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Carabinieri

Sanità, il medico che si proclamava boss

09 maggio 2017, 07:03

Sanità, il medico che si proclamava boss

Laura Frugoni

Non se li aspettava, certo i carabinieri alla porta ieri mattina. L'ultima foto postata da Guido Fanelli sulla sua pagina Facebook lo ritrae sorridente e gaudente alla tavolata di un dopo-teatro; nella combriccola riconosci qualche sorriso «televisivo», c'è anche la chioma fulva di Rosanna Lambertucci. D'altra parte ai riflettori, agli amici famosi, il professor Fanelli è abituato da un pezzo: sempre sulla sua pagina non si contano le foto delle ospitate in tv, le video chat, le interviste nelle rubriche di medicina nei tg della rete ammiraglia. Dispensava consigli in diretta, risposte per tutti, Anche ai dilemmi e alle ansie, dei pazienti. Il dolore? No grazie. Mettiamolo «fuorilegge». Il dolore non è invincibile. Gli slogan si rincorrono: Fanelli questo era per tutti. Uno dei massimi esperti nella cura del dolore. Un dolore molto diverso rispetto alla stretta allo stomaco che ti prende leggendo la miriade di frasi intercettate nell'inchiesta. «Io sono il boss... comando io». Un florilegio all'insegna del cinismo, della sicurezza di sé e della propria immunità.

Nato in provincia di Lecco, laurea in medicina a Milano, dove nel 1986 si specializza in Anestesiologia e rianimazione, fino al 2001 Fanelli rimane nel capoluogo lombardo, in servizio al San Raffaele. Poi l'approdo nella città ducale, dove dal 2002 dirige la struttura complessa Anestesia, rianimazione e terapia antalgica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria. Il curriculum diventa di anno in anno più corposo: dal 2004 è ordinario di Anestesiologia e rianimazione e direttore della scuola di specializzazione in Anestesia e rianimazione. Dal 2008 relatore del Piano oncologico nazionale; esperto del Consiglio superiore della sanità per la terapia del dolore e delle cure palliative; componente della commissione Programmazione e presidente della commissione Terapia del dolore e cure palliative del Ministero della Salute; direttore scientifico del progetto Medicina perioperatoria dell’assessorato alla Sanità della Regione Emilia-Romagna. Nel 2009 responsabile dell’unità di crisi per il virus H1N1 dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.

Dal 2010 coordina la commissione per l’attuazione della legge 38 per la relazione al Parlamento e la conferenza Stato-Regioni. Innumerevoli i congressi e le pubblicazioni.

Un professionista brillante, stimato, ascoltato. Uno che aveva legato il suo nome proprio a quei centri d'eccellenza in terapia del dolore, si chiamano «Hub», incaricati di gestire anche i casi più gravi e complessi di dolore cronico. L’Hub di Parma fu inaugurato nel febbraio del 2015, il primo centro di riferimento della Regione, che ha ricevuto fondi anche dalla Commissione Europea. Un centro, dichiarò Fanelli quel giorno, sorriso smagliante nella fotogallery del taglio del nastro, «con oltre 16.000 prestazioni erogate all’anno, ha al proprio attivo numeri che testimoniano la grande mole di lavoro svolta quotidianamente». Curare il dolore: esiste un gesto più nobile per l'uomo? Una missione di molti: guai a chi osa sporcarla.

LA VITA DORATA DEI GRONDELLI

Stavolta lo yacht non è solo un bene di lusso, da sfoggiare insieme ad altri numerosi status symbol, ma uno dei tasselli dell'inchiesta dove sono finiti i Grondelli «father and sons»: Ugo, 71 anni, padre di Marcello e Fulvio, rispettivamente presidente e vicepresidente della Spindial la società - insieme all'Alteco - al centro del sistema di corruzione smascherato dai carabinieri.

Un'accusa che getta un'ombra lunghissima e scura sulla vita dorata dei Grondelli: Ugo 71 anni, residente a Montecarlo e domiciliato a San Michele Tiorre, membro del consiglio di amministrazione dell'Alteco Medical Ab, e suo figlio Marcello, 45 anni, residente in via Palestro, amministratore delegato della Spindial Spa.

«Pasimafi V» (come è stata ribattezzata l'inchiesta) è il nome dello yacht in uso al professore Fanelli riconducibile alle stesse società dei Grondelli. La manutenzione della barca, l'acquisto delle strumentazioni, il procacciamento del posto barca, il pagamento degli ormeggi: spese sostenute dalle società, in cambio dei «favori» del professor Fanelli.

Era il 2005, l'anno in cui i Grondelli fondarono la Spindial, azienda specializzata nella commercializzazione di dispositivi medici. Alla guida Marcello, presidente, il fratello Fulvio, vicepresidente e amministratore, anima e guida al tempo stesso, Ugo.

