Sei in Archivio bozze

Intervista

Malori: «Ora la vita me la mangio»

16 luglio 2017, 07:00

Malori: «Ora la vita me la mangio»

Alberto Dallatana

E' come se, annunciando lunedì scorso l’addio alle competizioni, Adriano Malori abbia scritto la parole fine al suo primo romanzo. Iniziato quando a sette anni salì per la prima volta in sella ad una bici e terminato, di fatto, per colpa di una buca, il 22 gennaio 2016 alla Vuelta San Luis. Per il ventinovenne traversetolese è ora di cominciare a scrivere nuove pagine, custodendo per sempre i ricordi di una carriera che lo ha collocato tra i migliori cronomen italiani di sempre.

Malori, avrebbe mai immaginato che potesse finire così?

«Certo che no. Ho sempre immaginato di concludere la mia carriera con molti titoli italiani a crono, un campionato del mondo dei professionisti e una medaglia olimpica. Invece è andata diversamente e devo cercare di accettare la realtà»

Quanto è difficile riuscirci?

«Neanche troppo, tutto sommato non ho rimpianti. So di avere avuto un incidente gravissimo e di aver raggiunto un livello di recupero che dagli stessi medici è stato definito incredibile. Devo guardare avanti, non indietro. È stata una battaglia lunga e dura contro quel 22 gennaio 2016. Ho vinto io, anche se non del tutto».

Quello che aveva appena iniziato la stagione 2016 era il Malori più forte?

«Sono convintissimo che sarebbe stata la mia stagione migliore. Ero stupito dal fatto che, pur avendo pianificato un inverno tranquillo, pensando più che altro alla seconda parte di stagione, a San Luis andassi già forte. Nella prima tappa, una cronosquadre, siamo arrivati secondi, ma ho tirato praticamente solo io».

Facciamo un lungo passo indietro: qual è il primo ricordo di una gara in bicicletta?

«1995, a Rolo. Correvo nella Divino Frutta, ero in testa ma smisi di pedalare a venti metri dall’arrivo, così fui superato. Avevo sette anni ed evidentemente dovevo ancora comprendere il funzionamento del ciclismo».

La prima vittoria?

«Sempre quell'anno, nella categoria G1, a Reggio Emilia. Si arrivava in Piazza della Vittoria e ricordo anche che, quella sera, andai poi a vedere una partita del Parma al Tardini. Da bambino seguivo pure il calcio, poi l’ho mollato».

E l’ultima invece?

«Al Tour du Poitou-Charentes (il 27 agosto 2015, ndr), battendo Tony Martin a meno di un mese dal mondiale di Richmond (dove poi Malori fu secondo alle spalle di Kiryienka, ndr). Fu un segnale molto incoraggiante per me».

La più bella?

«La crono finale della Vuelta di Spagna 2014, con arrivo a Santiago de Compostela, ma la più emozionante è stata la vittoria del Mondiale di Varese nel 2008. Anche la tappa della «Tirreno», davanti a Cancellara, Wiggins, Martin e Dumoulin merita un posto speciale».

La gara che avrebbe voluto vincere?

«Più delle vittorie che non potrò conquistare, il grande rammarico è quello di non aver partecipato ad una Olimpiade. Mi ero qualificato per Rio, ero andato a visionare il percorso dieci giorni prima di quella maledetta caduta…».

Al Mondiale di Richmond fece molto bene, conquistando un argento che, per sette secondi, poteva essere oro. A ripensarci ora, senza più possibilità di replica, brucia di più?

«Non sarebbe consolatorio smettere di correre da campione del mondo. Anzi, forse farebbe ancor più male».

C’è qualcosa che non rifarebbe?

«Tornassi indietro, andrei alla Movistar molto prima (vi approdò nel 2014, dopo quattro stagioni alla Lampre, ndr). In questa squadra ho trovato il meglio: ambiente, compagni, competenze. E nei momenti difficili sono stati come una famiglia».

C’è un compagno di squadra, di tutti questi 22 anni, col quale vorrebbe correre nuovamente fianco a fianco anche solo per un giorno?

«Indubbiamente Michele Scarponi, un amico vero. Pensate che, quando ero in ospedale a San Luis, lui ed Eros Capecchi si finsero miei compagni di squadra della Movistar (correvano invece nell’Astana, ndr) per venirmi a trovare. La sua morte mi ha fatto molto riflettere e capire ancora una volta che a me sarebbe potuta andare molto peggio».

Qual è il compagno più forte che ha avuto?

«Di gran lunga Alejandro Valverde: ha una classe incredibile e mi spiace per l’incidente che ha avuto al Tour, ma sono convinto che si riprenderà».

