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CORTE D'ASSISE

Fanghi e decotti per curare il cancro, «non fu omicidio»

14 luglio 2017, 07:00

Fanghi e decotti per curare il cancro, «non fu omicidio»

Per mesi ha curato il cancro con fanghi, decotti e diete depurative. Carla (il nome è di fantasia, ndr) è morta a 38 anni, nel 2006. Ma Alfonso Fabrizio, il naturopata di Albareto a cui si era rivolta, non è colpevole di omicidio volontario. La Corte d'assise ha derubricato l'accusa in morte come conseguenza di altro reato, dichiarandola prescritta. In altri termini, per i giudici, Fabrizio, esercitando abusivamente la professione medica, ha causato la morte della donna. Ma quel reato si è ormai estinto, essendo prescritto. Ipotesi colposa, dunque, come era stato prospettato all'inizio, quando il naturopata era stato rinviato a giudizio per morte come conseguenza di altro reato. Allora, però, dopo un paio di udienze, il giudice Paolo Scippa aveva firmato un'ordinanza in cui prospettava l'ipotesi di omicidio volontario. Il fascicolo era quindi tornato in procura. Il pm aveva poi riformulato l'imputazione con quell'ipotesi gravissima, chiedendo (e ottenendo) il rinvio a giudizio.

Tre ore e mezza di camera di consiglio, poi la lettura del dispositivo da parte del presidente della Corte, Pio Massa. Sia l'accusa, rappresentata dai pm Umberto Ausiello e Paola Dal Monte, che la parte civile, con l'avvocato Francesco De Luca, hanno ribadito con forza anche ieri il fatto che il naturopata sapesse che Carla aveva un tumore al seno e abbia continuato a «curarla» in quel modo, nonostante le sue condizioni continuassero a peggiorare. I giudici si sono presi 90 giorni di tempo per depositare le motivazioni, ma la procura è intenzionata a fare appello. «Le sentenze si rispettano - commenta l'avvocato di parte civile, De Luca -, ma non possiamo negare una profonda delusione».

Sedici anni, questa la richiesta fatta dai pm lunedì scorso, pur con la concessione delle attenuanti generiche prevalenti. «Una condanna che si sarebbe tradotta in un ergastolo per un uomo di 73 anni come Fabrizio - sottolinea il difensore, Andrea Maria Tomaselli -. Per questo, non possiamo che essere soddisfatti della sentenza di oggi, anche se la battaglia non è finita, perché mi pare scontato che la procura proponga appello». Da parte sua, Fabrizio (che - precisano in una nota i Testimoni di Geova - non fa più parte della congregazione e già all'epoca dei fatti non era un «anziano») aveva scandito la sua innocenza in aula, leggendo poche righe scritte su un foglio: «La signora non mi disse che aveva un tumore, ma solo delle cisti, per cui io le detti solo dei consigli per un'alimentazione corretta - aveva sottolineato -. Mai la distolsi dalla chemioterapia, dall'intervento chirurgico e dalla medicina tradizionale».

Solo menzogne per accusa e parte civile, perché nel novembre del 2004 Fabrizio avrebbe addirittura fatto sapere a Carla che era guarita, dicendole: «Non ci sono più cellule negative». Bisognerà attendere tre mesi per leggere le motivazioni, ma è molto probabile che i giudici (due togati e sei popolari) abbiano ritenuto assolutamente libera la scelta di Carla di rivolgersi a Fabrizio e seguire i suoi consigli. Eppure, il pm Dal Monte aveva sottolineato con forza: «C'è una persuasione psicologica da parte di Fabrizio. Non è vero che lei non voleva curarsi. Lei era succube. La scelta non è stata sua, ma di Fabrizio: lui l'ha convinta ad aderire a questa cura scellerata che l'ha portata alla morte».

Ma per la Corte non fu un omicidio volontario. Nessun dolo da parte del naturopata, «solo» un esercizio abusivo della professione che poi ha portato alla morte (colposa) della donna. Un'accusa, però, che - salvo futuri ribaltamenti processuali - non avrà conseguenze per Fabrizio. Il reato è stato sepolto dal tempo. G.Az.

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