglese, Vik, Crik insomma quel che si chiama, che dice di voler attualizzare lo “Stiffelio” e di voler tenere il pubblico in piedi. Questa non l’avevo mai sentita! Tre òr in pè ma parché?

Ma comunque il Regio è bello, Parma vuol dire anche Bruno Barilli che di me ha scritto cose addirittura troppo benevole, e poi ci sono quei simpatici pazzi del Club 27, ciascuno assume il nome di una mia opera, compreso il Requiem! Chissà in casa che scongiuri! E infine, vado in via Farini: lì risento il grido ostinato del venditore ambulante: “boient boient i per cott”, una nenia che ho utilizzato nell’Aida!»

Nel frattempo siamo usciti dal teatro. Verdi indica se stesso raffigurato nel monumento

«Vedete? Sembra che sia lì lì per alzarmi e far fagotto, tanto mi hanno fatto inc… arrabbiare i bussetani. Per non dire dello strazio continuo di gruppi stonati che vengono qui sotto a cantare il ‘Va’ pensiero’. Certe volte mi scapperebbe… di …scappare. Ma poi, ma no, resta qui - mi dico - è un posto gramo, gente grama, clima gramo, ma Roncole e Sant’Agata son vicini, e poi è una semina umana gramissima, ma che ha generato anche me. E, anime beate, o beote?, credete anche ai fantasmi. È bello e facile gabbarvi: ché, come dice il mio saggio Falstaff, tutto nel mondo è burla».

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