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Testimonianza

«Così sono uscito dall'alcolismo»

08 maggio 2017, 07:00

«Così sono uscito dall'alcolismo»

Patrizia Celi

«Ho deciso di smettere con l'alcol dopo che, per dieci mesi, ogni mattina mi svegliavo e stavo male, vomitavo, avevo formicolio alla testa e non riuscivo a mangiare né bere nulla fino a mezzogiorno, quando a malapena inghiottivo qualcosa che mi teneva su fino alle 17, l'ora in cui terminavo il lavoro».

Inizia così il racconto di Claudio, uscito dall'incubo dopo sette anni di «alcolismo attivo», come lui definisce il baratro nel quale la sua dipendenza l'aveva gettato. Un'immagine ben diversa dalla macchietta del teatro, in cui a suon di “hic” il protagonista barcolla, dice cose strampalate e scatena l'ilarità di chi l'osserva. «Uscito dall'ufficio, ogni giorno, mi recavo al supermercato e compravo alcune bottiglie. Arrivato a casa bastava il primo mezzo bicchiere per non smettere fino a terminare tutto. Poi crollavo a terra privo di coscienza e mio figlio, che aveva allora diciassette anni, mi tirava su e mi sbatteva sul letto, da cui riemergevo al mattino».

Così è la vita di chi ha una dipendenza da alcol: una tragedia infinita, un film dell'orrore che si riavvolge ogni sera e che il protagonista guarda in totale solitudine. Ma per Claudio tutto questo è solo un ricordo, un'esperienza da mettere a disposizione di chi soffre isolato e pensa non sia possibile porre fine alla sua dipendenza. Oggi è il responsabile del comitato per l'esterno di Alcolisti Anonimi, l'associazione che l'ha aiutato e sostenuto nel percorso di rinascita. «Ho ripreso in mano la mia vita diciannove anni fa e con essa i rapporti sociali, la dignità» dice con soddisfazione e conclude «Ulisse a quelli come me non ci fa neanche un baffo!». Una battuta che scatena (questa sì) l'ilarità della platea che assiste al convegno «Luci e ombre in campo alcologico», organizzato dall'Ambulatorio Alcologia dell'Azienda ospedaliero universitaria di Parma, insieme alle associazioni Acat Parma Il Volo, Alcolisti Anonimi, Al-Anon e Alateen.

Insieme a Claudio altri raccontano la propria storia, illuminando la sala di speranza. Tra tutti il diciannovenne Pietro, figlio di alcolisti, nel gruppo di Alateen da quando aveva nove anni. «Lì ho trovato l'aiuto e il coraggio di parlare, sfogarmi. Altrimenti avrei continuato a vivere chiuso in me stesso – racconta il giovane –. Ora i miei sono separati ma continuo ad andare avanti nella vita, un giorno alla volta, come dice il nostro slogan, senza rimpiangere ieri o anticipare il domani». Alateen, come Al-Anon, sono gruppi di sostegno per familiari ed amici di alcolisti ai quali chiunque può accedere per trovare un ambiente di confronto e condivisione privo di giudizio, che garantisce riservatezza. Ci sono poi coppie in cui uno solo è dipendente dall'alcol, ma che vivono l'esperienza della rinascita come un cammino da compiere insieme. «Da soli si fa poca strada, bisogna restare uniti. Ed è fondamentale affidarsi, lasciarsi andare con fiducia a chi ci può aiutare» ammonisce Elena del club Acat, moglie di alcolista in trattamento che non aveva mai visto il marito ubriaco ma di cui notava solo un progressivo isolamento e la tendenza a rispondere in maniera alterata alle domande.

«Mi chiedevo “Io dov'ero? C'entro io?” e trascuravo me stessa, i figli e il lavoro. Ogni mio sforzo per cercare una soluzione suscitava un effetto contrario. E purtroppo ho tardato a chiedere aiuto, perché mi fermava la vergogna» racconta Elena, che conclude ringraziando chi le ha aperto la strada «Oggi sono cinque anni che non beviamo. Lo dico così perché con lui anch'io non bevo più, neanche quel mezzo bicchiere di vino a tavola, che mi piaceva così tanto».

L'esperto Gerra

L'alcolismo è una malattia e come tale deve essere curata. Non si tratta quindi di una smodata e sconsiderata ricerca di piacere, ma il risultato di una sfortunata e personale combinazione tra fattori genetici e ambientali.

Addio quindi all'idea di fallimento morale della persona, alla convinzione che sia il frutto di una personale attitudine all'asocialità o peggio ancora all'idea di un'azione criminale. «L'alcolismo è un problema di salute cronico e le persone che ne soffrono devono essere trattate con dignità, senza discriminazione» spiega Gilberto Gerra, attuale responsabile del settore Prevenzione della droga e salute della divisione operativa dell'Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine.

L'organismo internazionale, un anno fa, nella risoluzione finale dell'assemblea, ha definito l'abuso di sostanze «un disturbo complesso, multifattoriale e cronico, che comporta ricadute e che deve essere curato». Al bando quindi anche il determinismo genetico. «La componente genetica determina per il 50% il rischio di dipendenza, incide cioè sulla fragilità di fronte alla sostanza – spiega l'esperto –. Ma non condanna alla dipendenza, come la vulnerabilità genetica verso lo zucchero non rende per forza diabetici o quella verso il sale non rende sempre ipertesi». Piuttosto il carattere ereditario di fragilità influenza il temperamento della persona, rendendola ad esempio più spavalda o tendente all'ansia, e determina alcuni tratti della personalità come il non accontentarsi della vita ordinaria. C'è poi una componente di farmacogenetica, cioè la risposta individuale all'assunzione di una sostanza, una reazione assolutamente personale che spazia dall'estremo piacere al totale rifiuto. «Anche la relazione con i genitori influenza il temperamento – aggiunge Gerra –. Atteggiamenti di cura, tutela e accudimento della prole possono infatti annullare i rischi genetici, inducendo cambiamenti nella trascrizione dei geni». Studi recenti confermano che questo vale per i bambini sin dalla gestazione, ma anche per gli adulti. Anche a Parma è in corso un innovativo studio di ricerca su questi temi, che vede collaborare il team di Gerra, la Clinica Medica dell'Azienda ospedaliero universitaria di Parma e il Servizio psichiatrico ospedaliero intensivo a direzione universitaria dell'Azienda Usl di Parma. «Stiamo cercando la motivazione del perché alcuni figli di alcolisti sviluppano in età adulta alcolismo e altri, seppur fratelli, no. Questo nonostante tutti siano cresciuti in famiglie nelle quali l'alcol è un dramma – spiega l'esperto di tossicodipendenze – Lavoriamo con l'obiettivo di creare indicazioni da utilizzare nella prevenzione del disturbo».

I consigli

Non serve a nulla cercare responsabilità nel passato; meglio guardare avanti per impostare un nuovo futuro

Non credere di potercela fare da solo, perché estinguere un comportamento condizionato è difficile

Riscoprire elementi di gratificazione nell'esistenza quotidiana e non accontentarsi di una vita grigia, ma seguire aspirazioni e ideali

Partecipare a iniziative sociali e coltivare le relazioni interpersonali è fondamentale per diminuire l'effetto della vulnerabilità genetica

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