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EDITORIALE

Theresa May, la premier che sognava di essere la Thatcher

di Aldo Tagliaferro -

10 giugno 2017, 17:25

Theresa May, la premier che sognava di essere la Thatcher

Proprio su queste colonne indicavamo, all'indomani delle elezioni indette a sorpresa dal premier britannico Theresa May, quanti rischi (peraltro inutili) corresse la nuova leader conservatrice. L'unico risultato plausibile per Mrs May - una vittoria a mani basse che la legittimasse politicamente e le procurasse un mandato forte per condurre una «hard Brexit» al tavolo negoziale europeo - non c'è stato.
Peggio: in quaranta giorni Theresa May, che suo malgrado non ha in comune con Margaret Thatcher nemmeno il (pessimo) gusto per le scarpe, ha inanellato una disastrosa serie di errori: prima sulla «dementia tax», ovvero la proposta di far pagare agli anziani i costi dell'assistenza, è stata costretta a una frettolosa marcia indietro perché andava a colpire proprio il suo elettorato, gli over 65 benestanti; non ha avuto miglior fortuna l'idea di fare votare in Parlamento il ritorno della caccia alla volpe e un inquietante segnale di debolezza si è dimostrata la rinuncia ai dibattiti elettorali televisivi.
La situazione è poi precipitata negli ultimi giorni con gli attacchi terroristici: il suo ormai famigerato «enough is enough» dopo i morti di Londra è raccapricciante. Forse che le vittime di una settimana prima a Manchester rientravano ancora in una quota «accettabile» di agnelli sacrificali? Una gaffe dietro l'altra fino all'imbarazzo di fronte alle accuse pesantissime per i tagli operati alle forze di polizia quando era ministro dell'interno (sei anni all'Home Office, mica un paio di mesi): «Gridate al lupo, al lupo» diceva ai sindacati di polizia...
Il fallimento personale di Theresa May è eclatante: passa da una maggioranza non straripante ma dignitosa in Parlamento a un governo raffazzonato con gli unionisti dell'Irlanda del Nord e appena 2 voti di margine sulle opposizioni, sebbene avesse di fronte Jeremy Corbyn, il più improbabile e radicale dei leader laburisti, che ha rimontato quasi venti punti dai sondaggi di aprile.
Ma questo voto ci dice altre due cose: la prima è che a un anno dalla scellerata scelta sulla Brexit, il Regno Unito è in confusione, probabilmente pentito di quel voto frettoloso. Nei seggi dove i Remain avevano vinto c'è stato uno spostamento di voti dell’8% dai Conservatori verso il Labour, senza contare che l'Ukip, paladino dell'euroscetticismo, si è dissolto come neve al sole e l'erede di Farage, Paul Nuttall, è già mestamente uscito di scena. Forse è troppo tardi per tornare indietro (ma alla City e alla sterlina non dispiacerebbe affatto...) però la portata della Brexit è alquanto ridimensionata e per Londra si profila un percorso forzatamente «soft».
La seconda indica invece l'arroganza - che poi altro non è che una maschera per celare la debolezza - di tanti leader, accecati dalla vanità del voto a tutti i costi: nell'ultimo anno è accaduto a David Cameron con la Brexit, a Matteo Renzi nella personalizzazione del referendum, infine alla May che sognava di fare la statista e invece ha pure l'imperdonabile aggravante di non essersi dimessa. «Un uomo scala l'Everest per sé stesso, forse, ma arrivato in cima pianta la bandiera del suo paese». Lo diceva Margaret Thatcher al Congresso dei Tories il 14 ottobre 1988. Altri tempi, altri leader.

atagliaferro@gazzettadiparma.net