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editoriale

Quel patto con i giovani che è stato demolito

di Patrizia Ginepri -

21 aprile 2017, 17:16

Quel patto con i giovani che è stato demolito

Giovani coppie, bravi ragazzi con la testa sulle spalle, perlopiù laureati. Hanno dai 25 ai 30 anni, lavorano senza certezze, a Parma, a Milano, all'estero. Pensate un po' che bizzarria: vorrebbero convivere, sposarsi e addirittura avere figli. Velleitari. Per una volta non cito le statistiche: ho fonti dirette e fresche, è tutto vero, tranne i nomi. Marco e Arianna, lui praticante commercialista (mille euro al mese) lei impiegata (1.100 euro al mese) hanno trovato una casa arredata a San Lazzaro (affitto 500 euro mensili per 60 metri quadrati) «ce la possiamo fare», dicono facendo un po' di conti; Francesca e Davide lavorano nella stessa società (reddito complessivo 2.200 euro) un mutuo da 750 euro mensili per un trilocale in centro («coraggiosi»), e un crescente timore di perdere il posto in una realtà aziendale in odore di ristrutturazione; Mattia e Daniela, lui ingegnere lei insegnante (precaria, con poche ore all'attivo) reddito sommato intorno ai 1.600 euro e un affitto di 700, spese escluse naturalmente. Hanno compiuto il grande passo, ma «al momento niente figli, non possiamo permettercelo» ammettono. Riccardo e Chiara (lui laureato in economia e lei architetto) hanno vissuto per 4 anni a Londra. Guadagni discreti, ma il gruzzolo che rimane è modesto, visti i prezzi sotto il Big Ben. Hanno deciso di tornare in Italia perché le radici sono importanti. Entrambi devono ricollocarsi e puntano su Milano, ma gli affitti sono alle stelle e gli stipendi non proprio british. E potrei continuare.. c'è chi viaggia per lavoro (Cina, Mosca, Berlino, Giappone) per poco più di mille euro al mese (un sacrificio per il curriculum) e chi fa il praticante in uno studio legale e per mantenersi serve ai tavoli la sera. Questi bravi ragazzi ce la stanno mettendo tutta, così come i loro genitori per aiutarli. Lavorano sì, ma guadagnano poco in questa società «liquida», senza punti di riferimento. Non sono figli di papà con la strada spianata, ma hanno avuto l'opportunità di studiare, di viaggiare. Sono ragazzi normali, cresciuti in famiglie normali. Sono abituati a non sprecare, hanno il senso del dovere, sono motivati, hanno sani principi. Ma i loro progetti hanno a che fare con un sistema che non è dalla loro parte. Ecco perché aborro il termine bamboccioni, specie quando è usato da esponenti della generazione responsabile di avere apparecchiato questo tipo di circostanze sfavorevoli per i più giovani. E' vero che i ragazzi italiani sentono meno dei loro coetanei di altri paesi la spinta a uscire dalla casa dei genitori, ma la prolungata dipendenza economica è frutto di un mercato del lavoro, della casa, e di un sistema di welfare, che ostacolano fortemente l'autonomia. Non è mai banale ripeterlo. Nel mondo del lavoro si entra sempre più spesso attraverso lo stage. Anzi, gli stage: il primo con funzioni formative, e forse anche il secondo e il terzo. Uno studio di Ires presentato ieri rivela che a Parma nel 2016 l'occupazione è cresciuta, ma sono calati i contratti a tempo indeterminato. Il sociologo Luciano Gallino diceva che «l'intero edificio dello stato sociale si è sempre fondato sul grande patto fra le generazioni, sulla continuità del lavoro, sulla possibilità di avere una generazione al lavoro che con i suoi contributi paga le pensioni a quelli che si sono ritirati». Questo patto è stato demolito ma, con esso, anche la continuità del lavoro. Un grave colpo all'economia e alla società, perché si sono rotti i meccanismi che legavano le generazioni. Politici, amministratori, pensate anche ai bravi ragazzi, a quella normalità che può salvare il mondo.

pginepri@gazzettadiparma.net