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Le grandi firme

Ubaldo Bertoli e la Parma del secondo dopoguerra

29 aprile 2017, 07:00

Ubaldo Bertoli e la Parma del secondo dopoguerra

Ubaldo Bertoli

L'anno scorso, il Vescovo di Parma, Monsignor Evasio Colli, definì «tumori» le case popolari dove, da più di vent'anni, trascorrono la vita gli sfollati dei vecchi borghi dell'Oltretorrente abbattuti dall'energico piccone fascista. Tumori, termine esatto: tumori sociali. Dietro le fabbriche, sotto le scarpate ferroviarie, sulle rive dei canali di scolo: alla squallida periferia dove si addensa, nell'inverno, la nebbia fuligginosa e, nell'estate, il sole fa il tremolio sui sassi. Tumori dove mosche e rifiuti di ogni genere formano la piaga superficiale e dove i bambini camminano e sostano fra i confini invisibili di una turpe condanna, semivestiti come a un iroso carnevale di miserie, gli occhi precocemente rapidi e bui, con l'istintiva dedizione ai giochi violenti. Bambini smorti che hanno la sorda agilità degli animali selvatici e conoscono l'arte di tranciare una siepe metallica per rubare legna o frutta nei campi circostanti, che sanno attendere nella notte un'occasione propizia e distinguere, nella costretta promiscuità di uno stanzone, i fruscii delle necessità naturali. Bambini che conoscemmo nelle pagine di Dickens e di Faulkner.

Case lunghe e basse con la porta che s'apre sulla pozzanghera, quasi tutte a un solo piano terreno, dalle stanze semibuie dove si dorme in quattro, cinque, sei, qualche volta in otto, spesso nello stesso letto, col lavandino accanto alla testa e gli scarafaggi che si rincorrono fra le coperte. Stanze dove ristagna l'odore di putredine e il vento penetra illividendo i pochi utensili appesi alle pareti. Tuguri allestiti vent'anni fa per una immediata e demagogica dimostrazione protettiva e senza alcun rispetto per le più piccole esigenze umane. Antri dove vivono vecchi, donne, uomini e bambini in un grande groviglio di carni e di respiri, con l'abitudine al selvaggio espediente e alla carità altrui.

Queste in poche linee le cosiddette case popolari costruite ai margini della nostra città e che per maggior, se non sufficiente indicazione, esponiamo qui in un grafico sommario affiancato da cifre che hanno una loro particolare evidenza.

Case del Castelletto, in via Traversetolo: tre fabbricati a due piani. 80 famiglie con una media di sei componenti ciascuna e due stanze, cucina compresa. 260 bambini di cui 150 inferiori agli otto anni. 25 gabinetti di decenza. 480 individui di cui un centinaio dormono in cinque e anche in otto in una sola stanza.

Case del Paullo, fra le due scarpate ferroviarie di via Trieste: due fabbricati a due piani. 40 famiglie alla media di sei componenti ciascuna e due stanze. 140 bambini di cui 80 sotto i sei anni. 240 persone, 15 gabinetti di decenza, cortile disselciato, muri scrostati e muffiti. Dieci famiglie con quattro bambini ciascuna hanno il solo letto matrimoniale.

Case del «Cristo» in via Venezia: due fabbricati a due piani. 65 famiglie con 250 bambini di cui 160 sotto gli otto anni. Due stanze per famiglia. Circa 390 persone con 22 latrine, condutture d'acqua guaste.

Case di via Verona, dette «La barcaccia» dal canale di scolo che vi passa sotto le finestre. Un fabbricato a un solo piano terreno, sprofondato sotto il livello dei campi, con la polvere della strada che vi si accumula continuamente. Muri e pavimenti lerci, oscurità, buche dappertutto donde escono da padroni topi e scarafaggi. 30 famiglie con 130 bambini di cui 80 inferiori agli otto anni. Quattro latrine. Si dorme in cinque, in sei nello stesso letto.

Case del Cornocchio, in via Golese: tre fabbricati a piano terreno. 56 famiglie, 280 bambini: 190 sotto gli otto anni. Qualche famiglia ne ha dieci e dormono in sei in un letto. Circa 350 individui con 16 latrine. Stanze nello stato più squallido e malsano.

Case della Navetta, dette anche «Baia del Re». Fabbricati a piano terreno. Circa 60 famiglie con un 300 bambini di cui la maggior parte sotto i dieci anni. Camere dall'aspetto quasi disgustante, muffa sui muri, promiscuità sconcertante. Questi sono i brevi dati clinici dei tumori che l'anno scorso fecero pronunciare parole di tristezza all'illustre prelato, ma sono dati di un esame superficiale. Sotto, nascosta, corrosiva, dilagante, c'è la cancrena. C'è il grande letto di ferro dalle lenzuola grigie, quando vi sono, che accoglie sei, sette, otto bambini avviticchiati nel freddo o impiastricciati di sudaticcio. C'è la lite continua per una cosa da nulla, l'astio che scorre fra le buie stanze e scoppia in urla e parole oscene. C'è il bacillo di Koch nel pulviscolo di luce che viene dai vetri polverosi, il rumore notturno provocato dai colpi dei genitori che turba l'animo dei fanciulli, una continua tetra perplessità che ondeggia fra le pareti muffite e rende terreo il volto e livido lo sguardo. C'è il veleno delle imprese furtive, delle scorribande nei bambini e l'abitudine alle miserie, il vizio, la ribalderia negli uomini. C'è il sospetto, la diffidenza dura negli occhi delle donne. C'è la vita dagli istinti primitivi, dai concetti spavaldi: il margine sociale dove più avanti attende la perdizione.

