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Integrazione

«Portiamo il velo, ma siamo italiane come voi»

Parma, sette ragazze musulmane di «seconda generazione» si raccontano

19 aprile 2017, 07:01

«Portiamo il velo, ma siamo italiane come voi»

Laura Frugoni

«Quando accendo la tv e si parla di integrazione, sento giornalisti che fanno sempre la stessa domanda: ti senti italiano? Chi te lo chiede, in realtà, ti sta dicendo: sei diverso. Io vivo in questo Paese, ho studiato nelle vostre scuole, sono nata a Parma, cittadina italiana. Perché non dovrei sentirmi parte integrante della società?».

Incroci gli occhi ardenti e severi di Nour Ayari - vent'anni, studentessa al secondo anno di Farmacia - e pensi che non sarà facile sollevare quel velo. Non l'hijab a fiori sgargianti che le incornicia il viso. Il velo invisibile della diffidenza: una specie di maxi-coperta di Linus che sembra tenerle avvolte un po' tutte, non appena arrivano in Gazzetta. Alcune scrollano la testa quando spunta la macchina fotografica. «Preferisco di no - Soljane si scosta dal gruppo - in passato ho parlato con giornalisti e mi hanno messo in bocca cose che non avevo mai detto».

Si sono presentate in sette: ragazze musulmane tra i 16 e i 23 anni, appartenenti alla cosiddetta seconda generazione. Nessuna odissea della speranza alle spalle, sono nate a Parma, le loro famiglie sono marocchine, tunisine, egiziane: hanno accettato l'invitato a parlare di dialogo e integrazione in un momento in cui dalle cronache rimbalzano soprattutto casi estremi, deprimenti: la 14enne marocchina di Pavia presa a cinghiate per i comportamenti «troppo disinvolti», la coetanea bolognese rasata a zero dalla famiglia perché si rifiutava di mettere il velo...

Le ragazze annuiscono. «Sì, le abbiamo sentite queste storie. Chissà perché vengono fuori così, tutte insieme». Si guardano, esitanti. Poi succede: il dialogo comincia a scorrere fluido. Diventa vivace e spontaneo. A tratti urgente.

«I miei amici? Un mix di italiani e stranieri - riflette Nour - quando studiavo all'Ulivi la mia classe era davvero multiculturale. Con la diffidenza e la discriminazione devi fare i conti, è inevitabile. A qualsiasi ragazza musulmana è capitato, anche per strada succede». Anche mezz'ora fa è successo qualcosa del genere, interviene Fatima, 23 anni, studentessa di giurisprudenza: aspettava le amiche nel parcheggio dell'Esselunga, insieme alla sorella. «Un signore anziano ha attaccato bottone. “Buongiorno ragazze da dove venite? Siete nate qui, ah davvero? Ma portate il velo... I miei nipoti mi chiedono che rapporti devono avere con le ragazze velate”. Ecco, essere soggette a questa curiosità da una parte è comprensibile: ti permette di spiegare. Dall'altra non lo è: dov'è la stranezza, qual è il problema se io porto il velo? Non c'è una Costituzione che garantisce la libertà di professare il proprio credo?»

Velate per scelta

Non sarebbe meglio decidere di velarsi quando si diventa maggiorenni? Che scelta è se si è bambine?

«Io ho messo il velo in prima media - ribatte Fatima - ovvio che adesso sono più consapevole. Prima il mio esempio è stato mia mamma: chi la conosce l'ha sempre vista così, bella ed elegante con il suo velo. L'altro giorno doveva rinnovare i documenti, le hanno fatto mille storie per la foto: si devono vedere il collo, le orecchie, i capelli. Lei ha protestato, sono stati irremovibili. “E' per il terrorismo” . E com'è finita? «E' andata via. Mia madre non rinuncia al suo credo».

Ci sono ragazze che portano l'hijab perché la famiglia glielo impone. «Solo il pensiero mi fa venire la pelle d'oca - scuote la testa Sara Ben Chouchane, 22 anni che studia al Ctf ed è stata a lungo referente dei giovani musulmani di Parma - e poi chiariamo subito: se indossare l'hijab è solo frutto di un'imposizione, non ha nessun valore a livello religioso. Ma se tu domandi come sono arrivate a decidere di portarlo alle nostre coetanee, riceverai più o meno sempre la stessa risposta: a 11 anni ti innamori di tua mamma, la vedi diversa dalle altre. Sei incuriosita, desideri essere come lei... E un giorno decidi di indossarlo anche tu».

Lacrime a scuola

Te lo ricordi, il tuo primo giorno? «Facevo la prima media, era dicembre. Compagni e insegnanti mi avevano già conosciuto senza velo». Come hanno accolto la nuova Sara? «Alla prima ora è entrata la prof di storia dell'arte, ha fatto l'appello. Ha alzato gli occhi su di me: “ehi, ma mica è di moda mettersi questo aggeggio, toglitelo immediatamente”. Me lo sono tirato via, tra le lacrime. Un mio compagno mi fissava con stupore: “hai ancora i capelli, non ti sei rasata la testa”. Alla seconda ora è arrivata la prof di matematica: ha visto che piangevo, le ho raccontato. Si è rivolta a tutta la classe: “in questa ora cercherò di spiegarvi il significato di questo velo...”. La settimana dopo me lo sono rimessa, senza polemiche. I miei genitori sono tipi tranquilli, non volevano venire scuola ad alzare polveroni». Com'è andata con l'insegnante allergica al velo? «In storia dell'arte non ho mai avuto la sufficienza», ride Sara.

