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LIRICA

«Masnadieri» snobbati

24 aprile 2017, 07:00

«Masnadieri» snobbati

Ilaria Notari

Che «I Masnadieri» abbiano il triste primato di essere una delle opere meno rappresentate di Verdi è una verità che non trova più riscontro nel parmense dove se dall'Ottocento agli anni ‘70 del Novecento è stata proposta solo quattro volte, negli ultimi quattro anni è stata messa in cartellone ben tre volte per circa una ventina di recite. Roba che nemmeno «Macbeth» o «Aida». A sei mesi di distanza dal Festival Verdi di ottobre, l'altra sera «I Masnadieri» sono tornati in scena a Busseto quale terzo titolo della stagione lirica del Regio di Parma. Confermato l'intero cast di giovani selezionati tra le voci della Scuola dell'Opera del Comunale di Bologna e del concorso di Busseto.

Una ripresa questa che, se da un lato strizza l'occhio al contenimento dei costi e alla responsabilità che qualcuno deve assumersi di far debuttare i giovani, ha presentato i suoi limiti dal punto di vista della presa sul pubblico che ha disertato la prima andata in scena in un teatro semivuoto, platea compresa. Pochi bussetani (chi ha potuto è andato alla prova generale pagando dieci euro), parmigiani assenti e stranieri non pervenuti. La debolezza del titolo, l'assenza di un nome di richiamo e lo spettacolo già visto hanno tenuto a casa gli spettatori.

Il punto di forza rimane l'allestimento, per la regia di Leo Muscato con scene di Federica Parolini e costumi di Silvia Aymonino, che sposta in avanti l'azione aIl'Ottocento. Nulla dell'impianto originale creato per il Regio, viene perso o snaturato nel piccolo spazio di Busseto. La profondità degli ambienti chiusi così come del bosco è resa da una serie di archi che creano una galleria verso il fondo scena, grazie all'utilizzo di quinte parallele alla linea del sipario. Nelle rispettive scene con aria e cabaletta i ragazzi risolvono bene le difficoltà mostrandosi molto più sicuri della precedente edizione. A tenore e soprano sono affidate le maggiori prodezze vocali ma è il baritono Leon Kim a spiccare per qualità vocali, sceniche e tecnica. Brava e anche bella il soprano Marta Torbidoni che interpreta un'Amalia solida che lotta tra le avversità, lontana dallo stereotipo del personaggio debole e disperato. La Torbidoni sfoggia un buon armamentario di trilli, agilità e mostra buone capacità nella resa delle tinte drammatiche. Ottimi progressi ha fatto il tenore Giovanni Maria Palmia, aderente negli slanci eroici di Carlo ma anche in quelli lirici. Il suono è più appoggiato e l'emissione risulta più piena e sicura. Il basso George Andguladze (Massimiliano) ha mezzi di qualità che ancor più affinati daranno risultati interessanti. Migliori rispetto ad ottobre anche le prestazioni di Mauel Rodriguez Remiro, Wellington De Santana Moura e Jangmin Kong. Buona la prova dei coristi del Regio, diretti da Martino Faggiani, che pur in pochi riescono a dare sostanza ai briganti, vero e proprio personaggio corale. Del coro si perdono alcuni momenti degli interni coperti dalla mano pesante del direttore. Rimangono i problemi in buca. Il giovane direttore Simon Kre?i? ha gesto chiaro, è attento ai cantanti e non dimentica nulla ma manca completamente di un'idea interpretativa all'opera verdiana. Stacca tempi dilatati che danno l'impressione che l'orchestra cada nel vuoto facendo perdere completamente la tensione drammatica. Ben diretto invece il preludio con l'assolo lento per violoncello, magnificamente eseguito dal violoncellista Massimiliano Tannoia che esprime la buona qualità del ristretto organico dell'Orchestra dell'Opera Italiana. Al termine applausi per tutti.

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