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La storia

Daniela, 36 anni: «Io disabile messa alla porta dall'Inps»

15 luglio 2017, 07:02

Daniela, 36 anni: «Io disabile messa alla porta dall'Inps»

Chiara Pozzati

Tutti siamo uguali. O forse no, c’è chi è più forte. Prendiamo Daniela Deplano Ghiorsi, 36 anni: una maga del computer, un diploma in tasca, dieci anni di lavoro alle spalle, ma soprattutto la capacità di prendere la vita di petto. Anche se parlare e muoversi per lei sono un’impresa.

«Sono stata messa alla porta dall’Inps. Dopo dieci anni di servizio sono stata accantonata dallo Stato».

La sua disabilità fisica - sulla carta al 100% - è stata provocata da un’encefalite virale presa da una zecca quando aveva solo 14 mesi. Spesso è costretta alla carrozzella, i suoi fedeli compagni sono carta, penna e pc: «Non ho deficit cognitivi o ritardi mentali, devo solo fare i conti con un corpo che fa i capricci». E’ stata lei a chiamarci, una delle tante voci solidali con la ragazzina "ripudiata" dalla cena di classe, perché in carrozzella. «Non vi dico come mi sono sentita dopo aver letto l’articolo. Anch’ io sono una ragazza diversamente abile e ho vissuto il "bullismo" dello Stato». Dopo dieci anni dietro la scrivania dell’Inps, grazie alla convenzione stipulata dall’ente col Comune, è stata semplicemente «accantonata, messa da parte: non è stata rinnovata la convenzione». «Questo nonostante la mansione che svolgevo fosse totalmente a carico del Comune: sia i 200 euro di stipendio, sia l’assicurazione - spiega la giovane attraverso la penna virtuale -. All’Inps era "richiesta" solo una scrivania». Facciamo un passo indietro. Nel 2005 Daniela approdò negli uffici Inpdap di borgo Felino, «mi occupavo del calcolo del Tfr», prosegue con un pizzico d’orgoglio. Tutto filò liscio fino al 2013, anno in cui divenne "effettivo" - per usare il più squisito burocratese - l’assorbimento dell’Inpdap da parte dell’Inps. «In quell’anno venni trasferita in viale Basetti. Tutto andò bene fino al giorno dell’antivigilia di Natale 2015, quando mia madre ricevette la comunicazione ufficiale dell’Inps sul mio stop. Da gennaio del 2016 non avrei più potuto continuare a lavorare. Sarei stata contattata prima da Bologna e poi da Roma per un rendiconto sul lavoro svolto, che in seguito sarebbe toccato agli stagisti delle università. Tutto nonostante il parere favorevole del Comune, che aveva già consegnato le carte per il rinnovo del contratto». Tutto finito, «dopo dieci anni sono stata semplicemente messa alla porta. Nonostante il servizio prestato con passione. Credo che il lavoro sia sacro per tutti, ma resto fermamente convinta che sia più difficile per chi è disabile riuscire a trovare un impiego alternativo». Ecco perché Daniela non si è arresa e, sempre grazie alle mail, è arrivata a scomodare il Presidente della Repubblica: «In varie trasmissioni televisive ho notato che Mattarella era alquanto sensibile al tema della disabilità, per questo ho scritto anche a lui raccontandogli tutto. La risposta dal segretariato generale della Presidenza della Repubblica è stata deludente: "Per dovere d’ufficio, si trasmette l’unita lettera che la persona in oggetto ha inviato al Presidente della Repubblica". A mio giudizio si sono solo limitati a trasmettere la mia missiva all’Inps al quale avevo già scritto. Ora mi chiedo: la sensibilità nei nostri confronti da parte del Governo può essere limitata a due righe? A tutt’oggi la mia situazione non è cambiata: sono ancora a casa, senza lavoro, rammaricata dal comportamento delle istituzioni. Ma, grazie a quel che è successo a quella ragazzina, ho trovato la forza di denunciare. Di raccontare le battaglie di chi come noi è considerato diverso».

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