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MASSACRO

Solomon davanti al giudice: «Faccio uso di droga»

18 luglio 2017, 07:03

Solomon davanti al giudice: «Faccio uso di droga»

Georgia Azzali

Ha sognato la gloria, Solomon. E per un po' ne ha assaporato il gusto: per cinque volte ce l'ha avuta sulla pelle la maglia del Parma. Poi, la parabola discendente dalla A alle serie minori. Saltava gli allenamenti, inventando ogni tipo di scuse, ma probabilmente già in quel momento qualcosa si era infranto. Ogni tanto, uno spinello con gli amici: forse risale a quel periodo la scoperta dell'illusione dello sballo. Certo è che, durante l'udienza di convalida del fermo, Solomon Nyantakyi l'ha buttata fuori quella verità. «Faccio uso di marijuana», ha detto a San Vittore, davanti al gip milanese Manuela Scuderi. Un uso abituale, ma non poco prima del massacro. Per prepararsi a colpire la madre e la sorella di 11 anni.

Non parla di cocaina, pasticche, o altre sostanze allucinogene: «solo» erba. Ma, al di là del tipo di sostanza, non avrebbe fumato spinelli quel primo pomeriggio dell'11 luglio. Parole che comunque non possono trovare riscontro: il ragazzo è stato bloccato alla stazione centrale di Milano circa 18 ore dopo l'omicidio, e al suo ingresso a San Vittore non è stato sottoposto a nessun test tossicologico.

L'«erba» e le altre sostanze

Ma la marijuana non basterebbe a «spiegare» l'orrore, anche se Solomon l'avesse fumata poco prima di aggredire la madre Patience e la sorella Maddy. Troppo poco per capire come è maturato il duplice omicidio. E lui non spiega. Non fa scena muta davanti al gip, come la legge gli avrebbe consentito, ma non approfondisce il movente. Le sue parole sono concentrate in una decina di righe di verbale. Quel pomeriggio, poco dopo il pranzo, c'era solo lui, insieme alla madre e alla sorella nell'appartamento di via San Leonardo 21. Il fratello Raymond, operaio metalmeccanico, stava facendo il suo turno di lavoro. «C'è stato un litigio con mia madre», ripete Solomon davanti al gip.

La «banalità» del movente

Non aggiunge altro e non dice nulla su quella discussione. E allora bisogna scavare nel passato: in quei confronti serrati tra lui e la madre, anche dopo che il padre Fred era partito per Londra alla ricerca di un futuro per la famiglia. Ma per ora si possono solo abbozzare ipotesi: Solomon che non ha più una strada nel calcio, ma non fa nulla per costruirsi un altro destino, e la madre che lo incalza. Forse Patience sospetta o ha già la certezza che si droghi, perché magari le richieste di soldi sono sempre più pressanti. E forse i toni diventano mese dopo mese, giorno dopo giorno, sempre più duri. Fino all'atto finale.

Ci sono delitti di una crudeltà «banale». Esplosi per ragioni mediocri. A volte insulse. Eppure, in questo caso troppe tessere del mosaico non sono ancora al loro posto. Se la madre è stata uccisa al culmine di una discussione, perché ammazzare anche Maddy? Un testimone scomodo, si potrebbe pensare. Ma Solomon sapeva che il fratello Raymond sarebbe tornato a casa quella sera, dopo il lavoro. Ed è stato proprio Raymond ad avere subito il quadro drammaticamente chiaro. Poco dopo essere entrato in casa, aveva telefonato al figlio del presidente della comunità ghanese dicendo: «Solomon ha fatto una cosa brutta». Al di là di questo, però, perché accanirsi anche sul corpo della sorellina? Solomon ha infierito sui cadaveri, dopo quel massacro a colpi di coltello e mannaia.

Vacilla il delitto d'impeto?

Per ora il pm Paola Dal Monte, che coordina l'inchiesta portata avanti dalla Squadra mobile, ha contestato al ragazzo il duplice omicidio aggravato dall'uccisione dell'ascendente, per la morte della madre. Ma siamo alle battute iniziali. La strada del doppio delitto d'impeto potrebbe essere in salita. Così come non è escluso che possa essere la stessa procura - per fugare ogni dubbio - a chiedere al gip la perizia psichiatrica su Solomon. Ma si attendono anche le risposte delle autopsie per scrivere con più precisione la trama di quel drammatico pomeriggio. L'appuntamento è per giovedì: l'incarico verrà affidato ai medici legali Domenico Castaldo, Paolo Tricomi e Darica Soprani. Ci sono quelle lesioni devastanti da spiegare. Quella furia di colpi che forse ha origini lontane.

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