Sotto i veli sgargianti, intravedi jeans, scarpe da ginnastica, giacche e spolverini, maniche lunghe. E' difficile, a vent'anni, non desiderare mai un tacco 12, quattro salti in discoteca? La domanda le fa ridere divertite. «In discoteca non ci andiamo - scrolla la testa Sara - tra i nostri principi religiosi c'è il divieto di bere alcolici, non si può ballare in luoghi misti...». Ma così non si rischia di rimanere tagliate fuori dal mondo dei coetanei? «No, se hai degli amici che ti vogliono bene. Se tengono a te cercheranno il modo di venirti incontro. Un sabato magari andranno in discoteca, quello successivo verranno al cinema. Proprio oggi uno di loro mi ha avvisato che facevano una grigliata. “Vieni anche tu, non si mangia solo carne, ci sono anche le verdure”. Poi ha aggiunto: “facciamo così, la prossima volta organizziamo una bella pizzata”. Mi ha fatto piacere: a volte sono gli stessi musulmani a precludersi delle possibilità».

I giovani e il pregiudizio

Quand'era al liceo, Nour voleva diventare rappresentante di classe. Non tutti erano d'accordo. «Un giorno mi arriva un bigliettino da una mia compagna: “Tizio dice che tu non puoi farlo perché porti il velo”. Quando sono andata a chiedergli conto di quelle parole, è sbiancato: “no... non intendevo... volevo solo dire che potresti avere dei problemi con i rappresentanti d'istituto”. Si capiva che il suo era un pregiudizio, non sapeva neanche spiegare il perché. Alla fine si è scusato, da quel giorno è diventato gentilissimo. E mi hanno eletta».

Domani è un altro giorno

Mai pensato di cambiare idea? A vent'anni ce n'è ancora tanta di strada davanti.

«Proprio stamattina ho chiesto a mia madre: se decidessi di togliere il velo come reagiresti? - interviene Asmaa Homssi, 17 anni, liceale, velo nero e occhioni da cerbiatta - lei mi ha risposto che la delusione sarebbe forte, qualsiasi musulmano che ha una figlia desidera che porti il velo. “Resteresti comunque mia figlia, la mia reazione non sarebbe aggressiva e tanto meno violenta”».

Qualcuna è fidanzata? Scrollano la testa. E se capita di innamorarsi di un ragazzo che non crede nel Corano? Sara spezza il silenzio: «Seguo il precetto islamico, il fidanzato dev'essere della tua stessa religione. Ma io non imporrei mai il mio credo a qualcun altro». L'amore a volte ti prende alla sprovvista: è disobbediente. «Mi è capitato che un ragazzo di un altro credo provasse dei sentimenti per me, ma io non li provavo per lui», taglia corto Nour.

Tra famiglia e carriera

Ora il liceo, l'università. Domani che donne vorrebbero diventare? «Se la mia situazione economica me lo permettesse - risponde Sara - il mio sogno sarebbe di avere una famiglia e dedicarmi al volontariato». Nour non ha dubbi: «Io voglio lavorare. Il mio obiettivo è riuscire a creare un equilibrio tra la famiglia e il lavoro. E trovare un partner che mi aiuti».

Due ore sono già volate via, una delle ragazze sbircia l'orologio: «scusate, devo prendere l'autobus». Le amiche non hanno fretta. C'è ancora tanto da dire: sull'incubo-terrorismo, i matrimoni combinati, il rapporto con le loro madri. «Dà fastidio che donne che lavoravano in pubblico vengano licenziate perché il velo può spaventare la gente - riflette Soljane. - A me spaventano più i social e il clima che riescono a creare. Dopo un attacco, se vai su Internet trovi una valanga di commenti terrificanti». «Il matrimonio combinato? E' la cosa più catastrofica che ti possa accadere», s'infervora Sara. Quando parlano delle madri, si illuminano: raccontano di sacrifici, rinunce e nostalgie. La mamma di Nour faceva l'insegnante in Tunisia, con la primavera araba lei e il marito sono dovuti fuggire e arrivarono qui. «Tra noi c'è un continuo dibattito. Lei vede il mio mondo con grande curiosità, io guardo il suo come qualcosa da cui imparare».

Manca ancora una voce. Quella di Yousser: sedici anni, studia al Melloni, è la «sorellina» di Sara. La più giovane e la più timida. L'unica con la chioma sciolta senza velo. «Non so se deciderò di metterlo. Ci sto ancora pensando».
E tu, Yousser, che donna vorresti diventare? Solleva lo sguardo e scandisce le parole: «Vorrei fare l'avvocato. Mi piacerebbe dare a ciascuno la propria giustizia. Agli italiani e agli stranieri».