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EDITORIALE

Brexit, un pasticcio colossale

di Aldo Tagliaferro -

08 settembre 2017, 18:05

A quasi sei mesi dall'attivazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona per far uscire il Regno Unito dall'Ue e 441 giorni dopo il voto referendario che sancì la volontà del popolo britannico di lasciare l'Unione, c'è una sola, sconcertante e incontrovertibile certezza: la Brexit è un colossale casino. Scusate il francesismo, ma i primi tre round negoziali tra Londra e Bruxelles non hanno prodotto nulla e la Gran Bretagna è avvitata su sé stessa. Basta sfogliare qualsiasi giornale inglese - dai tabloid popolari al compassato Times - per avere quotidiana conferma di una profonda sensazione di smarrimento in un popolo cresciuto a pane e democrazia e che quindi non può mettere in discussione la legittima vittoria popolare (oggi due terzi dei britannici ritengono corretta l'uscita dall'Ue) ma è frastornato dal governo di Theresa May, indebolito dal voto e dilaniato al proprio interno. Anzi, ogni volta che tenta una mossa peggiora le cose rendendo la Brexit una crisi sociale prima ancora che economica.
Limitandoci alle ultime ore, Theresa May è inciampata tre volte: l'intenzione di varare drastiche misure sull'immigrazione europea dal 2019 ha sollevato un violento coro di critiche da parte di aziende, politici (inclusi i ministri Amber Rudd e Damian Green!), università e analisti costringendo all'ennesimo imbarazzato cambio di rotta. Seconda perla: la May nel tentativo di riconquistare la City, avversa alla Brexit, ha inviato un lettera ai dirigenti di grandi società, un'intrusione maldestra poco apprezzata dall'opinione pubblica. Infine proprio ieri è iniziato l'apparentemente innocuo dibattito parlamentare sulla legge quadro che revoca la normativa europea (Brexit Repeal Act) e i laburisti si sono messi di traverso, pronti a votare contro magari contando di avere al loro fianco i conservatori più europeisti.
Sulle tre questioni fondamentali - il salatissimo conto da pagare a Bruxelles per gli accordi già sottoscritti sul budget al 2020, il confine con l'Irlanda e i diritti dei 3,2 milioni di cittadini europei in UK - non si è fatto un solo passo ma il ministro per la Brexit David Davis imbonisce l'opinione pubblica sostenendo che ci sono «buone prospettive» per un accordo di transizione. Con fare gattopardesco sembra che Londra cerchi di cambiare tutto per non cambiare niente ma semplicemente non può pensare di chiudere le frontiere a piacimento e di usufruire al tempo stesso dei vantaggi del mercato comune. L'Europa gongola: i 27 - per ora - sono compatti e comunque fino al voto tedesco del 24 settembre se ne stanno tranquilli.
La verità è che dal 23 giugno 2016 la Gran Bretagna è più povera: la sterlina è precipitata di oltre il 20%, l'inflazione corre (+2,6%) mentre gli stipendi non tengono il passo (+2,1%) e i consumi ristagnano per il diminuito potere d'acquisto. Le cose difficilmente miglioreranno perché il Regno Unito importa almeno la metà di ciò che consuma (e la bellezza del 44% del suo interscambio avviene con l'Ue) e sarà in una posizione di debolezza nel chiudere nuovi accordi commerciali. Non solo: Londra oltre alle merci da sempre importa anche capitale umano di qualità dall'Europa e oggi che l'incertezza regna sovrana in tanti stanno preparando il trasloco. Francoforte gongola: la meta più probabile della transumanza finanziaria prevede in cinque anni l'arrivo di diecimila lavoratori da colossi del calibro di Goldman Sachs, Morgan Stanley e Nomura. E allora torna alla mente un grande classico: nebbia sulla Manica, il Continente è isolato...

atagliaferro@gazzettadiparma.net