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RUGBY

L'addio al campo di Pulli

29 aprile 2017, 07:00

L'addio al campo di Pulli

Pietro Razzini

Mutazione genetica che interessa quegli atleti capaci di dedicare la propria vita al mondo del rugby. Due parole, dieci lettere. Semplice: cuore ovale. Quello di Gian Marco Pulli, classe 1978, è un cuore grande. Lui, più di tanti altri, è soggetto a questa rara forma di amore per uno sport a cui, in venticinque anni di attività, ha dato tanto. «E mi ha dato tanto» sottolinea immediatamente la seconda linea del Rugby Noceto, alla sua ultima partita della carriera contro il Cus Genova, domani.

Partita decisiva, in grado di decretare la salvezza della sua squadra. La conferma in serie A sarebbe il regalo d'addio ideale:
«Ci tengo tantissimo a raggiungere questo traguardo. Per me e per la società che, sono convinto, meriti la categoria visto il progetto su cui sta investendo».

Dalle sue parole, si capisce l'affetto per una maglia che le ha dato l'opportunità di vivere il campo ancora per qualche anno.
«E' vero: avevo deciso di lasciare il rugby per i numerosi impegni extrasportivi che stavo affrontando. Poi un mix di coincidenze e una procuratrice d'eccezione (la fidanzata Carlotta, in contatto con l'allenatore Leone Larini ndr) mi hanno offerto questa occasione».... e l'emozione di una splendida promozione in serie A. «Ricordo come se fosse ieri la doppia sfida contro il Cus Torino: prima del match di ritorno fu mostrato nello spogliatoio un video in cui amici e parenti di tutti gli atleti ci incitava e ci ringraziava per la stagione che avevamo vissuto insieme. Fu la carica perfetta per vincere quella partita».

A proposito di perfezione, qual è stata la sua partita perfetta?
«Ne ho in mente una, giocata con la maglia del Gran Parma Rugby contro Padova. Mi diedero il premio di man of the match. Vincemmo grazie a un piazzato di Wakarua allo scadere».

Come è iniziato tutto?
«Io non volevo giocare a rugby pur avendo respirato sin da piccolo questo sport grazie a mio padre (Marco Pulli, per molti nel settore un maestro ndr). Spesso portava a casa alcuni suoi giocatori per un pranzo improvvisato e mamma si metteva a cucinare senza battere ciglio. Santa donna».

Chi la mise in campo per la prima volta, quindi?
«Fu Guy Pardies che mi convinse. Era il 1992. Avevo 14 anni. Iniziai ad allenarmi agli ordini di Andrea Azzali. Da quel momento non ho più smesso di inseguire una palla ovale».

Quattro anni dopo, l'esordio tra i “grandi”
«Fui aggregato agli allenamenti della prima squadra a causa di alcuni infortuni eccellenti. A 18 anni, dopo 20 minuti di gara, Dodo Marchi mi gettò nella mischia. Eravamo a Viadana, campo caldissimo. Fu una botta di adrenalina incredibile».

La dinastia Pulli continuerà anche con suo figlio?
«Leo è il mio primo tifoso. E' venuto a guardarmi giocare qualche volta. L'ho portato a Roma a vedere gli All Blacks. Credo però sia ancora giovane per fare una scelta».

Di scelte ne ha dovute compiere nel tempo: 11 anni alla Rugby Parma, 7 al Gran, 4 (più uno da dirigente) a Reggio Emilia e chiusura con Noceto. Quale incontro non dimenticherà mai?
«E' stata esaltante fronteggiare Lawrence Dallaglio, capitano della nazionale inglese, vincitore di una coppa del mondo nel 2003. Vestivo la maglia della Rugby Parma e giocai una partita di coppa contro i suoi London Wasps. Fu bello trovarsi faccia a faccia con un campione come lui».

Nella sua carriera internazionale c'è stata anche la maglia azzurra.
«Ho indossato la casacca della nazionale nelle rappresentative giovanili: non si può descrivere la sensazione di ascoltare l'inno di Mameli con quei colori sulla pelle. Già al mio esordio nell'Under 20 in Scozia capì di far parte di qualcosa più grande di me: rappresentavo la mia nazione».

Cosa le mancherà di più di questa splendida carriera?
«Due momenti in particolare: la carica che la squadra si dà nello spogliatoio tra la fine del riscaldamento e l'inizio della partita, e i 5 secondi che anticipano il calcio d'avvio del match: in quegli attimi capisco che vivrò l'ennesima battaglia sportiva e dovrò mettere sul terreno di gioco tutto il mio cuore per vincere».

Un cuore grande... di forma ovale.

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