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Storie

Umberto, il mediatore centenario

19 luglio 2017, 07:00

Chiara Cabassi

Può raccontare tutto il ‘900 Umberto Del Poggetto. Classe 1917, ha festeggiato in allegria e con una grande partecipazione nella sala della comunità parrocchiale di San Leonardo il traguardo del secolo. Nato a San Polo di Torrile in una famiglia di agricoltori, ultimo di otto figli, è stato cresciuto dalla maggiore, Giuseppina, perché a 18 mesi ha perso la mamma. La vita è andata avanti: la scuola, fino a 11 anni, poi inizia a lavorare coi fratelli nei campi. Arriva il tempo del servizio militare, in aeronautica.

Umberto è alto, biondo, con un portamento signorile. A Roma fa parte del «cordone», il servizio d'ordine per le apparizioni di Mussolini e di Hitler. Nel ‘40 viene richiamato. «Eravamo andati tutti in piazza Garibaldi con la bicicletta per ascoltare la dichiarazione del Duce dagli altoparlanti. Era una sera di giugno e a Chiozzola era previsto ballo liscio, ma la piazzetta era deserta. Dopo poco partii per la Grecia come fante». Racconta svelto Umberto, ancora lucidissimo. «Nel ‘43, la sera dell'8 settembre, proiettavano un film di Aldo Fabrizi. Cominciarono tutti a brindare, ma io non ero sereno». Dopo qualche giorno i tedeschi lo fanno prigioniero. Umberto, che non ha aderito alla Repubblica di Salò, viene scortato dal Peloponneso ad Atene: 280 chilometri a piedi verso un treno che lo porta in Austria.

«C'era bisogno di braccia per i campi perché tutti gli uomini erano al fronte. Il lavoro lo conoscevo e me la cavavo anche con il tedesco. Sono stato in una fattoria fino all'aprile del ‘45».

Poi, all'arrivo dei russi, è destinato a riparare i danni di guerra. «Per i russi gli italiani erano tutti fascisti. Ci avevano assegnati ad un campo in Ucraina. Siamo saliti su una tradotta verso Budapest, 37 giorni senza mai scendere». Lo salvano gli accordi di Potsdam: gli americani prendono in consegna gli italiani e iniziano i rimpatri, verso una vita comunque dura. «I capifamiglia non lavoravano. Mio padre ci faceva partire verso i campi, ma lui giocava a briscola fino a sera».

Umberto era sopravvissuto, aveva voglia di arrivare, e in guerra aveva capito che poteva contare sulla sua innata simpatia. Compra un podere, ma poi molla la terra e apre un negozietto di generi alimentari, dove vende anche i frutti dei suoi campi. «Avevo una Topolino e, quando me lo chiedeva, accompagnavo, per 50 lire, una vedova al cimitero. Un giorno mi ha spiegato che cercava un appartamento per la figlia». Tra una chiacchiera e l'altra, al bar, Umberto scova l'immobile giusto. «Al rogito mi hanno dato 10 mila lire ciascuno, venditore e compratore. Sono tornato a casa, ho chiuso il negozio e mi sono iscritto al corso della Camera di Commercio per diventare mediatore».

Sono anni effervescenti nel mercato immobiliare di Parma, Umberto si muove bene. Chi si sposta a Parma da Colorno, Torrile e dintorni cerca casa da Del Poggetto che, nel frattempo, da Pizzolese si è trasferito al San Leonardo, con la moglie Silena e la piccola Lucilla. E' un susseguirsi di acquisti e vendite. Per lui e per i clienti.

«Tre traslochi in cinque anni. Dalle finestre dell'appartamento di via Genova vedevamo Rocco Bormioli camminare per gli impianti della vetreria per controllare il lavoro degli operai».

L'ufficio di Umberto è la piazza. Con il cucchiaino del caffè si mescolano anche le trattative. Oggi Umberto è ancora un vivace giocatore di briscola, autonomo, pur accudito dall'unica figlia, preside prima della scuola di Sorbolo e poi della Ferrari. Umberto sente ancora i passi, le pedalate, i chilometri fatti con la sua Topolino su e giù per le strade della Bassa, ricorda le cifre pagate e incassate, i proprietari, i metri e le biolche, i fatti e i visi. Perché il secolo di Umberto è stato denso, vitale, intraprendente e costruttivo, il secolo di un uomo scaltro ma onesto, che ha mischiato terra, lavoro, opportunità e passione. Come gli emiliani sanno fare.

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