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AGGRESSIONE

Coltello alla gola rapinato al Parco Ducale

10 ottobre 2017, 07:02

Coltello alla gola rapinato al Parco Ducale

Chiara Pozzati

Si affaccia appena oltre l’uscio di casa. E’ un giovane smilzo, altissimo, con un sorriso impacciato e un paio d’occhialoni finto Prada a coprire il viso deformato dalle botte. «Succede in Ucraina, ma una rapina così a Parma non me l’aspettavo». Oleksii Maniak è un fiume in piena. Ha 29anni, studia fisarmonica al Conservatorio. Sabato sera voleva mostrare «il bello di questa città» a un’amica, una connazionale venuta a trovarlo.

Una passeggiata al Parco Ducale (erano le 23, un'ora prima della chiusura), un pizzico di romanticismo e qualche scatto da ricordare. Questo era il programma, che certo non prevedeva calci, pugni e un coltellaccio a serramanico che saetta sotto la luna.

«Eravamo accanto al laghetto per fare qualche fotografia, quando tre persone di colore si sono fatte sotto. Appena le ho viste, in sella alle biciclette, già sapevo che la serata stava prendendo una brutta piega».

Ma non poteva immaginare quanto. I tre energumeni, sui trent’anni, sono scesi dalle dueruote e hanno circondato la coppia. Il primo ha puntato un coltello alla gola alla ragazza, gli altri due hanno bloccato Oleksii ringhiando la fatidica frase: “Amico dammi i soldi”. Ed è qui che sgorga l’umiliazione di questo 29enne, musicista di strada per mantenersi agli studi: «Ho provato a ribellarmi: volevo difenderla. Ma non ce l’ho fatta. A lei hanno rubato l’iPhone intanto mi hanno spinto a terra, ho sentito solo calci e pugni».

Quando parla ha un tremolìo che parte dalla gamba sinistra e si trasmette alle braccia che fendono l’aria senza sosta. Specchio di paura, nervosismo e stress difficili da smaltire.

«Per togliermeli di dosso ho lanciato lontano lo zainetto che portavo sulle spalle». Solo allora le due furie hanno mollato la preda, con un ultimo calcio allo stomaco. Hanno avvinghiato il borsone e, insieme al terzo uomo, si sono allontanati in bicicletta.

«La mia amica era terrorizzata e si è messa a correre sul vialone principale verso l’uscita, ho tentato di fermarla…». La frase s’interrompe e con le mani torna a indicarsi il viso massacrato: «Non ce l’ho fatta: non vedevo niente, perdevo sangue e mi faceva male ovunque. Poi ho provato a seguire i rapinatori, sono fuggiti verso via Kennedy».

Senza cellulare, alla ricerca della compagna, si è precipitato a casa nella speranza di trovarla lì. In un appartamento decoroso e accogliente che divide con altri studenti. «Un coinquilino mi ha medicato poi si è offerto di riaccompagnarmi in centro per chiamare le forze dell’ordine».

E’ stato allora che è riuscito a ricongiungersi con la ragazza e ha incontrato una pattuglia dei carabinieri: «Hanno subito cercato di aiutarmi: sono tornati accanto al laghetto, hanno fatto diversi giri per tentare di individuare i nostri aggressori, ma non c’è stato nulla da fare». Scomparsi, volatilizzati con tutto il suo mondo. Già, perché oltre a 200 euro in contanti e al cellulare, all’interno dello zaino di Oleksii c’erano anche il passaporto ucraino e il permesso di soggiorno. «Ora non oso immaginare la fatica per riottenerli», si affloscia sulla sedia.

Il resto della notte l’ha passato all’ospedale, da dov’è uscito appena prima dell’alba di domenica. Dimesso con ventuno giorni di prognosi e la raccomandazione di riposo assoluto. L’amica è subito ripartita alla volta di Roma, «per fortuna non aveva ferite. Così sono tornato dai carabinieri per la denuncia».

«Io sono un musicista, di tanto in tanto suono nei borghetti del centro. Avevo sentito di quello che era accaduto ai dipendenti della pizzeria Orfeo (rapinati e minacciati nello stesso identico modo qualche settimana fa; ndr), ma non pensavo potesse capitare a me. Sono stato stupido».

Il racconto finisce, mentre il sole batte ancora nella stanza arredata con cura. Ma c’è un’ultima frase che da due giorni tiene in pancia: «Non sono certo razzista, perché anch’io vengo da lontano. Ma insieme a tanta brava gente africana, c’è anche chi viene qui e ruba la cultura e la serenità di questa città. Non si può fingere di non vederlo».

C’erano una volta Parma e le passeggiate al chiar di luna al Parco Ducale, «oggi rimane solo la paura».

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