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Le grandi firme

Pietrino Bianchi racconta la Cinecittà degli anni '30

06 maggio 2017, 07:00

Pietrino Bianchi racconta la Cinecittà degli anni '30

IL PORTOGHESE DISCRETO

Dedicato alle amiche che vogliono fare del cinema. Siamo stati in questi giorni a Cine-città, ospiti accolti con ogni cortesia e immessi in tutti i sacrari, cioè introdotti al margine delle «sunlights», mentre si giravano tre importanti film italiani. E avremmo voluto sinceramente che lì con noi ci fossero le nostre giovani amiche, che hanno inviato in questi giorni le loro brave domande alla direzione del Centro sperimentale per diventare attrici del cinema.

Oh, lungi da noi l'idea reazionaria di incoraggiare le giovani, belle, intelligenti ragazze italiane a lasciare i sogni di gloria e riprendere la calza che esse hanno sino ad oggi beatamente ignorata.

Noi siamo forse, sì, un tantino reazionari, ma per altre cose più importanti del cinema. La ragione per cui avremmo voluto che le nostre care e giovani amiche fossero vicine a noi negli studi della città del cinema è la certezza che la realtà non entusiasmante avrebbe dissolto i sogni sognati, e che insomma una salutare lezione sarebbe venuta loro dalla realtà effettuale delle cose.

Tralasciando i dati statistici, che dicono che ben poche arrivano nella prima fila, e ammettendo volentieri la congiuntura favorevole in cui si trova il cinema italiano; resta il fatto che la carriera dell'attrice cinematografica richiede una seria, testarda, quasi disumana virtù spirituale.

Era una bella giornata d'ottobre, cirri di nuvole non offuscavano la feroce benevolenza del sole che entrava dai portoni aperti, più forte della luce delle lampade. E in quel caldo, una ventina di belle ragazze, dipinte e incerottate a dovere, giravano in circolo sotto il comando di un maestro di danza. Evidentemente, non ne potevano più, rivoli di sudore percorrevano il loro volto, che invano squadre di assistenti molcevano con fazzoletti; i drappi pesanti da cui erano coperte, le divise ottocentesche dei loro cavalieri con alti e gialli solini (per via che nella finzione cinematografica il giallo risulta più bianco del bianco vero) facevano vieppiù risaltare l'inumana fatica della cosa.

A un certo punto, gli speroni di un ufficiale in divisa umbertiana lacerano lo strascico di una giovane dama dalla scollatura abbondante. Si staccò costei per fare aggiustare la falla, ma inutilmente la sarta cercava di riparare lo sbrendolo immenso. La ragazza impaziente pestava con i piedi per terra.

Finché, a un certo momento, la preoccupazione e l'ira la fecero dare in un pianto infantile e disparato, e invano la rammendatrice la consolava. In quel momento la musichetta riprese. La fanciulla ebbe un guizzo. «Mo' me cacciano» disse in perfetto romanesco e con un balzo riprese il suo posto nella ronda infernale.

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