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TRIBUNALE

Stupro di via Testi, tre condanne

15 luglio 2017, 07:03

Stupro di via Testi, tre condanne

Chiara Pozzati

Quattro anni e otto mesi di reclusione per i due parmigiani. Altri quattro per il romano.

Ieri, a sette anni da una delle violenze sessuali più squallide degli ultimi tempi, l'ultima udienza, con la condanna in primo grado per Francesco Concari, 31 anni, per il 27enne Francesco Cavalca – entrambi di Parma - e per il 25enne romano Valerio Pucci.

In una notte buia come il catrame una giovane mantovana, all'epoca dei fatti appena 18enne, venne brutalizzata. Violentata per ore nell'ex sede della Rete antifascista di Parma in via Testi. Lasciata nuda e dolorante su un tavolo, segnata dentro, sola sulla via di casa. La sentenza è arrivata attorno alle 21,30, ultimo atto di una giornata vorticosa. Due ore prima che il collegio giudicante, presieduto da Mattia Fiorentini, sciogliesse le riserve. Per i giudici sono stati loro a gettarsi addosso alla giovane del tutto indifesa per abusarne a turno.

I video di un vecchio Nokia di uno degli imputati, la prova regina, la ritraggono immobile, incosciente. Il suo corpo usato come “oggetto inanimato” secondo il Tribunale del riesame di Bologna a cui avevano fatto appello i tre. Solo Concari, difeso da Paolo Moretti e Michele Villani, ha partecipato all'udienza. T-shirt nera, jeans scuri, barba incolta, berretto da baseball da sfoderare appena fuori dall'aula. Impossibile intercettare le reazioni dietro la porta, chiusa al pubblico. Era l'unico presente, se n'è andato poco prima della sentenza. Lontani invece Cavalca e Pucci. Il primo difeso dagli avvocati Giorgia Donata Cappelluto e Manuela Mulas, il secondo dai legali del foro capitolino Simone Pascale e Luca Marafioti.

In aula dall'inizio alla fine anche la vittima, oggi 25enne, abito scuro ed espressione smarrita. Al suo fianco l'avvocato mantovano Alessandro Ferrari, che l'ha seguita in ogni fase di un processo delicato. «Hanno messo in dubbio l'onestà intellettuale della mia assistita. Credo che questa sentenza parli da sola», si lascerà sfuggire poco prima di mettersi in viaggio verso casa. Fuori, nel corridoio, una dozzina di amiche col cuore in gola. Giovani donne arrivate alla spicciolata per sostenere la ragazza.

Un'inchiesta in salita fin dalla prima ora, anche perché la giovane ha seppellito l'incubo dentro di sè. Non ha mai denunciato: non una parola in famiglia o con gli amici. Anche se c'era chi sapeva, chi aveva visto, chi l'apostrofava con un nomignolo crudele quando la incrociava a Parma. Lei si è limitata a tagliare i ponti con la nostra città, con quei tre aguzzini che prima considerava amici. Fino a due anni fa, quando il terribile segreto sepolto da tempo e dolore è affiorato grazie alle indagini del Nucleo investigativo dei carabinieri.

Una storia atroce, un'inchiesta scivolosa, un processo a cui arrivare è stato parecchio complicato. E che, fino all'ultimo, ha lasciato col fiato sospeso visto che le difese hanno tentato di calare l'asso giusto ieri. Sono stati prodotti alcuni frame di video di quella sera per dimostrare una consapevolezza da parte della vittima durante i rapporti sessuali. Nulla di fatto. Gli imputati sono stati anche interdetti ai pubblici uffici per cinque anni e, oltre al pagamento delle spese processuali, dovranno risarcire la ragazza con 21mila euro. Ma è stata vera battaglia. A cominciare dall'ottenimento delle misure cautelari. Il gip aveva infatti respinto la richiesta di domiciliari per i tre indagati, ma il sostituto procuratore Giuseppe Amara, si era rivolto al Riesame.

I giudici di Bologna avevano invece stabilito gli arresti per tutti e tre. A quel punto per non finire ai domiciliari i tre si erano rivolti alla Cassazione: ma non c'è stato nulla da fare. Solo per Cavalca si è dovuto pronunciare di nuovo il riesame, ma alla fine è finito anche lui ai domiciliari. Come abbiamo detto, inchiesta complicata. All'inizio erano in sei ad essere sospettati di questo squallido reato. Per uno di loro era stato lo stesso pubblico ministero a chiedere l'archiviazione, dopo aver accertato che si trovava all'estero quando il branco ha abusato della vittima.

La posizione del quinto ragazzo coinvolto nell'inchiesta è stata invece stralciata per un vizio di forma: vive edè stata disposta nuova notifica degli atti. Assolto un sesto giovane che aveva scelto il rito abbreviato: sempre rimasto a piede libero, non compariva nel filmato finito sotto sequestro. Ma questa storia non finisce qui.

In quattro sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza altri quattro giovani. Si tratta di due parmigiani, il 23enne A.S. e il 29enne D.D.P. , del 28enne R.G., residente in provincia di Reggio emilia, e, un po' a sorpresa di una ragazza, la 26enne milanese M.D.P. Erano tutti al corrente della violenza, tutti “amici” pronti a chiamare la vittima per mettersi d'accordo sulla versione da fornire agli inquirenti. Una versione ovviamente a favore degli stupratori. Secondo l'accusa i loro approcci sono stati velatamente minacciosi e le loro deposizioni (all'epoca rese come testimoni) tese a inquinare le prove.

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