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il disco

Caravan, i 45 anni di Waterloo Lily

di Michele Ceparano -

29 aprile 2017, 11:54

Caravan, i 45 anni di Waterloo Lily

Nel maggio del 1972 usciva uno dei lavori più importanti dei Caravan, band britannica di progressive-rock appartenente alla cosiddetta scena di Canterbury, corrente del prog che comprende, tra gli altri, i Soft Machine e i Gong. L'anno prima i Caravan avevano pubblicato un altro album di grande spessore – di cui questa rubrica si è occupata – dal titolo “In the land of grey and pink”, anch'esso tra i lavori fondamentali per capire quella “variante” del rock che tanto successo ebbe tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta. Con “Waterloo Lily” continua dunque il periodo d'oro del gruppo, anche se questo lavoro apre una nuova era, una delle tante, della band. Non c'è più infatti alle tastiere David Sinclair, rimpiazzato da Steve Miller, che darà un tocco più jazzistico alla musica dei Caravan, a partire proprio da questo disco.
“Waterloo Lily” è comunque un gran bel lavoro sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi, due caratteristiche che nel prog sono fondamentali e che non possono essere disgiunte, nonostante nei lavori dei gruppi che lo hanno portato alla ribalta non manchino brani strumentali. A partire dal pezzo che dà il titolo al disco e che è rappresentato sulla copertina, magnifica, come spesso accade per i gruppi prog, in cui viene ripresa “La taverna” di William Hogarth, pittore inglese che realizzò l'opera tra il 1733 e il 1735. “Waterloo Lily” parla di di una prostituta e ha come palcoscenico due quartieri storici di Londra: Waterloo e Piccadilly. E' tra queste due zone che si svolge la vicenda di Lily, “collant neri per notti scure, in un viaggio attraverso Piccadilly”. Londra è cambiata dai tempi in cui i Caravan scrivevano, ma un certo tipo di Londra, romantica e peccaminosa, esiste ancora. Bisogna soltanto cercarla un po' di più. Magari, attraversando il ponte di Westminster, proprio tra Waterloo e Piccadilly.
Chi vorrà scoprire questo disco, oltre all'accattivante brano su Lily, potrà apprezzare anche le due suite contenute nell'album. Sono pezzi lunghi, vero e proprio “marchio di fabbrica” del prog come lo è la struttura del concept-disc in cui molti gruppi si lanciarono. Qui troviamo l'effervescente “Nothing at all/It's coming soon/Nothing at all (reprise)” e la più lunga “The love in your eye/To catch me a brother/Subsultus/Debouchement/Tilbury kecks” che alcuni giudicano il pezzo più riuscito dell'album. Insieme a questi brani “Waterloo Lily” ne contiene anche tre piuttosto brevi - “Songs and signs”, “Aristocracy” e “The world is yours” - ma, com'è nello stile dei Caravan, sempre avvolgenti e piacevoli. Nonostante abbiano avuto un'esistenza tormentata, con numerosi addii e ritorni all'interno della band, e non abbiano mai raggiunto le vette dei primi anni Settanta, i Caravan sono a pieno titolo tra i gruppi più importanti della storia del prog. E meritano di essere riascoltati o scoperti. Magari non avranno le capacità narrative dei Genesis, la leggendaria oscurità dei Van der Graaf Generator, o la stupefacente pomposità e magniloquenza degli Yes. Anche a loro però il prog deve molto.

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