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INCHIESTA

Scandalo sanità, il gip: «Sistema mercificato»

11 maggio 2017, 07:02

Scandalo sanità, il gip: «Sistema mercificato»

Georgia Azzali

Cinquecento pagine per fotografare lo scandalo. Quei contatti tra medici e case farmaceutiche al di là della legge. E super pagati, nel caso di Guido Fanelli, il primario della 2a Anestesia del Maggiore da ieri ufficialmente sospeso. Ne è convinta l'accusa. Ma ne è certo anche il giudice per le indagini preliminari: «Il quadro emerso è quello di una sistematica mercificazione da parte degli indagati della funzione pubblica finalizzata a perseguire vantaggi illeciti», si legge nell'ordinanza di custodia cautelare.

Diciannove arresti firmati dal gip, ma in totale sono 75 gli indagati dell'operazione «Pasimafi», tra camici bianchi, imprenditori del settore farmaceutico, informatori scientifici, operatori sanitari e dipendenti di Ospedale e Università. Diciassette, poi, le aziende a cui è contestata la violazione delle legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società. A Parma, in particolare, l'inchiesta ha colpito duro: i domiciliari sono scattati, oltre che per Fanelli, per il suo braccio destro Massimo Allegri (anche lui sospeso dall'Ospedale), per Ugo Grondelli, membro del cda della Alteco, per il figlio Marcello, ad della Spindial di Lemignano, e per Giuseppe Vannucci, ad della società Appmed. Ma sono una ventina gli indagati a piede libero, tra cui spicca il nome del rettore, Loris Borghi. Gli interrogatori di garanzia per gli arrestati cominceranno oggi pomeriggio e andranno avanti fino a sabato. Il gip Maria Cristina Sarli sentirà anche le cinque persone, tra cui il bioingegnere del Maggiore Ennio Amori, per cui il pm Giuseppe Amara ha chiesto l'interdizione.

Ammesso che non decidano di avvalersi della facoltà di non rispondere, gli indagati dovranno rispondere della marea di reati contestati, a vario titolo: associazione a delinquere, corruzione, peculato, truffa, abuso d'ufficio, intestazione fittizia di beni. Dovranno tentare di dare una spiegazione a quelle conversazioni intercettate in cui si discute di farmaci e dispositivi medici, spesso privi di qualunque autorizzazione, e si contratta. Un sistema che andava avanti da anni, secondo il gip, grazie anche a connivenze e miopie: «Lo stretto intreccio di interessi privati - sottolinea il giudice nell'ordinanza - si è autoalimentato pur rimanendo apparentemente nell'ombra sia grazie a chi ha avuto interesse a non farlo emergere (perché ne ha tratto vantaggio diretto e indiretto), sia grazie a chi lo ha accettato passivamente. I protagonisti delle vicende paiono seguire codici di comportamento condivisi tra loro, finalizzati a violare o distorcere le regole esistenti per ottenere vantaggi illeciti».

Quella morte sotto inchiesta

Perno di tutti gli intrecci, secondo il giudice, Fanelli. Il re delle cure palliative in Italia. Il «boss», per usare le sue stesse parole. Che deve fare i conti anche con un'altra inchiesta. L'accusa è pesantissima: concorso in tentato omicidio volontario. Ma il caso è molto complesso. Così come sono tanti gli aspetti da verificare. E - va subito chiarito - la vicenda non ha nulla a che vedere con l'indagine «Pasimafi» che lunedì scorso l'ha fatto finire ai domiciliari. Insieme a Fanelli, sono indagate in concorso la sua collega di reparto, Maria Barbagallo (sotto inchiesta anche per abuso d'ufficio nell'operazione «Pasimafi»), e Tiziana Meschi, primario di Medicina interna e Lungodegenza critica e direttrice del Dipartimento geriatrico riabilitativo. Il nome della Meschi è rimbalzato anche nelle cronache di questi giorni: le sue nomine ai vertici del reparto e del dipartimento, fatte nel 2014 nel giro di pochi mesi, avevano fatto scattare un'inchiesta per abuso d'ufficio nei confronti del rettore, Loris Borghi. E al centro di questa nuova indagine per tentato omicidio volontario c'è la morte di Enrico Carra, 59 anni, ex marito di Tiziana Meschi, scomparso il 18 aprile scorso. Proprio ieri mattina il pm Fabrizio Pensa ha affidato l'incarico a Dario Raniero, medico legale dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Verona, per l'autopsia.

L'uomo era stato ricoverato in ospedale per un malore: fin da subito le sue condizioni sono apparse molto critiche. Poi, la situazione si è ulteriormente aggravata, e Carra è morto. Ma sono pochissimi i dettagli che filtrano. Gli inquirenti sono molto cauti. E certo è che l'inchiesta non è nata da una denuncia da parte dei familiari, bensì su iniziativa autonoma della procura. Ciò che apparentemente potrebbe sembrare incomprensibile è il reato di tentato omicidio volontario contestato ai tre medici, visto che poi l'uomo è morto. Ma gli inquirenti vogliono capire se Carra ha ricevuto tutte le cure necessarie. Se tutto ciò che era possibile fare per salvargli la vita è stato fatto, o se invece ci sono state carenze. Questioni delicatissime, perché si intrecciano profili etici, giuridici e medico-legali. E i confini sono spesso sottilissimi. Intanto, però, il consulente nominato dalla procura dovrà chiarire non solo come è avvenuta la morte di Carra, ma anche se eventuali omissioni possano aver portato a un aggravamento delle sue condizioni. Poi, spetterà alla procura decidere come procedere.

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