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Parma

«La Marina? Un'opportunità per i giovani»

27 aprile 2017, 07:00

«La Marina? Un'opportunità per i giovani»

Roberto Longoni

Per una volta non escono dalla camera stagna di un sommergibile, non si calano da un elicottero, non si lanciano da un Hercules, paracadutati con uno dei loro barchini adatti allo stesso tempo al volo e alla navigazione. Da La Spezia arrivano tranquillamente in auto, per entrare nella sala conferenze del Coni Point in via Luigi Anedda. Eppure, anche stavolta riemergono: non dal mare, ma dall'ombra nella quale sono abituati a lavorare e ad affrontare i loro rischi in operazioni quasi sempre top secret. Classica divisa blu da ufficiali e gentiluomini, il capitano di fregata Giampaolo Trucco e il tenente di vascello Simone Venturini sono a Parma per una missione. Anzi, per due. La prima è quella di far parlare la storia e i fatti, per presentare il Comando Subacquei e Incursori della Marina. Equivale a un attacco frontale contro i pregiudizi e a un incitamento a reagire ai tempi bui.

«Siamo orgogliosi di rinverdire l'attaccamento alla nazione - esordisce Trucco -. E di smentire chi sostiene che noi italiani siamo sempre di serie B». Altro obiettivo, attirare giovani. «Siamo qui per parlare di un'opportunità lavorativa entusiasmante. Entrare nel Comsubin è bello, divertente, avventuroso e altamente formativo». Oltre che utile più di quanto si immagini. Nel curriculum recente dei soldati del Varignano ci sono le operazioni di soccorso nelle calamità naturali (dall'alluvione di Firenze ai vari terremoti, in Italia e oltreoceano, come ad Haiti, fino anche alla deviazione delle colate laviche dell'Etna, grazie alla perizia nel maneggiare gli esplosivi) e nei disastri umani (come il naufragio della Concordia) e i blitz antiterrorismo nella polveriera del globo. Il fronte è un po' ovunque, in questa pace rovente.

Sullo sfondo, ma anche protagonista dell'incontro, il mare. E' da lì che si parte. Gli onori di casa toccano a Pierluigi Negri. «Abbiamo ospiti due rappresentanti del fiore all'occhiello della nostra Marina - dice il presidente della Federazione italiana attività subacquee -. E' l'occasione per capire che cosa sia cambiato dai tempi dei nostri avi. Oggi è ancora vivo lo spirito che animava Durand de La Penne e Teseo Tesei?». Per Emilio Medioli, presidente dei Marinai d'Italia non ci sarebbe potuto essere avvicinamento migliore lungo la rotta del settantesimo anniversario della nascita della sezione parmigiana dell'associazione, domenica prossima.

Una diapositiva dopo l'altra, ci si tuffa negli abissi della storia, dopo che Trucco ha assicurato: «L'ardimento e il coraggio sono quelli di allora». Un bassorilievo assiro mostra soldati con autorespiratori primitivi impegnati in incursioni sott'acqua, un'immagine riproduce la campana subacquea di Alessandro Magno e quella con cui Edmund Halley ripescò tesori per finanziare gli studi di Isaac Newton. Il resto è quasi sempre storia italiana. E' a Genova, il 24 maggio 1849, la nascita della prima scuola palombari. Che le immersioni non fossero per tutti fu chiaro fin da subito. Nel 1897, l'elenco delle esclusioni recitava che non potesse indossare lo scafandro anche chi fosse alle prese con il fiato cattivo. «Forse - commenta il comandante - per evitare il suicidio di chi fosse alle prese con il proprio respiro?»

L'ingresso nell'età moderna della specialità è nel 1910, con la nascita della scuola al Varignano, nel golfo della Spezia. «Era già un lavoro d'élite» ricorda Trucco. L'excursus è da un primato all'altro. Ha fatto scalpore il recupero della Concordia? Forse perché si è dimenticato quello della Leonardo Da Vinci, nel 1919, affondata nel porto di Taranto da un attentatore al soldo dell'Austria tre anni prima. La corazzata venne riportata a galla, intera, non a pezzi, dai palombari italiani. «Siamo stati i primi al mondo». Così come Alberto Gianni, scampato all'embolia che lo colse dopo aver salvato i 40 marinai del sommergibile affondato a 34 metri di profondità, tra Palmaria e Tino, fu l'inventore della camera disazotatrice. A tagliare il cordone ombelicale degli scafandri fu Angelo Belloni, padre dell'autorespiratore a ossigeno e della moderna muta. A sostituire le scarpe con le pinne fu Eugenio Wolk. «E così, nel 1936, gli italiani avevano inventato i sommozzatori».

