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Baseball

I primi «neri» sui diamanti

21 aprile 2017, 07:00

I primi «neri» sui diamanti

Giorgio Gandolfi

Il 15 aprile del 1947, settant'anni fa, fu una data storica per l'America e soprattutto per lo sport. Perché un nero, anzi negro, come scrivevamo anche noi sulla Gazzetta anni dopo parlando di Cotton, diventava giocatore professionista del baseball, lo sport più amato dagli americani, rompendo una tremenda barriera razziale.

Ai compagni di squadra, che si erano opposti al suo utilizzo, il manager Leo Durocher disse: «Non m'importa se il ragazzo è giallo o nero, o se ha le strisce come una fottuta zebra. Io sono il manager di questa squadra e dico che lui gioca. C'è dell'altro, io dico che lui può renderci tutti ricchi. E se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, farò in modo di cedervi a un'altra società» Robinson aveva venticinque anni ed esordì nei Dodgers che allora avevano casa a Brooklyn: segnò anche il punto che portò la squadra alle World Series poi vinte dagli Yankees. Era il coronamento di un sogno. Infrangere una legge che durava dal 1890, per cui potevano giocare solo i bianchi e contro la quale si battevano milioni di americani. Dopo le quattro medaglie d'oro di Jesse Owens all'Olimpiade del 1936 a Berlino, dopo il titolo mondiale vinto l'anno dopo da Joe Louis contro Jim Braddock, messo kappao, l'editore della rivista sportiva Sun di Durham scrisse: ”A quando un negro sui diamanti della Major League?” Dovevano passare ancora una decina d'anni anche perché ci sarebbe stata la guerra nella quale i soldati di colore avrebbero dato un pesante e importante contributo.

Nell'Università di Pasadena, alla pari di Owens, Robinson veniva considerato un super atleta in quanto primeggiava in diverse specialità: salto in lungo, dove battè un record nazionale, basket, baseball, football, tennis, ping-pong e, incredibile, anche nel golf quando non era ancora sport popolare. Esordiendo nella serie inferiore, la Negro League, Robinson battè .387 che non era un granché ma non dimentichiamo le difficoltà ambientali che incontrava ovunque, anche in Canada, nei Montreal Royals, categoria International League, Club appartenente ai Dodgers.

Nel ‘47, nella fase precedente il campionato Jackie battè ‘627 per cui il presidente Branch Rickey ruppe gli indugi e il 9 aprile annunciò alla stampa che il giovanotto aveva firmato come prima base (poi in seconda) per i Brooklyn Dodgers elettrizzando l'America nera, come titolò Whole Seen sul Boston Chronicle.

Al suo esordio il 15 aprile ci furono 26.623 tifosi sugli spalti dell'Ebbets Field, 14mila dei quali di colore scuro per quella prima pagina storica dello sport americano. Inevitabilmente ci furono momenti di tensione specie quando dalla panchina della squadra avversaria, nel momento in cui Robinson andò alla battuta, qualcuno gridò: “Nigger, go back to the cotton fields” Fu uno dei tanti messaggi per niente sportivi che gli sarebbero arrivati durante la stagione, uno addirittura con la minaccia di morte qualora fosse entrato in campo al Crosley Field.

Alla fine della stagione, il popolare settimanale The Sporting News lo elesse ” Rookie of year'' grazie al suo bilancio di 42 valide, 29 basi rubate, 12 fuoricampo e .297 di media battuta. Robinson giocò 10 anni nei Dodgers e chiuse quando il diabete l'aveva debilitato. Sarebbe morto quando aveva 53 anni tradito dal cuore.

La sua media vita in battuta fu di .311 con 1.518 battute valide, 137 fuoricampo, 740 basi gratis e 291 kappa. La vedova, Rachele, lo ricordò con la Fondazione dedicata alla scolarizzazione dei bambini.

Nel 2013 gli venne dedicato un film, “42”, il numero della sua casacca, con Harrison Ford che registrò 100 milioni di dollari d'incassi all'uscita. In Italia venne venduto soltanto il dvd.

Nel ‘59 sul campo della Cittadella fece il suo esordio il primo “coloured”, William Cotton, americano del ‘38. Stava sbocciando uno sport nuovo fra quelli classici, il baseball con le sue regole monumentali e i suoi quattro-cinque arbitri che facevano inorridire Aldo Curti tenacemente affezionato alla terna arbitrale dai colletti bianchi del calcio.

Quando Cotton arrivò a Parma aveva 21 anni, già sposato, faceva fronte al servizio militare alla Setaf a Verona. In quel periodo, Nino Cavalli aveva fatto amicizia col maggiore Beckman dal quale andava spesso ad “elemosinare” materiale per giocare. In cambio gli era stata chiesta un'amichevole di calcio cosa che avvenne con la Robur. Dopo di che una sfida di baseball in Cittadella con i militari americani.

«Quando riuscii a battere arrivando in seconda - raccontava - mi sentii in Paradiso. Toccai il cuscino poi misi un piede fuori un po' gasato: in quel momento sentii qualcosa fischiarmi alle orecchie e poi un tocco di guanto sulla schiena. Ero stato eliminato dal catcher che non si era praticamente mosso. Lanciò un missile stando in ginocchio eliminandomi. Mi venne voglia di piangere».

Cavalli coi due interpreti, Giorgio Zanichelli e Morris Mantegari riuscì a convincere l'ufficiale americano a cedere Cotton e Norris alla Robur in cambio di due vestiti.

Quando Cotton si presentò in campo contro il migliore lanciatore del campionato, Giulio Glorioso, gli fece un fuoricampo, un doppio e un triplo. Alla quarta presenza il mitico Giulio lo mandò in base senza permettergli di battere.

Nei suoi tre anni a Parma ottenne un record personale di .538 di media alla battuta. Soltanto anni dopo, nel 1977 un ragazzino di via Isola, Giorgio Castelli l'avrebbe superato con uno spettacolare 542. Il carburante di Cotton in panchina era una bottiglia di lambrusco: beveva a collo e commentava: “Coca-Cola!”.

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