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BULLISMO

Ragazza disabile esclusa dalla cena di classe

30 giugno 2017, 07:02

Enrico Gotti

«Non ti vogliamo alla cena di classe» è il messaggio, sulla chat di WhatsApp, delle studentesse a una compagna in carrozzina. «E' bullismo» protestano i genitori della ragazza, che portano il caso al provveditore e alla polizia postale.

La questione riguarda una classe seconda, di una scuola superiore della città. È l’11 giugno, l’anno scolastico è appena terminato e sul telefonino, nel gruppo WhatsApp che riunisce le studentesse, si parla di rivedersi una sera, insieme. Una ragazza scrive: «E' nostra intenzione fare una cena di classe, anche magari per parlare di altro invece che di scuola, e preferiremmo che non ci siano genitori, ma dal momento in cui deve essere presente una figura per te, non vorremmo che tu venissi. Da tutta la classe»

Il messaggio è rivolto a una studentessa, di 16 anni, con disabilità, che dalla nascita deve usare una carrozzina. Lei guarda la chat del telefono solo il giorno dopo e risponde che ci sarà alla cena.

«Ma hai capito il senso del messaggio?», «Con la comprensione siamo messi un po’ male», la prendono in giro altre compagne di classe, alcune delle quali ricorrono a parolacce e bestemmie.

«Troverò una soluzione - risponde lei -. Poi mia mamma si allontana, mica sta appiccicata a noi». «Non so se hai compreso che il fatto che ci sia un genitore, anche se non appiccicato a noi, è una cosa un po’ opprimente» replicano, «E poi dobbiamo camminare tanto poi stiamo in centro» dice un’altra. «Io sono una persona come tutte le altre» risponde la ragazza, che prova a convincerle: «Mia mamma esce, poi per andare in giro sola prendo la carrozzina elettrica … e quando ho bisogno la chiamo al telefono».

Ma il suo messaggio provoca ulteriori critiche, del tipo: «Perché non hai detto prima che avevi la carrozzina elettrica? Non siamo andate in gita per questo!» e ancora: «Ci prendi per il c*?». Lei prova a spiegare che non poteva portare la carrozzina elettrica perché il pulmino non aveva la pedana adeguata, ma le altre chiudono il discorso: «Basta, la cena di classe non si fa più. Chiudiamo il capitolo».

I genitori hanno scoperto dello scambio di messaggi in chat solo il giorno dopo.

«Quando abbiamo letto i messaggi eravamo increduli e disgustati – dicono i genitori della ragazza – la questione legata alla nostra eventuale presenza alla cena è un pretesto, nella chat c’è un’escalation di accuse, c’è una cattiveria ingiusta e gratuita che sicuramente ha avuto inizio ben prima della fine della scuola. Il giorno dopo siamo andati a parlare con la docente di riferimento della classe, lei ha fatto un notevole lavoro di inclusione durante l’anno scolastico, era estremamente amareggiata. La scuola però ha liquidato la vicenda, ha detto che dovevamo fare denuncia in questura, poi siamo andati alla polizia postale, dove siamo stati ascoltati con attenzione. Tuttavia, anche se i funzionari hanno preso atto della gravità dei fatti esposti che coinvolgono una minore disabile, non è stato possibile fare denuncia, perché solo se è un fenomeno reiterato si può denunciare come stalking, bullismo o atti persecutori. Anche questo è inimmaginabile».

La scuola cosa poteva fare? Secondo i famigliari, che hanno scritto anche al provveditore Maurizio Bocedi, doveva convocare le studentesse e le relative famiglie, e coinvolgere servizi sociali e psicologi, attivare procedure previste nei casi gravi. Dall’istituto superiore, immerso in questi giorni negli esami di maturità, replicano dicendo che comprendono la preoccupazione dei genitori, che serve una forte azione educativa per far capire gli errori dei ragazzi, ma in questo momento l’istituto è impossibilitato a prendere provvedimenti, perché tutti gli alunni – tranne quelli delle classi quinte – sono fuori da scuola, con voti e scrutini già decisi da tempo e che si attiverà al loro rientro con un’azione preventiva e formativa perché non accada più.

«C’è un gruppetto di tre o quattro ragazze che ha creato nella classe un clima di terrore, inducendo all’omertà chi non si allinea e all’inerzia i professori, e che prende di mira i più deboli, quelli con meno risorse per fronteggiare la cattiveria. - dice il papà della ragazza - Non è possibile accettare che continuino ad agire in questo modo. La scuola ci ha assicurato che il prossimo anno, nella formazione delle classi, si terrà conto dell’accaduto, ma pretendo, prima come cittadino che come padre, che siano messe nelle condizioni di non nuocere ulteriormente nei confronti di mia figlia o di altre ragazze. Stiamo parlando di studentesse che una volta finita la scuola, per lavoro, potrebbero avere a che fare con minori, disabili, anziani e soggetti deboli del territorio» aggiunge, convinto che oltre alle barriere architettoniche, ci siano barriere nel modo di pensare ancora più grandi da superare.

E lei, la ragazza, come ha reagito? «Mia figlia? Si è dimostrata più forte dei suoi genitori, ha già superato questo problema - dice il papà, che aggiunge: - è giusto così. Ora sono le istituzioni preposte che devono affrontare e superare questi problemi. È necessario che quelle ragazze siano recuperate, rese consapevoli dell’accaduto. Vanno aiutate ad aiutarsi, a trasformare il loro disagio, la loro “disabilità” in un’opportunità di crescita, attraverso un percorso, certamente articolato e complesso, che richiede Ascolto da parte delle Istituzioni. Non è un caso personale, è un caso sociale». Non tutta la classe si è comportata allo stesso modo, anzi, in questa storia di porte chiuse, c’è chi le ha aperte il giorno successivo. «Una compagna di mia figlia, la sera seguente ai fatti, l’ha invitata, insieme a noi, a mangiare una pizza. Un’altra ragazza, sempre della stessa classe, l’ha invitata per un’uscita in Cittadella. Non sanno come hanno reso felice mia figlia con questi piccoli, ma grandi, gesti».