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il disco della settimana

“Samarcanda”, magnifica quarantenne

di Michele Ceparano -

21 aprile 2017, 18:42

“Samarcanda”, magnifica quarantenne

Gli anni Settanta per la canzone d'autore italiana sono stati gli anni d'oro. Non sempre mitici sotto altri aspetti, lo sono stati invece per quanto riguarda la musica. Soprattutto quella che, con una brutta espressione, viene definita impegnata. Tra i protagonisti di questo periodo irripetibile c'è sicuramente Roberto Vecchioni. Il professore di Lettere lombardo nel 1977 sforna quello che i suoi numerosi estimatori considerano il suo capolavoro: “Samarcanda”. Questo album, tanto bello quanto ambizioso, nel cuore dei “vecchioniani” se la gioca con “Elisir” (1976) e “Calabuig, Stranamore e altri incidenti” (1978). Insomma, roba scritta sempre nei mitici anni Settanta musicali. Nella lista dei suoi capolavori qualcuno inserisce anche “Robinson” (1979) a riprova di una vena creativa davvero inimitabile e che per lui, pur con qualche acuto, fu impossibile da riprodurre negli anni successivi. Anni in cui Vecchioni ha continuato a lavorare e scrivere sfornando cose belle e vincendo perfino il Festival di Sanremo, per la disperazione dei fans “duri e puri”. Quelli di “La leggenda di Olaf” o di “Velasquez”.
Con “Samarcanda”, dunque, Vecchioni scala i gradini del successo grazie alle melodie e ai contenuti dei suoi brani, vende dischi e riempie i teatri con un lavoro corposo e profondo. Il "prof" usa tutto e lo fa nella maniera giusta. Dal mito - Omero, l'Iliade, Achille e Patroclo - de “L'ultimo spettacolo” alla vita quotidiana e ai problemi della coppia (“Due giornate fiorentine”), dall'incontro con il poeta Sandro Penna di “Blu(e) notte” con tanto di citazione pascoliana a “Vaudeville (ultimo mondo cannibale)”, sull'episodio della contestazione che subì Francesco De Gregori al Palalido di Milano. Lasciando da parte la canzone che dà il titolo all'album - appunto la conosciutissima “Samarcanda” e il suo “oh, oh, cavallo”, comunque un brano immortale e una parabola sull'impossibilità di sfuggire al fato - le altre “perle” dell'album sono “Per un vecchio bambino”, dedicata al padre, e “Canzone per Sergio”, per il fratello. Tutti e sette i brani vanno riscoperti o scoperti. Pur diversi l'uno dall'altro, sono, sia consentita l'espressione, uno più bello dell'altro.
Ai tempi del liceo, infine, ascoltare Vecchioni era un po' come risentire quello che si faceva in classe, ma raccontato dal cantautore. Tanti sono, infatti, e non solo in “Samarcanda”, i riferimenti al mito e alla storia antica e medievale. Nel 1972, in “Saldi di fine stagione” aveva, ad esempio, cantato “Aiace”. L'anno dopo “Samarcanda”, in “Stranamore” (l'album è “Calabuig etc.”), canterà Marco Aurelio e l'Alessandro Magno pascoliano di “Alexandròs”. Poi le crociate in “Gaston e Astolfo (la vera storia di)," nell'album “Bei tempi” (1985). Sì, davvero belli.