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il disco

Nomadi, poesia e rabbia

di Michele Ceparano -

06 maggio 2017, 11:14

Nomadi, poesia e rabbia

L'album di questa settimana, che spegne quest'anno quaranta candeline, forse non è tra i più conosciuti dei Nomadi. “Noi ci saremo” è però sicuramente tra quelli meglio riusciti. E' un album, come ha scritto qualcuno, scritto con tutta la rabbia di un periodo, quello degli anni Settanta, che con questo stato d'animo ha un rapporto inscindibile. Ma che ha anche costituito - al di là delle sue storture e del suo clima - un periodo d'oro per la canzone d'autore italiana.
Conosciuti da alcuni principalmente come interpreti delle canzoni di Guccini (“I Nomadi interpretano Guccini” è del 1974), il reggiano Augusto Daolio, il modenese Beppe Carletti e gli altri hanno invece un curriculum di tutto rispetto anche “in proprio” che affonda le sue radici negli anni Sessanta. “Noi ci saremo” fa un po' da contraltare al loro primo album. Dieci anni prima infatti, nel 1967, era uscito “Per quando noi non ci saremo”, che conteneva alcune tra le canzoni più interessanti del gruppo, scritte per loro da Guccini, come “Per fare un uomo”, “Dio è morto” e, appunto, “Noi non ci saremo”. Tre brani che saranno contenuti anche nel - sia consentito definirlo così - leggendario live “Album concerto” del 1980, uno dei momenti più alti del sodalizio tra l'artista modenese e il gruppo capitanato da Daolio. Azzardando un paragone, forse i Nomadi stanno a Guccini come la Pfm sta a Fabrizio De Andrè. Non meri esecutori di brani ma musicisti capaci di reinventarli, dando loro nuova vita. Per rendersene conto, sempre da “I Nomadi interpretano Guccini”, riascoltare “L'isola non trovata”.
Insomma, dieci anni dopo “Noi non ci saremo”, i Nomadi ricordano a tutti che “Noi ci saremo”. Come detto, con tutta la rabbia. Il disco, che arriva dopo un altro lavoro piuttosto interessante come “Gordon” (1975), è un album politico (i Nomadi non hanno mai nascosto la loro appartenenza alla sinistra), polemico, di rottura. A partire dalla copertina, volutamente scialba, con il titolo dattiloscritto, così come i testi all'interno. Una risposta alle copertine colorate e commerciali che stavano seducendo anche la canzone d'autore. Il fatto è che “Noi ci saremo” cerca di essere qualcos'altro rispetto ai lavori del tempo. Per i testi i Nomadi si affidarono infatti a giovani autori per lo più sconosciuti, segno anche questo di una ribellione, di un tentativo di svecchiare il mondo della canzone, di andare controcorrente. Tanta rabbia, quindi, ma anche altrettanta poesia.
Il disco, che potrebbe anche essere definito un concept, è molto interessante. E' diviso in due parti, "La foresta" e "L'albero", e per scriverlo narra la leggenda che il gruppo si sia chiuso in un vecchio mulino. A tutte le canzoni fu aggiunto un sottotitolo. Il lavoro contiene almeno due brani che diventarono altrettanti “punti fermi” nei concerti in cui i Nomadi, e specialmente Augusto, riuscivano forse come nessun altro a coinvolgere gli spettatori: “Il paese” e “Fiore nero”. Ma questo disco offre anche altre tra le più riuscite ballate del gruppo: “Riverisco” 1 e 2, con le sue atmosfere medievali, “La città”, che affronta in maniera graffiante il tema della droga, e “I miei anni”. Emblematico l'ultimo verso proprio di quest'ultima canzone, il cui testo è firmato da Romano Rossi, scomparso cinque anni fa: “E ora che le rapide sembrano finire/ si addolcisce la rabbia ma non riesco a dormire/e mi domando se comincio ad invecchiare/o sto cambiando modo di lottare”.