I soldati che fecero più danni alla Marina inglese nella Seconda guerra mondiale, con l'impresa di Alessandria (condotta da de La Penne e altri 5 incursori), che destò l'ammirazione di Winston Churchill. Poi le imprese di Luigi Ferraro, l'incursore che, indossando la muta dell'incursore sullo smoking del finto diplomatico, colò a picco tre navi cariche di cromo destinato all'Inghilterra. «Gli inglesi copiarono l'idea per Goldfinger - sorride Trucco -. Perché quando si parla di X Mas all'estero si levano il cappello, mentre in Italia si sa solo dire: “Fascisti”?» Dalle esplosioni dei blitz della guerra al boom economico la nuotata è breve.

«L'Italia non aveva più uno scalo funzionante. Furono gli stessi eroi di Alessandria a liberare i porti liguri dai relitti (solo a La Spezia erano 330 le navi affondate) e dalle mine. E così tutti quelli lungo le nostre coste. A guerra finita, non c'era inimicizia tra Cln e X Mas. Questi uomini hanno riattivato l'Italia a braccia. E' da loro che discendiamo. Tenendo presente l'esempio di questi eroi, ai nostri ragazzi insegno a non arrendersi mai, a non farsi mai sopraffare dalle situazioni». Un'eredità rappresentata anche dai dodicimila ordigni recuperati dalle nostre acque. Sono ancora pronti a esplodere: per loro la guerra non è mai finita.

Mentre i fronti per gli uomini del Comsubin si sono moltiplicati. «Ogni volta che accade una calamità o un incidente noi ci siamo» dice Venturini («Non perché portiamo sfortuna: arriviamo dopo...» scherza Trucco). «Siamo abituati a lavorare in condizioni di altissimo rischio in ogni ambiente - prosegue il tenente di vascello incursore -. Oltre che sott'acqua, operiamo sempre più a terra. Uno dei nostri compiti principali ora è legato all'antiterrorismo, e principalmente ci richiama all'estero». Così come gli interventi di antipirateria sulle navi (o sulle piattaforme in alto mare). «Dagli anni '80 a seguire, nel 99 per cento dei casi, siamo stati ovunque ci fosse l'Italia» prosegue Venturini, mostrando filmati di operazioni anfibie. «E' un'esperienza che non ha eguali: la consiglio a tutti i giovani tra i 18 e i 29 anni». Quelli in grado di superare le selezioni. «E' vero - commenta l'ufficiale -. Dobbiamo avere un livello di addestramento altissimo. Ma il requisito principale è la testa».

Non solo per imbracciare le armi, quando è il caso. Basta osservare il filmato del sub che nuota in cerca delle salme di due dispersi nel pertugio tra la chiglia della Concordia e gli scogli del Giglio che stanno cedendo, per capire il perché. O perché può accadere di ritrovarsi in prima linea sul fronte del dolore. Così fu per il recupero del peschereccio affondato nel 2013 con 700 migranti a bordo. Furono perlustrati 1.805.000 metri quadrati di mare per ripescare 169 salme. Altre 400 erano stipate nella nave di 21 metri recuperata dagli abissi. «Siamo stati la prima nazione al mondo a effettuare il recupero di un relitto intero da 370 metri di profondità - sottolinea Trucco -. Se è così per questo aspetto, lo è anche per la tecnologia e lo studio e gli altri campi. Ci vogliono far credere che noi italiani siamo di serie B. Guardiamoci attorno, ammiriamo le cattedrali e le opere d'arte che ci sono state lasciate. Ricordiamoci che siamo figli di chi le realizzò». Un blitz al di là del minimo comun denominatore albertosordiano al quale ci siamo da troppo tempo arresi. Una delle missioni più estreme. Anche per il Comsubin.

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