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BANCAROTTA

Consorzio agrario, chiesti 17 rinvii a giudizio

04 maggio 2017, 07:02

Consorzio agrario, chiesti 17 rinvii a giudizio

Georgia Azzali

Stava per affondare, il Consorzio agrario. Già nel 2006 le perdite avrebbero dovuto far scattare l'allarme. E l'anno dopo il dissesto era già conclamato, secondo la procura. Ma amministratori, sindaci e revisori andarono avanti fino al 2011, quando scattò il commissariamento. E si scoprì una voragine da quasi 80 milioni. Chi avrebbe progettato le manovre per non far venire a galla il disastro e chi non avrebbe controllato, ma tutti contribuirono a mantenere in piedi quel carrozzone, secondo la procura, grazie a una serie di operazioni dolose e falsificazioni che consentirono di celare le perdite. Diciassette gli imputati, tra i quali gli ex presidenti Fabio Massimo Cantarelli e Luigi Malenchini: nei giorni scorsi i pm Paola Dal Monte e Lucia Russo hanno depositato la richiesta di rinvio a giudizio. Bancarotta fraudolenta, il reato contestato a tutti, a vario titolo. Per altre tredici persone, inizialmente indagate, la procura ha invece chiesto l'archiviazione.

Sono quattro le operazioni - di cui tre intercompany - su cui si è concentrata l'attenzione della Finanza, che ha portato avanti l'inchiesta. Quattro «mosse» deliberate dal cda del Consorzio sempre pochi giorni prima della fine dell'anno, «in tempo utile però per incidere sull'intero esercizio e ovviamente sul relativo bilancio», si legge nell'avviso di conclusione delle indagini. Siamo nel dicembre 2006, quando gli amministratori deliberano la costituzione di una newco (la srl Produttori Riuniti) per conferire le 600.000 azioni Parmalat (lo 0,037% del capitale sociale) detenute nel portafoglio dal settembre dell'anno precedente. L'obiettivo sarebbe quello di creare una società che possa diventare in prospettiva un partner commerciale di Parmalat nella distribuzione alimentare, ma all'inizio del 2011 quel pacchetto d'azioni viene ceduto. In questo modo, però, a fine 2006 il Consorzio crea una plusvalenza di 1.147.000 euro, facendo così figurare in utile il bilancio e mantenendo in attivo il patrimonio netto, secondo la procura.

L'anno successivo il Consorzio cede un fabbricato ubicato a Sorbolo e iscrive una plusvalenza di 930.000 euro nell'esercizio del 2007. L'accordo con la società acquirente prevede, però, che il contratto possa essere risolto nel caso non arrivino i permessi di costruzione e autorizzazione alla vendita di generi alimentari entro la fine del 2008. E quei permessi non arrivano, così il Consorzio - che non ha accantonato somme in un fondo rischi - è costretto a restituire alla società acquirente l'acconto di 500.000 euro e a rettificare, nel bilancio 2009, la plusvalenza già iscritta. Ma quei 930.000 euro, due anni prima, avrebbero comunque consentito - secondo la procura - di mantenere in utile il bilancio e in attivo il patrimonio netto.

Nel 2009, poi, il Consorzio dà il via libera al passaggio della sua divisione alimentare Valparma nella controllata Produttori Riuniti. Un'operazione che permette a quest'ultima società di contabilizzare un avviamento di 5,8 milioni e al Consorzio di iscrivere nel bilancio 2009 una plusvalenza dello stesso valore. Passa solo un anno, e la Produttori Riuniti finisce sull'orlo del fallimento, tanto è vero che nel 2011 la società chiede il concordato preventivo. «Di fatto, dunque - sottolineano i pm nell'atto di chiusura delle indagini - l'operazione così come realizzata aveva avuto l'unico evidente scopo di consentire al Consorzio la rilevazione di una plusvalenza nell'esercizio chiuso al 31/12/2009 pari a 5,8 milioni».

Ma le manovre per mascherare le emorragie di cassa sarebbero continuate. A fine dicembre 2010 il Consorzio, dopo aver acquisito una newco (poi chiamata Cap Gestioni srl) nelle settimane precedenti, cede a questa nuova società l'immobile di proprietà di via Gramsci e iscrive a bilancio una plusvalenza di 13.321mila euro. Una vendita «virtuale», secondo l'accusa, fatta per alleggerire la perdita di bilancio e portare in attivo il patrimonio netto.

Per cinque anni - a partire dal 2006 e fino al 2010 - i crediti inesigibili non furono mai svalutati, perché altrimenti il dissesto sarebbe emerso in modo evidente: da qui la contestazione del reato di bancarotta fraudolenta in relazione alle false comunicazioni sociali. Non solo. Quando, nel 2009, il ramo aziendale Val Parma viene conferito nella controllata Produttori Riuniti, quest'ultima società è obbligata a pagare l'anno dopo un'imposta sostitutiva di 712.000 euro. Un'«evidente dissipazione», secondo la procura, visto che la società continua ad accumula perdite, e nel 2011 il nuovo management decide di chiudere l'attività nel settore del formaggio della Val Parma.

Acquisizioni, cessioni, operazioni all'interno della stessa galassia societaria con un unico obiettivo, secondo l'accusa: un grande maquillage contabile per non fare emergere la situazione disastrosa dei conti. «Da qui la responsabilità degli amministratori e degli organi istituzionalmente preposti al controllo che scientemente - si legge nell'avviso di conclusione delle indagini - hanno realizzato o consentito questo stato di cose, in tal modo postergando nel tempo l'emersione del dissesto e così aggravando la situazione patrimoniale del Consorzio». Che dal gennaio del 2014 ha superato la fase del commissariamento. Per il rosso profondo del passato, invece, c'è chi rischia di finire a processo.

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