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REPORTAGE

Profondo rosso: in piazza a Soragna per difendere Peppone...

08 ottobre 2017, 07:00

Profondo rosso:  in piazza a Soragna per difendere Peppone...

Roberto Longoni

Profonda Bassa, profondo rosso. Tutte insieme, tante bandiere scarlatte da chissà quanto non le si vedeva. Ai tempi dei comizi oceanici sarebbero state niente, ma ora è tutta un'altra storia. Come un secolo fa, quando cadde lo Zar, è ottobre. Da allora sono caduti anche muri e cortine, regimi e granitiche certezze costruiti in nome della dittatura del proletariato. Cento anni, e c'è da passare dalla rivoluzione alla risurrezione: riesca all'uomo nuovo ciò che l'uomo di sempre ha fallito. Ha da veni' Baffone (ma che il mancato arrivo sia stato un bene qualcuno ora l'ammette), ha da torna' Peppone. E Peppone torna in svariate forme. Di entrambi i sessi e di tutte le età, dall'intera regione, da Genova, da Varese: se ne contano almeno 450 (fonte questura) a Soragna, per dire no alla mozione del consiglio comunale per mettere fuori legge l'ideologia comunista e i suoi simboli. Una mozione-provocazione, come è stata definita dal sindaco Salvatore Iaconi Farina in risposta alla legge Fiano che rende illegittima l'ideologia fascista (non lo era già?). Così, a proposito di legge, qualcuno ha pensato di presentarsi alla Digos giovedì mattina: per dare un prologo giudiziario al corteo. E denunciare la mozione di Soragna. «E' chiaro che verso la popolazione meno dotta ha procurato spavento e io considero tutto ciò terrorismo, con un uso improprio delle istituzioni» ha sottolineato, pensando che vi siano estremi di reato, il sissese Armando Zambelli, segretario (generale, come vuole la tradizione) dell'European Communist Party. I tempi della giustizia sono lunghi, si sa: magari se ne riparlerà alle prossime elezioni. Intanto, qui a Soragna, la strada-piazza vuole la risposta immediata. Sono le 14,30, quando i primi manifestanti affluiscono in centro. In ordine sparso, lungo rotte diverse. La più comune è la via Emilia, rossa per definizione, e non solo per questioni di lambrusco. «Bocciati dalla storia? Ma se il vero comunismo non è mai stato applicato?» dice Paolo Albani di Scandiano. «Non ascoltarlo: è un padrone!» scherza l'amico, sottolineando come l'altro, piccolo artigiano, sia anche datore di lavoro. «Vogliamo parlare della forbice tra il manager e il lavoratore, cresciuta a dismisura?» prosegue serio Albani. «Non siamo nemmeno rappresentati in Parlamento? Un motivo d'orgoglio» gli fa eco Davide Campani, srotolando una bandiera della Ddr. Il vessillo gli è costato altro che un compromesso storico. «L'ho comprato alla bancarella di un fascista» sibila lui. Gli affari sono affari: sarà una massima capitalista, ma a volte ci si deve adeguare. Diofebo Meli Lupi s'affaccia incuriosito dalla Rocca. Saluta, e a tratti il suo braccio più o meno teso fa sorgere sospetti nel corteo. «Palazzo Venezia?» scherza chi lo vede impettirsi sorridente e goliardico, le mani ai fianchi. «Un giorno anche i suoi nipoti saranno comunisti» gli grida un uomo baffuto, bandiera rossa in spalla. «Ma perché, il comunismo esiste ancora?» chiede serafico il principe. L'altro non sente: a livello della strada già ci si scalda l'ugola con «Bandiera rossa». A osservare i risultati del Risiko della storia, verrebbe da rispondere di no, che il comunismo non esiste più: a meno che non si voglia considerare questa l'ideologia alla base del sistema cinese (che sia mercato rampante della rampante Ferrari vorrà pur dire qualcosa). Ma di partiti comunisti ce ne sono eccome. Una galassia. E le bandiere non sempre parlano la stessa lingua. Ci sono quelle di Rifondazione comunista, quelle storiche del Pci, del Partito comunista dei lavoratori, del Partito comunista (con o senza la «i» di italiano, e non è differenza da poco: acuminata come uno stiletto, la singola vocale). Inoltre, quelle dei Cobas e, immancabili, quelle con il ritratto di Che Guevara. E poi quella con abbondanza d'azzurro del Pce di Zambelli, che porta il nome dello zio ucciso dai nazifascisti il 25 Aprile. Travolta dai numeri e dall'intensità del rosso altrui, la bandiera del Pd se ne sta un po' in disparte. Ci si riunisce a gruppi. Questo bagno scarlatto varrà pure un selfie: tutti in posa divertiti. Si passa da uno scatto all'altro: che la lotta sociale sia anche social. Un golden retriever ha per collare un drappo con falce e martello. Un altro cane, dall'aria seria, porta a spasso la targa con la scritta «Lo sanno tutti come è nata la nostra Costituzione». Soffia un bel