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INTERVISTA

Il primario che parlava come un boss

12 maggio 2017, 07:02

Il primario che parlava come un boss

Monica Tiezzi

«Io non faccio feriti, ma morti». «In una scala da uno a dieci, tu vali meno due». «Non mettetevi contro di me: il dolore a Parma lo gestisco io». «Ma tu chi sei? Io parlo con il ministro». Mandava avanti così la Seconda rianimazione, Guido Fanelli: con slogan intimidatori verso i colleghi, non nascondendo il suo ricco stile di vita, consapevole negli ultimi tempi di essere sotto controllo, ma ugualmente libero di parlare e minacciare.

Il ritratto di come si lavorava nel reparto del Monoblocco del Maggiore lo traccia Maurizio Leccabue, chiamato a sostituirlo, che mercoledì ha parlato per otto ore con i magistrati. E che non ha ancora finito. Lui, con incarico di alta specializzazione in terapia antalgica per bambini spastici, ma anche rappresentante provinciale dell'Aaroi (il sindacato degli anestesisti rianimatori ospedalieri) e consigliere dell'Ordine dei medici di Parma, che era diventato il punto di riferimento per quelli che osavano opporsi al primario. Per questo, dice, «aver scelto me alla guida del reparto è un forte segno di discontinuità».

Che tipo di direttore era Fanelli?

Uno che aveva fatto dell'aggressività il suo modo di rapportarsi. O eri con lui o contro di lui. E se non eri accondiscendente e disturbavi il “sistema”, erano guai. Ho visto colleghe uscire dal suo studio in lacrime. Ci sono stati negli anni episodi paradossali, come la cancellazione di numeri di telefono interni di medici “ribelli”.

Cosa avevate capito? Perché non avete denunciato?

Nel reparto c'erano posizioni diverse nei suoi confronti, e avere le prove della corruzione non è facile. Io non ho mai visto un passaggio di denaro e lui era molto attento a non coinvolgermi perché non ero compiacente a fornire contatti con le ditte. Certo che non si faceva scrupoli a parlare della sua società, dei suoi beni, della Porsche e dello yacht e a nascondere un tenore di vita che non era quello di un professore universitario. I rappresentanti delle ditte che non riuscivano a fare affari con lui ne parlavano con noi medici come “il signor dieci per cento”. Gli altri venivano accompagnati nel reparto da Fanelli, che mostrava loro sale operatorie e ambulatori vantandosi: “Questo è tutto mio”.

Quando lei è diventato «poco gradito» al direttore?

Poco gradito? Parliamo pure di mobbing. Quando, come rappresentante sindacale, ho cominciato a denunciare atteggiamenti non corretti. Nel 2009 ho scritto all'ufficio legale dell'azienda segnalando che Fanelli voleva far lavorare due sale operatorie con un solo anestesista, pratica vietata dai regolamenti. La lettera è stata protocollata e l'iniziativa bloccata. Fanelli mi convocò poco dopo: “Il tuo problema è che scrivi. Io non scrivo mai, perché lo scritto rimane. Attento, io non faccio feriti ma morti”.

Mai pensato di andarsene?

C'è chi l'ha fatto, io no. Mi piace questo lavoro e ho le spalle larghe, forte anche del mio ruolo nel sindacato e nell'Ordine. Ma per alcuni colleghi non è stato facile sottrarsi alle intimidazioni. Per questo spero che la maggior parte di coloro che hanno ricevuto un avviso di garanzia, e che continuano a lavorare qui, possano chiarire la propria posizione in fase dibattimentale e dimostrare l'estraneità agli illeciti.

Era un medico competente, Fanelli?

Francamente non lo so. In tanti anni l'ho visto al lavoro una sola volta. Veniva in reparto raramente e ancora più raramente indossava il camice. Per dire del suo assenteismo: quando è andata in pensione Elisabetta Spadini, responsabile della terapia intensiva, abbiamo fatto una cena. Al mio fianco c'erano due infermiere che lavoravano nel reparto da tre anni. Quando è entrato Fanelli mi hanno chiesto: “ma chi è?”

Negli ultimi tempi Fanelli era consapevole di essere nel mirino? Non era stato rinnovato il suo incarico nella commissione ministeriale sul dolore, solo il 36% delle sue sperimentazioni aveva avuto il via libera, contro la media del 90%, e c'era stata l'inchiesta brianzola sulla sua attività libero professionale.

Sì, ogni tanto diceva apertamente di avere cimici nello studio. Ma non per questo era cambiato. Continuava a parlare in libertà e il suo egocentrismo sembrava fuori controllo.

I pazienti sono stati danneggiati dal suo comportamento?

No. La magistratura contesta di non aver, in alcuni casi, osservato i protocolli per le sperimentazioni e di aver aggirato le regole, ma posso dire, dopo le verifiche interne, che non sono stati somministrati farmaci nocivi. Noi operatori siamo sgomenti, come tutti, per la vicenda. Ma c'è la volontà di andare avanti, in un clima rasserenato. Credo sia necessario uno scatto di orgoglio da parte dell'Università. Ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso quando è stata resa nota, un anno fa, la prima indagine contro Fanelli. Bisogna essere consapevoli che il confine fra atteggiamento prudenziale e connivenza con atteggiamenti delittuosi non deve essere superato: questo oggi la gente chiede alle istituzioni».

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