Sei in Archivio bozze

L'intervista

«Io, violentata due volte»

Stupro di via Testi, parla la vittima: "Per anni mi hanno chiamata infame". "Sono grata alla giustizia"

di Chiara Pozzati -

16 luglio 2017, 07:03

«Io, violentata due volte»

«Dopo la lettura della sentenza ho barcollato. Mi sono dovuta sedere per non svenire. Indescrivibile quello che ho provato: ero paralizzata, un blackout nell’anima. Fino all’ultimo temevo li assolvessero e la condanna è stata un traguardo fondamentale per trovare un briciolo di serenità».

Impossibile sciogliere il groviglio d’emozioni di Sara, la chiameremo così, 25 anni e il bisogno di normalità. Per la prima volta parla, sette anni dopo lo stupro di gruppo subito nell’allora sede del collettivo Rete antifascista di Parma. Affiorano brandelli dell’incubo, di un processo a tratti crudele, degli insulti che le hanno rovesciato addosso i cosiddetti compagni, arroccati in difesa dei violentatori.

«Mi hanno chiamata infame»

«In questi anni mi hanno chiamata infame migliaia di volte, sono stata presa a schiaffi, insultata, cacciata da alcuni locali che frequentavano Concari, Cavalca e Pucci (i giovani condannati l'altro ieri a una pena complessiva di 13 anni e 4 mesi). Mi hanno perfino minacciata. Ed è forse questo che fa più male. Questa rete di omertà, che mai mi sarei aspettata. Questo e l’atteggiamento degli avvocati durante il processo: la mia vita è stata dissezionata, come se fosse stata colpa mia. Come se avessi voluto tutto quel che mi è capitato».

E’ il day after la condanna in primo grado dei due parmigiani, Francesco Concari, 31 anni e Francesco Cavalca di 27, e del 25enne romano Valerio Pucci. Il sostituto procuratore Giuseppe Amara - che in tutto questo tempo non si è mai arreso - aveva chiesto 9 anni di reclusione. I giudici non hanno riconosciuto le aggravanti legate alla droga, la pena è stata dimezzata, ma per tutti e tre è scattata l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Perenne invece il divieto a tutti gli uffici frequentati da minori. Secondo la sentenza non potranno assumere incarichi in nessuna scuola, istituzione o struttura a cui accedono persone con meno di diciott’anni.

«Non posso dire di essere felice: nessuno mi restituirà quella che ero. Però sono grata alla giustizia, a chi ha creduto in me fin dall’inizio. In particolare ringrazio il pubblico ministero che ha fatto davvero un gran lavoro».

Quella sera maledetta

Difficile tornare all’abisso, a quella sera di svago diventata un inferno. «Era la festa delle Barricate del 2010, ero venuta a Parma in treno, con un’amica. Mi messaggiavo con Concari, perché in quel periodo mi piaceva - la voce si spezza ma è solo un attimo -. E’ stato lui a propormi di passare la serata insieme, sennò sarei tornata a casa in treno. Mi è venuto a prendere in macchina, ero anche emozionata. Poi ha deciso tutto: “Devo passare dalla Raf per lasciare giù delle cose”, mi ha detto, “ci metto un attimo e ce ne andiamo”. Quando siamo arrivati in via Testi gli ho detto che l’avrei aspettato in macchina, ma lui ha insistito perché salissi. Forse aveva già un’idea in testa».

Non vuole aggiungere altri dettagli, le cicatrici fanno ancora troppo male. «Alcuni di loro li conoscevo, altri mai visti».

La giostra dello squallore ha preso a girare, senza che lei potesse fermarla. «Mai mi sarei aspettata una cosa del genere da chi si riempie la bocca di slogan sulla democrazia, di chi organizza manifestazioni per la libertà e per le donne. E’ un aspetto che più mi ha deluso, è stata quasi una seconda violenza. La stessa gente che, quando la verità è venuta a galla, ha continuato a coprirli. A deridermi o, peggio, a screditarmi. Ho ricevuto anche tanti attestati di solidarietà, ma il muro di omertà di alcuni collettivi ha retto eccome: e non si parla di uno o due persone».

Sul capitolo indagini, Sara preferisce glissare: «E’ dura, perché devi rivivere tutto. Ma a sconvolgermi è stato l’atteggiamento delle difese durante il processo. Anche ieri (venerdì ndr) fino all’ultimo hanno tentato di ribaltare la verità. Riproponendo quegli odiosi frame dei video. Volevo uscire, ma sono rimasta fino alla fine». Sequenze ancora lì, a bruciarle il cervello, a svuotarle l’anima. Però non ha mollato, non si è mai allontanata dal Tribunale. Perfino Concari, l’unico condannato presente in aula, se n’è andato prima della sentenza. Berretto in testa, ha lasciato vicolo San Marcellino, mentre i giudici si consultavano dietro una porta chiusa.

Sara si sente «violentata» anche dall’atteggiamento dei quattro giovani, fra cui una ragazza, rinviati a giudizio per favoreggiamento e falsa testimonianza. «Per questo voglio sedere in aula anche a quel processo. Ma per ora non voglio pensarci». Per il momento chiede solo di tornare alla normalità.

«Un prezzo altissimo»

«In questi anni non riuscivo a pensare ad altro che a questo, è stata durissima. A volte dopo le prime sentenze uscivo per distrarmi e incontravo qualcuno che li conosceva e m’insultava per strada».

La condanna le ha restituito fiducia nella giustizia, «ma ho pagato un prezzo altissimo e ho bisogno di voltare pagina».

Spera di poter dormire una notte filata, senza dover cacciare quei fantasmi che l’hanno torturata fino a ieri. L’ultima domanda è la più delicata, le occorre tempo e un gran respiro prima di rispondere: «Perché non ho denunciato? All’inizio volevo solo dimenticare. E confesso che avevo paura di ritorsioni. Ma una cosa mi sento di dire: è fondamentale parlare delle violenze almeno con le amiche, anche per sopportare quello che accade dopo. Insieme a me nell’ultima udienza c’erano una dozzina di ragazze. Con alcune ci frequentiamo da sempre, altre le ho conosciute e mi sono state vicino in questo periodo terribile».

Un muro di solidarietà senza colore, partito o nome, che per fortuna non si sgretola.