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FIDENZA

Il vescovo Ovidio: «Sarò un pastore che sa ascoltare»

01 luglio 2017, 07:00

Il vescovo Ovidio: «Sarò un pastore che sa ascoltare»

Leonardo Sozzi

Te lo aspetti in un ufficio, indaffarato tra le carte a preparare quella che dal 16 luglio sarà la sua «nuova» vita. E invece don Ovidio Vezzoli - 61 anni, bresciano - sotto un sole che abbaglia e sfinisce, lo trovi in mezzo a centinaia di ragazzini chiassosi, al centro del piazzale di un oratorio (simile al don Bosco di Salso) che accoglie ogni giorno il centro estivo parrocchiale.

Maglietta bianca, sandali, croce di legno al collo e orologio attaccato al passante del pantalone: don Ovidio - vescovo di Fidenza - fino all'ultimo resterà a guidare il Grest di Ome, paesino di tremila anime ai piedi delle montagne bresciane che lo vede impegnato in parrocchia dal novembre dell'anno scorso.

Sarà consacrato domani alle 16 in Cattedrale a Brescia dal vescovo Luciano Monari (ma saranno presenti anche i vescovi Foresti e Mazza). Domenica 16 luglio, invece, sarà Fidenza ad accoglierlo con una grande festa.

Don Ovidio, come le è arrivata e come ha accolto la notizia della nomina di Papa Francesco?

Ufficialmente è stata comunicata il 17 marzo, giorno di San Patrizio, in contemporanea a Roma, Brescia e Fidenza. Come ho detto fin da subito è stato un dono inaspettato. Lo dico con serenità interiore: non fa parte del mio dna cercare degli appoggi potenti, tanto meno piegare le ginocchia ad alcun potente. Sono geloso e ringrazio il Signore della mia libertà, che voglio mantenere fino alla fine. Per questo, per la certezza di non aver fatto nulla perché questo accadesse, non aver strategicamente studiato nessun tipo di percorso che potesse favorire una carriera più che un'altra, ho parlato di dono inaspettato.

Si è sentito all'altezza del compito che le è stato affidato?

Non amo le ipocrisie, del tipo: ''non ne sono degno...''. Sarebbe una falsità. Ciascuno ha la coscienza dei propri doni. Credo nella responsabilità di chi mi ha consegnato questo dono. Della mia responsabilità sono cosciente e così mi metto in gioco. Con molta serenità, sapendo che è un lavoro ''altro'', più difficile o più facile non lo so. E nemmeno mi importa. Cercherò di mettere tutta la mia disponibilità, tutto quello che sarò in grado di fare e che il Signore mi concederà di compiere. Precisando che, anzitutto, desidererò sempre essere me stesso. In secondo luogo tutto quello che si farà lo si farà nel nome del Signore e per il bene della Chiesa.

E quando ha saputo che era stato destinato a Fidenza cosa ha pensato? Era una Diocesi che conosceva?

No, a Fidenza ci ero passato quasi per caso il 2 giugno del 2015. Avevo visitato Parma con alcuni amici e sulla strada del rientro volevamo passare per Bobbio. Guardando la cartina abbiamo visto Fidenza, dove la guida ci segnalava una bellissima cattedrale romanica. Così ci siamo fermati e ho avuto la possibilità di contemplare questo autentico gioiello.

Negli anni scorsi si era parlato di un'eventuale soppressione della Diocesi all'interno di una riorganizzazione promossa dal Vaticano...

Sì, l'ho sentito, ma non mi sono informato più di tanto perché sono partito dal fatto che se Papa Francesco ha deciso di nominare un vescovo per questa Diocesi la questione è finita. E nemmeno mi sono meravigliato né interrogato sull'ampiezza o l'esiguità del territorio, la quantità della popolazione. La mia libertà interiore mi ha fatto cogliere che lì c'è il dono: una comunità civile, religiosa, una porzione del popolo di Dio che il Papa mi ha chiesto di servire.

Ha già incontrato sacerdoti, amministratori, alcuni rappresentanti di associazioni del nostro territorio che sono venuti a Brescia per conoscerla. Ha incontrato anche il vescovo Mazza?

Sono stato invitato alcuni giorni fa. Abbiamo passato un pomeriggio insieme. Mi ha illustrato la realtà fidentina nella sua bellezza e anche nelle sue difficoltà. Anche qui evitando la retorica. Sa, io non credo ci sia un'anticamera dell'Eden... So che è una realtà con le sue complessità, i suoi problemi. E ovviamente le sue ricchezze. Ad esempio so che il volontariato è una ricchezza enorme.

Una Diocesi che, seppur piccola, comprende due città diverse, Fidenza e Salsomaggiore, e una fetta di quella terra schietta che è la Bassa e avrà modo di conoscere...