Oltre 330 famiglie, 2000 fra donne uomini e bambini, più di 1000 bambini al di sotto degli otto anni, vivono e si trascinano in questa purulenza, attorno alla città. Abitano e respirano, accostati e cupi, gli sdegnosi e ribelli a una legge che non ebbero mai modo di comprendere e rispettare, dentro l'ombra dei sei gruppi di tuguri, sotto le scarpate ferroviarie o su un canale di scolo: al di fuori della civiltà.

Così da vent'anni, segnati a dito, bambini con le parole invisibili ricucite sul grembiule che non hanno: quelli dei Capannoni. Tetra categoria quella a cui dedichiamo l'ultima puntata della nostra breve e, purtroppo, insufficiente inchiesta. Categoria degli ultimi poveri, dell'ultimo gradino sociale. Poveri dal numero indefinito com'è indefinito il loro aspetto. Hanno le stigmate di una vicenda eterna. Essi potrebbero suddividersi ancora in due correnti: quelli che riescono in qualche modo a disciplinare il corso della loro miseria e quelli invece che dal mondo non aspettano più niente e vanno come possono, lieti e disperati nella cupa neutralità, verso l'ultima conclusione. I primi trovano un appoggio nelle istituzioni benefiche. Nella nostra città, l'ECA distribuisce giornalmente e gratuitamente ai poveri disciplinati 900 razioni di pane e 1000 di minestra. Agli sportelli della grande e ben tenuta «cucina economica» si presentano disoccupati giovani e vecchi, reduci e partigiani, accattoni, donne sole al mondo, invalidi. Qualcuno preleva tre o quattro razioni e le porta a casa dove attende il resto della famiglia; gli altri siedono ai lunghi tavoli del refettorio perché sanno che spesso c'è la piccola fortuna d'un mezzo mescolo supplementare di minestra.

Nell'anno passato l'ECA ha distribuito scarpe, panni da letto, materassi e indumenti vari per circa 20 milioni di lire e 2500 q di legna. Elargisce mensilmente ai suoi «pensionati» fissi (essi sono circa 1200) un sussidio di 800 lire ciascuno; ma ci sono anche i sussidi straordinari di lire 500 che vengono distribuiti, nei mesi invernali, sino a 3000 persone. L' ECA dispone anche di un Asilo Notturno con 50 letti che accolgono i poveri senza fissa dimora con residenza nella nostra città. Sono in maggior parte vecchi che amano la libertà e che non si assoggettano alla disciplina del ricovero di mendicità. Come abbiamo già detto si appoggiano all'ECA i poveri disciplinati, quelli che hanno un certo timore delle regole sociali e sperano di trarsi dall'indigenza, che in certi casi è provvisoria, col trovare un'occupazione prossima o lontana. Sono molti, aumentano nell'inverno, e quando viene la bella stagione qualcuno riesce a mitigare la miseria con qualche lavoro saltuario. Viceversa i poveri che ormai hanno dimenticato le più piccole forme di vita civile preferiscono condurre nascostamente la loro grama esistenza e bussano o aspettano alla porta dei conventi. Nella nostra città non sono numerosi e con le oscillazioni dell'emigrazione e immigrazione il loro numero è pressappoco sempre lo stesso: circa 200. Dormono dove possono nell'inverno: nelle stalle alla periferia, qualcuno all'Asilo Notturno, nei sottoscala delle case dove non si chiude il portone d'ingresso. Nell'estate ogni posto è buono, non c'è bisogno di ricerche accurate; l'arco di un ponte, una panchina, un fienile, la gradinata sotto alla Pilotta. Pane e minestra dei frati, di qualche convitto, qualche trattoria. A questi poveri necessita l'estrema libertà, quella dei lunghi cammini solitari o delle soste al sole sui viali o nei giardini. Sono i poveri ai quali non si fa caso nelle statistiche indicative e che non pesano sul bilancio della carità organizzata. Vivono sfiorando le classi benestanti, senza urtare, chiedendo ogni tanto l'elemosina nei caffè. Sono qualcosa di più dei poveri, amano tremendamente la libertà, quietamente disseminati un po' dappertutto come schivi fantasmi dalla barba unta di rimasugli e dagli occhi infossati nella contemplazione del mondo interminabile. Non pesano. Così la nostra breve e sommaria inchiesta è terminata. Le cifre hanno dato un'indicazione che vale per alcune riflessioni e potrebbe valere per un rimedio, se questo sarà possibile. I «Capannoni» aspettano che esso venga al più presto e le autorità competenti potranno anche pensarvi. Vi sono uomini e donne che non conoscono la povertà e la miseria, vi sono uomini e donne che la conoscono sino al limite estremo. E c'è un esercito di bambini che tendono la mano disperatamente alla civiltà. La definizione del vescovo di Parma è esatta e i tumori devono essere tolti. Occorre un poco di buona volontà.

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