Quello che emerge dall'inchiesta partita dalla Procura di Parma è un sistema di corruzione rodatissimo, «quasi permanente - come hanno spiegato i carabinieri durante la conferenza stampa con mercimonio delle funzioni pubbliche per interessi privati».

Il ruolo di Grondelli senior è di primo piano. Si legge nell'ordinanza che Ugo «in veste di consigliere di amministrazione della Alteco e amministratore di fatto della Spindial, concorreva all'individuazione e alla programmazione delle modalità di retribuzione di Fanelli, operando in costante raccordo con questi». r.c.

INDAGATO ANCHE IL RETTORE

Georgia Azzali

Un concorso pilotato. Disegnato su misura per far entrare in Università Massimo Allegri, il delfino di Guido Fanelli. E' questa l'accusa nei confronti di Loris Borghi. C'è anche il nome del rettore dell'Ateneo parmigiano nella lunga lista degli indagati dell'inchiesta «Pasimafi», l'operazione del Nas, coordinata dal pm Giuseppe Amara, che ha portato alla luce un maxi giro di bustarelle tra medici e aziende farmaceutiche. Secondo la procura, il numero uno dell'Università, in accordo con Fanelli, ma anche con Pierfranco Salcuni, direttore del dipartimento di Scienze chirurgiche, e di altri due dipendenti dell'Ateneo, Gianluigi Michelini e Giorgetta Leporati, avrebbe predisposto un regolamento ad hoc per far sì che nell'estate del 2015 Allegri potesse essere trasferito come ricercatore da Pavia a Parma. Oltre al rettore, anche gli altri cinque sono indagati per concorso in abuso d'ufficio.

«Mi è venuta voglia di fare un blitz, il blitz si chiama Massimo Allegri... la manovra che vorrei fare è questa... interrompere la convenzione e chiamarlo come ricercatore entro la fine dell'anno»: a parlare è Fanelli, intercettato dagli investigatori, così come riportato nell'ordinanza di custodia cautelare. E dall'altra parte, Borghi risponde: «... perché io addirittura per lui, ho... in modifica il prossimo Senato e cda... il regolamento per il trasferimento dei ricercatori... da altri atenei... che noi non abbiamo... in modo che avendo quel regolamento possiamo procedere».

Insomma, gli investigatori hanno pochi dubbi: il rettore avrebbe decretato il cosiddetto regolamento per il «Trasferimento di ricercatori universitari a tempo indeterminato presso l'Università degli Studi di Parma» il 29 giugno 2015, poi emesso da Michelini, dirigente dell'Area personale. Ma quel regolamento sarebbe stato messo neo su bianco solo dopo che il rettore aveva avuto modo di vedere il curriculum di Allegri un paio di settimane prima: «... questi sono gli ingredienti... allora primo passo lui deve andare da Michelini... Michelini verifica - si legge in un passo delle intercettazioni riportate nell'ordinanza di custodia -... Michelini verifica con lui che lui stia dentro questo regolamento... nuovo».

Gli «ingredienti». Ossia i requisiti: quelli che sarebbero stati inseriti nel regolamento per far sì che Allegri potesse vincere il posto da ricercatore. Non solo. La versione definitiva del regolamento sarebbe stata addirittura inviata ad Allegri il giorno prima della sua approvazione. Su proposta del rettore, inoltre, sarebbe stata fatta una richiesta firmata da Salcuni, ma di fatto - secondo la procura - direttamente elaborata, su indicazione di Fanelli, dallo stesso Allegri, con l'aiuto di Giorgetta Leporati, responsabile del coordinamento amministrativo del dipartimento di Scienze giuridiche.

Già dall'anno prima Allegri, milanese, con laurea e specializzazione a Pavia, lavorava a Parma, nel Centro di terapia del dolore del Maggiore. Ma quel trasferimento gli ha consentito di entrare come ricercatore all'Università di Parma. «Posso solo dire che sono amareggiato e sorpreso - dice Borghi -. E non ho commesso alcun abuso. Si trattava di un ricercatore che da Pavia è venuto a Parma, ma che tra l'altro lavorava già qui. Il ministero, inoltre, dà incentivi per la mobilità».

Ma quel passaggio sarebbe stato illegittimo, secondo la procura. Così come non sarebbero state trasparenti le nomine di Tiziana Meschi, tra febbraio e aprile 2014, a capo dell'unità operativa complessa di Medicina interna e lungodegenza critica e del Dipartimento geriatrico-riabilitativo dell'Azienda ospedaliera-universitaria. Due scelte che sono costate a Borghi l'iscrizione nel registro degli indagati sempre per abuso d'ufficio. «Non so se e come è stata chiusa quell'inchiesta - aggiunge Borghi -. Vedremo. Sono in attesa».

Intanto, è arrivata quest'altra accusa. Una nuova nomina nel mirino.

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