vento costante, e almeno gli stendardi garriscono nella stessa direzione. Pietro Paolo Piro (Prc) ci si fa largo quasi immergendoci il volto. Un ragazzo canta l'Internazionale in russo. L'amico gli dà dello stonato, quasi si fosse a Sanremo. Un altro grida una versione rivisitata di Bandiera rossa: «Dove sei stata? Sei ritornata, a trionfar!» E' tempo di «Bella ciao», quella di sempre. Si dà fiato allo slogan «La lotta partigiana ce l'ha insegnato: esser comunisti non è reato». Aldo Montermini, bandiera tricolore al collo, è alla testa del corteo che imbocca viale Martiri della Libertà. «Mi hanno sempre insegnato a non rispondere alle provocazioni - dice presidente dell'Anpi -. Ma di fronte a una mozione come questa, intrisa di malafede e di ignoranza della storia, credo sia il caso di reagire». Anche se comunista, il figlio della partigiana Mirka dice di non esserlo più da quando il Pci si è sciolto. «E il Pd lo vedo un po' in confusione: più che di ideologia, ora parlerei di principi». Al suo fianco, il labaro luccicante delle medaglie conquistate dalla Resistenza parmigiana è affidato a Guglielmo Cavazzini. «Sono qui per l'Anpi» taglia corto. «Comunista? Ho smesso di esserlo dopo Berlinguer» dice Giorgio Zangelmi, segretario dell'Anpi di Colorno. In testa al corteo, ma senza vessilli, anche Alessandro Pasetti e Giovanni Rastelli, di Soragna democratica, che hanno votato contro la mozione. Qualcuno li prende comunque un po' di mira. Agli esponenti dell'Anpi la domanda sulla fede politica si può anche porre. Con il segretario (generale) del Partito comunista non è proprio il caso. Marco Rizzo sfila dietro lo striscione «L'anticomunismo non passerà». Uno stop all'altezza della via dedicata al padre costituente Gustavo Ghidini e si prosegue. Si marcia sotto lo sguardo dei soragnesi e di immigrati africani («Anche noi in Senegal abbiamo un Partito comunista: molto piccolo» spiega uno). Sembrano i secondi i più interessati. Qualcuno nel corteo dice di aver sperato che ci fosse più gente. Altri sono soddisfatti. «Arriviamo da 20 anni di insulti e di corsa all'individualismo» sorride Igor Cuccu, cresciuto a pane e Capitale (quello di Marx). Porta una bandiera storica, donata al Pci di Parma dall'Ucraina. «La scritta in cirillico? Incita i contadini a coltivare più barbabietole». Si arriva in via Verdi, davanti al monumento ai caduti del 18 marzo '45. Montermini fa in tempo a sottolinearne la «partecipazione numerosa, allegra e sentita» che la manifestazione sfiora un altro aggettivo. Dopo il discorso di Rizzo («Fiano farà anche la legge contro il fascismo, ma intanto si tagliano i diritti»), si annuncia quello di Cinzia Gruzza del Partito democratico. Partono fischi corali. Sembra che una parte dei Pepponi abbia finalmente trovato Don Camillo, il grande assente (in carne e ossa) della giornata. «Noi ce ne andiamo» grida un giovane. La platea si spacca: pochi metri che valgono un abisso in questi momenti. Ma per chi, armato di megafono, lancia strali contro il Pd sono niente: questa è una «mozione interna», improvvisata. Il discorso ufficiale si fa in salita. Qualcuno targato Pci tenta un chiarimento con quelli alle cui bandiere manca la «i». Operazione a sua volta difficile. Si alzano i toni: uno appoggia il palmo della mano sul petto di un altro. Basta il gesto, per far salire ancora di più la tensione. Per un attimo, si rischia che i pugni non siano più puntati verso il cielo. Poi, torna la calma. Si finisce con i discorsi, anche se i gruppi si sfaldano. Si riparte in ordine sparso come si era arrivati. Incuriositi, due giovani soragnesi, senza bandiere né magliette rosse, reduci da un pomeriggio altrove, cercano di capire che cosa sia accaduto. Sono della classe del 1991, guarda caso l'anno di scioglimento del Partito comunista italiano (quello dei grandi numeri). Senza entrare nel merito dei valori, uno dei due commenta: «La storia non va censurata. Ma va guardata in faccia, senza pregiudizi». E' quel che si è fatto in casa sua, dove il bisnonno, ragazzo del '99 si arruolò nella Rsi, mentre il figlio risaliva la Penisola con quanto era stato rimesso insieme del Regio Esercito. «Erano sui fronti opposti della Linea Gotica». Che cosa si siano detti a guerra finita, nemmeno il ragazzo lo sa. Intanto, per chi è rimasto c'è il tempo per un altro mezzo giro attorno alla Rocca, per gli slogan dei titoli di coda. Ci si ritroverà in novembre a per celebrare la Rivoluzione dei Soviet. Ma non era in ottobre? «No, era ottobre per noi. In Unione Sovietica era novembre». Ci si adegui.

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