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Inchiesta

«I rifugiati? Li ospitiamo a casa»

01 maggio 2017, 07:00

«I rifugiati? Li ospitiamo a casa»

Chiara Cacciani

Succede che una nonna inviti l'ospite a pranzo anche a casa sua. Succede che una delle accolte si sposi e in chiesa si presenti tutta la parrocchia. Succede che si parta insieme per il mare o che si trascorrano ore a discutere di religione. Delle rispettive religioni.

Succede – dicono - quel che succede in tutte le famiglie. Che ci si fraintenda, che si litighi, che si dividano i compiti di casa. Che una «mamma acquisita» si lamenti nel più classico dei modi - «Passa tutto il tempo in camera al telefono»- per poi finire altrettanto classicamente a parlarne insieme.

«Quel ragazzo, ad esempio, aveva passato talmente tanto tempo condividendo spazi con sconosciuti, che non vedeva l'ora di poter parlare con la sua famiglia in intimità. Alla prova della realtà succedono, insomma, cose normali, belle, a volte buffe. Molte paure, diffidenze e incomprensioni si mediano, e si trovano modelli di convivenza tra abitudini e culture diverse», racconta Chiara Marchetti, esperta di migrazioni forzate e referente per il Ciac del progetto «Rifugiati in famiglia». Inserito all'interno dello Sprar, il nome è - in questo caso - già «il» programma. E di questa accoglienza «altra», Parma ospita la prima esperienza in Italia insieme a Torino, con l'idea di tenersi lontani dall'assistenzialismo e puntare invece altri due obbiettivi. «Ormai sulla prima accoglienza si è arrivati a un minimo di garanzie – spiega Marchetti -. Ciò che è più difficile è invece il percorso di radicamento, in particolare l'inserimento in reti sociali miste. I semplici rapporti di vicinato non funzionano facilmente, spesso non si hanno rapporti nemmeno tra italiani. C'era il desiderio delle persone di avere invece una dimensione più “calda” di relazioni e di benessere». E poi c'è il secondo tema, quello della cultura italiana. «Ci siamo chiesti come fornire occasioni di conoscenza tra italiani e rifugiati, in particolare per ridurre il clima di diffidenza e di sospetto. In questo senso, ogni famiglia che aderisce si fa moltiplicatore di una rete sociale allargata: i vicini, i colleghi, i genitori dei compagni, le associazioni di cui fa parte».

Il progetto si è fatto formalmente realtà nel febbraio 2015. «Erano previsti 10 rifugiati e altrettante famiglie per anno, e i numeri sono stati rispettati. L'appello di Papa Francesco all'accoglienza ha aiutato: qualcuno si è sentito chiamato in causa. I solidali silenziosi si sono aperti, sono aumentate le richieste per il volontariato e anche le adesioni all'accoglienza in famiglia». Nella concretezza, la convivenza dura sei mesi, si inserisce nella fase successiva al riconoscimento dello status di rifugiato e richiede una conoscenza minima di italiano da parte della persona che sarà ospitata. «Non ci sono invece requisiti particolari per le famiglie, se non avere a disposizione uno spazio che garantisca un minimo di libertà a tutti». Basta una camera libera, insomma.

Durante questo periodo, la famiglia ha un rimborso di 300 euro al mese mentre i rifugiati continuano a ricevere il pocket money di 100 euro e si appoggiano al Ciac per la ricerca del lavoro e per eventuali spese sanitarie importanti. «Una operatrice formata in psicologia – prosegue la referente del progetto - segue il percorso: seleziona gli abbinamenti migliori, organizza momenti di ascolto individuale e “familiare”, ma anche occasioni collettive di confronto tra famiglie o tra rifugiati, e momenti semplicemente conviviali».

Ad oggi tutte le esperienze del primo anno si sono concluse, nessuna delle quali «in corsa», e sono in dirittura d'arrivo anche quelle del secondo anno. «Ci sono stati ovviamente gradimenti diversi, e fa parte del gioco. C'è chi dopo non si è rivisto mai più, altri si frequentano ancora. In un caso ospite e rifugiato sono diventati coinquilini. Più spesso le famiglie decidono di prolungare la convivenza oltre il tempo previsto. In generale, la cosa bella è il livello di benessere che questa esperienza genera nei partecipanti».

L'«identikit» dei rifugiati? In 10 anni è molto cambiato. «I primi arrivati erano persone formate e che stavano vivendo un momento apicale del loro percorso: si trattava di singoli attivisti, sindacalisti, in fuga perché perseguitati proprio per il loro impegno civile».

Oggi violenze e persecuzioni hanno cambiato forma e assunto una dimensione più diffusa che individuale. «Al di là della Siria e altre aree in cui ci sono conflitti dichiarati, molti Paesi hanno una condizione di insicurezza interna molto elevata dietro a apparente stabilità e democrazia - sottolinea la sociologa -. I cittadini sono vittime di violenza domestica o privata legittimate dallo Stato, vivono condizioni generali di mancanza di libertà, esiste una emigrazione ecologica legata a situazioni ambientali e di mancanza di accesso a risorse come l'acqua». Cita il caso dei nigeriani, Marchetti: «Sono i più additati come falsi rifugiati ma nel loro Paese, a seconda delle regioni, ci sono situazioni di diseguaglianza estrema, la violenza sulle donne è accettata, sono in vigore leggi contro gli omosessuali con rischi concreti, c'è l'incubo Boko haram, ci sono conflitti religiosi e sfruttamento delle risorse». E' così che iniziano viaggi destinati a durare anche due anni, a tappe per guadagnarsi i soldi per avvicinarsi alla meta. «E poi devono costruirsi un futuro qui. Il progetto dell'accoglienza in famiglia si è rivelato prezioso ai fini dell'integrazione: per questo la ricerca di adesioni (per informazioni rifugiatinfamiglia@gmail.com) è sempre aperta»

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