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INTERVISTA

Fresu: «Il mio festival jazz a km 0»

di Patrizia Ginepri -

27 marzo 2017, 08:00

Fresu: «Il mio festival jazz a km 0»

Poco più di una settimana fa, all'Arena del Sole di Roccabianca, il trombettista jazz Paolo Fresu, insieme al Devil Quartet, ha conquistato tutti con la sua musica, frutto di libertà espressiva e sperimentazione continua. Per uno come lui, che si è esibito in ogni parte del mondo, ha ancora un senso profondo suonare nelle periferie. Piccoli centri come Berchidda, il suo paese natale in Sardegna dove l'estate prossima, il festival internazionale Time in Jazz , da lui ideato e diretto, celebra la sua trentesima edizione. All'evento, in programma dall'8 al 16 agosto, parteciperanno nomi di primo piano della scena jazzistica nazionale e internazionale, dal sassofonista inglese Andy Sheppard al pianista Uri Caine col suo trio, da una formazione storica del calibro dell'Art Ensemble of Chicago a tanti affermati artisti europei e italiani.

Quest'anno Time in Jazz avrà un sapore speciale per Berchidda, che atmosfera si respirerà?

«Sarà un'edizione commemorativa, ma proiettata al futuro. Per un festival di jazz, soprattutto in questo momento storico, trent'anni di vita sono un autentico miracolo, un grande segno di ostinazione. Quest'anno coinvolgeremo sempre più paesi nel Nord della Sardegna, con due appuntamenti quotidiani nel territorio oltre ai concerti serali. Sette musicisti italiani verranno a Berchidda sia in veste di artisti che di volontari: tengo moltissimo a questa condivisione, non accade in nessun altro festival del mondo. L'impossibile è diventato possibile».

Qual è la ricetta del modello Berchidda?

«Ci gratifica il fatto che sia stato replicato anche in altri luoghi. Nasce da un'idea che avevo colto ed apprezzato nelle Dolomiti: i concerti all'alba nei rifugi. L'abbiamo fatta nostra e poi innescata nella realtà del Logudoro. Siamo stati tra i primi festival, almeno di jazz, a impostare un modello che sposa musica e turismo ponendo al centro il territorio e le sue radici culturali. L'evento costa poco più di 500mila euro, una cifra che può sembrare alta per un festival di jazz, ma crea un ritorno sul territorio che è tre volte tanto. Questo significa che l'investimento culturale produce non solo in termini di crescita personale, ma anche economici. Per tutto l'arco del festival lavoreranno 350 persone, poi c'è l'indotto: un milione e mezzo di euro è un successo clamoroso, l'economia di Berchidda in buona parte si basa su questo evento. La cultura può essere un grande investimento sul territorio. Time in Jazz non pensa all'arte fine a se stessa, ma offre l'occasione di indagare la realtà attraverso l'arte. E' un festival green che si basa sulle relazioni».

Che ruolo ha il jazz in tutto questo?

«Il jazz si presta perché è una musica sempre in movimento, curiosa, sfuggente. Proprio quest'anno ha compiuto cent'anni. Una musica dove esiste ancora un rapporto artigianale nel farla e nel fruirla. Non ha bisogno di infrastrutture complesse, di grandi palcoscenici. In una basilica, in campagna è l'ideale per tessere relazioni emozionali ancor prima che creative».

Toscanini diceva che all'aperto si gioca solo a bocce...

«Aveva ragione, ma con il tempo è stato smentito. Oggi la tecnologia permette di risolvere i problemi acustici a cui si riferiva il maestro parmigiano. E uno spazio all'aperto ha un valore aggiunto enorme. Se in un concerto passa un gregge di pecore la stessa visione diventa poesia. L'emozione è data dal luogo e i rumori diventano suono».

Qual è il rapporto con la sua terra?

«Ho un luogo tutto mio, in campagna, dove ho trascorso buona parte della mia gioventù, tra i belati delle pecore e il soffio del maestrale che piega le querce dove il mio papà ha vissuto fino a tre anni fa e mia madre, a 92 anni, continua a lavorare come ha sempre fatto. E' il mio buen retiro nel Logudoro, il luogo dell'anima dove conosco ogni roccia, ogni pianta. Una terra forgiata da silenzio».

Come si fa a mantenere vive le tradizioni?

«La complessa diatriba fra tradizione e modernità ha a che fare con la capacità dell'artista di vedere oltre se stesso e oltre un passato che non si deve dimenticare. La musica tradizionale si tramanda nelle sagrestie, nelle feste campestri, nelle osterie. Tuttavia non basta conoscere il conosciuto. I gruppi vocali sardi hanno lo stesso repertorio da centinaia di anni ed è difficile cambiare. Un modo per introdurre il concetto di contemporaneo può essere, ad esempio, imparare una tecnica secolare come il suono delle launeddas e trasferirla a uno strumento che non appartiene alla tradizione dell'isola».

Qual è il suo rapporto con l'arte, al di là della musica?

«Mi piace l'idea di sconfinare, sono curioso, appassionato di arte contemporanea, mi piace scrivere. E a questo proposito ho un ricordo di cui vado molto fiero: la mia intervista allo scultore Pinuccio Sciola. Un bell'esempio di tradizione e modernità, sognava una grande sinfonia delle pietre».