Chi è stato l’avversario più ostico?

«Ho avuto la sfortuna di incontrare cronomen come Cancellara, Martin e Wiggins, no più forte dell’altro. Oggi manca uno nettamente superiore agli altri, c’è più livellamento e vince chi sta meglio quel giorno. Ma è meglio se non ci penso…».

A Rio ha vinto Cancellara, al Mondiale di Doha si è imposto Martin. Malori come sarebbe andato?

«Alle Olimpiadi Fabian è stato troppo forte. Ma credo proprio che sarei andato a medaglia. Al Mondiale penso che avrei vinto, non ho paura a dirlo».

E il record dell’ora? È vero che ci stava pensando?

«Sì, lo ammetto: mi stuzzicava. Probabilmente lo avrei tentato nel giro di due o tre anni».

In quale delle sue squadre c’era il gruppo più unito?

«Nei due anni da Allievo, alla Bagnolese-Davoli (2003-2004, ndr). Correvo con gente come Mirco Bertolani e Alessandro Saguatti, con i quali siamo grandi amici tuttora. Sono stati anni bellissimi».

Quand’è che Adriano Malori ha capito di poter fare strada nel ciclismo?

«Quando da Allievo primo anno ho vinto la mitica Lugo – San Marino, arrivando da solo. E poi ne ho avuto conferma due stagioni più tardi, nel 2005, al primo anno da Juniores (nella Nial – Nizzoli, ndr), quando sono stato anche convocato in Nazionale e ho vinto alcune gare importanti».

L’amore per le crono quando è sbocciato?

«Al secondo anno tra gli Juniores, quando ho vinto il campionato italiano e messo al collo il bronzo europeo. Ho capito che poteva essere la mia strada. Il progetto "Bracciale del cronoman" voluto dalla Federazione, con tante gare giovanili, è stato utilissimo. Oltre a me erano emersi altri atleti, come Coledan, Borchi e Balloni. Oggi purtroppo ci sono poche gare per i giovani».

È vero che fu il suo vecchio mentore Gilberto Zeccarelli (scomparso nel 2009, ndr) a indicarle la strada per il professionismo quando aveva appena tredici anni?

«In un certo senso sì: un giorno era a pranzo a casa mia, stavamo guardando la Parigi-Roubaix. Esclamai che mi sarebbe piaciuto vincerla un giorno e lui, in dialetto, mi disse che non era poi difficile, che sarebbe bastato fare un passo dopo l’altro. La mia carriera è stata così: ho fatto un passo alla volta, crescendo anno dopo anno».

La Parigi-Roubaix però le è risultata piuttosto indigesta…

«Purtroppo sì. Quando, già dalle ricognizioni, vedi che entrando nei tratti in pavé non vai avanti, capisci che non fa per te».

Riesce a guardare il ciclismo in televisione?

«L’anno scorso facevo molta fatica, perché pensavo che a quelle gare avrei partecipato. Ora è diverso, è già un po’ meno doloroso».

C’è oggi in Italia un cronoman che somiglia a Malori?

«Sì, Filippo Ganna (ventunenne della UAE-Emirates, campione del mondo 2016 nell’inseguimento individuale, ndr). L’ho conosciuto personalmente, penso che abbia grandi margini di miglioramento».

Malori continuerà ad andare in bicicletta?

«Certo, andare in bici mi piace e continuerò a farlo. Ovviamente con ben altri ritmi».

Com’è il bilancio di quanto fatto in carriera?

«Assolutamente positivo. Negli ultimi dieci anni ho ottenuto risultati che molti non raccolgono in un’intera carriera».

Cosa c’è nel suo immediato futuro?

«Mi sto formando per diventare un tecnico. La mia intenzione è quella di specializzarmi sulle crono. Parto già da una certa esperienza in materia».

Ha provato ad immaginare come sarà ora la sua vita quotidiana?

«Fa un certo effetto svegliarsi la mattina e non dover pensare ad uscire in bici per ore. Ma quel giorno prima o poi sarebbe comunque arrivato, magari tra sei anni, invece eccolo qua. Evidentemente era destino».

Totti, nel giorno del suo addio all’Olimpico, ha rivelato di provare un po’ di paura per il futuro. Lei ne ha?

«No. Sono convinto che, dopo ciò che mi è capitato e per come ne sono uscito, ora la vita me la mangio».

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal
 

SALUTE

Alito pesante? Non è solo questione d'igiene

Spazzolino, filo interdentale, colluttori devono essere un rito fin da piccoli Ma spesso l'alitosi è sintomo di malattie che vanno indagate: gola, reni,  fegato, polmoni, come affrontare il problema