Guardi, credo che una Diocesi molto modesta ti dia la possibilità di fare il vescovo, cioè il pastore. Che vuol dire incontrare e ascoltare le persone, cercare di entrare il più possibile nella storia reale, concreta della gente. Con i piedi per terra, senza idealizzazioni, senza ecclesiocentrismi, senza espressioni di poteri assoluti. Cominciare ad entrare con gradualità, pazienza e umiltà. Quindi credo che un territorio così ti dia la possibilità di fare veramente il pastore. Non un vescovo burocrate, ''taglia nastri'', un rappresentante religioso all'inaugurazione delle strutture. Credo che il vescovo debba fare ed essere altro.

Lei è stato per otto anni il segretario dell'arcivescovo di Brescia Foresti, quindi ha avuto modo di toccare con mano l'impegno a cui va incontro...

Sì, ho potuto constatare, perché vivevo con lui, cosa vuol dire fare il vescovo. Con difficoltà e momenti di luce, di gioia.

Le spiace lasciare la Diocesi di Brescia?

Non amo vivere di nostalgie. Ma piuttosto ho un atteggiamento di benedizione, di grazia davanti Dio per i volti delle persone incontrate, la ricchezza delle esperienze che ho avuto modo di vivere direttamente, per i tanti servizi che mi sono stati chiesti. Ma questo non deve costituire alcun retaggio nostalgico.

Cosa è accaduto subito dopo la nomina?

Il primo atto è stato una scrittura personale, indirizzata a Papa Francesco, in cui ho dichiarato di accettare il ministero affidato. Quindi, dopo l'annuncio ufficiale, ho effettuato il giorno stesso, nella cappella del vescovo di Brescia, la professione di fede e il giuramento di fedeltà a Francesco, alla Chiesa e alla sua dottrina. Poi fino ad oggi ho continuato quello che stavo facendo. Sto terminando il cammino di catalogazione del patrimonio della biblioteca diocesana e alcuni lavori quale relatore di tesi che saranno discusse tra pochi giorni. Il 7 luglio terminerò anche l'attività del Grest della parrocchia di Ome.

Il 16 luglio ci sarà l'ingresso ufficiale nella Diocesi. Che accoglienza si aspetta?

Bè, intanto so che verrò accolto al casello di Fidenza, poi mi fermerò nella chiesa di San Michele per un primo saluto alla Diocesi. Quindi sarò condotto in Municipio per il saluto del sindaco e delle autorità civili. Infine ci sposteremo a piedi in Cattedrale. La festa? Le enfasi non mi sono mai piaciute, preferisco l'essenzialità, la semplicità. Che però non fa a pugni con la cordialità, il momento di festa, la vivacità di una comunità che accoglie con gioia il suo pastore.

Ci racconti qualcosa di lei, della vocazione, del percorso di formazione e delle persone che ha incontrato durante il suo cammino.

Il primo momento che ho impresso nella memoria è la figura del mio curato, nella parrocchia di San Pancrazio, dove facevo il chierichetto e la messa la mattina prima della scuola. Lui, in maniera sempre molto discreta, ma intelligente, aveva capito che in me c'era qualcosa di altro. Quando manifestai a lui il desiderio di entrare in seminario e farmi prete lui seppe guidarmi con un'intelligenza spirituale molto raffinata. Facevo la quarta elementare: sono entrato in seminario a 11 anni, dalla prima media.

Poi ci sono i miei genitori. Non mi hanno mai detto: ma cosa ti salta in mente? Ma invece: tu devi fare quello che il Signore ti dice. Hanno sempre rispettato le mie scelte.

Altro incontro fondamentale sono stati gli educatori del seminario. Ho sempre trovato figure di veri formatori. Cinque anni prima di diventare prete, poi, ho avuto la felice esperienza della Fraternità di Spello con Carlo Carretto dove, per cinque anni, durante l'estate, ho vissuto con i piccoli fratelli di Charles de Foucauld. Per me un periodo formativo fondamentale. Come anche, dal 1981 fino ad oggi, l'esperienza vissuta nella comunità monastica di Bose con Enzo Bianchi (e da dove è appena tornato per una settimana di esercizi spirituali, ndr).

Don Ovidio, ha delle passioni particolari. E' uno sportivo?

Mi piace molto andare in bici, in mountain bike. Da una trentina d'anni, quando ho lasciato il calcio, mi piace pedalare. Sono originario delle colline della Franciacorta e di quella zona conosco bene tutti gli sterrati. Almeno una volta o due la settimana parto dalla casa dei miei, dove tengo la bici, e faccio una quarantina di chilometri. Mi piace molto, ti dà senso di libertà e ti misura le forze. Quando non ce la fai più puoi fermarti, scendere, e andare avanti a piedi. Sa, io non faccio uso di anabolizzanti… Poi mi piace molto anche il trekking, non tanto le scalate, ma camminare per rifugi e sentieri. Un'attività che ti insegnano nel seminario fin dall'inizio.

Mezzogiorno si avvicina e don Ovidio deve tornare dai ragazzini del Grest. Intanto un gruppo di agguerrite cuoche inforna melanzane farcite e gira il sugo: prepara il pranzo che sfamerà i ragazzini. I giovanissimi educatori, invece, microfono alla mano, chiamano tutti a raduno per una bella foto di gruppo con il «loro» vescovo.

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