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«Al sóri caplón'ni», angeli in corsia

23 ottobre 2017, 07:00

«Al sóri caplón'ni», angeli in corsia

Lorenzo Sartorio

Nella nostra città, ma anche in altre parti d’Italia, erano conosciute come «al sóri caplón’ni» per via del loro copricapo inamidato che le faceva apparire simili alle dame dipinte dai pittori fiamminghi. In origine, queste suore, «Figlie della Carità San Vincenzo dè Paoli», indossavano abiti secolari, ma dopo qualche anno anche a loro fu assegnata l’«uniforme» con quello svolazzante copricapo a larghe tese tipo la «cornetta» in uso tra le contadine francesi.

Nelle enormi corsie degli ospedali di una volta tra quei letti bianchi e allineati come tastiere di pianoforti che emettevano tristi melodie, andavano e venivano senza sosta con quella familiare «uniforme sanitaria» che per anni ha accompagnato ammalati alla guarigione, ha confortato familiari affranti, ha asciugato lacrime di sofferenti. Erano le suore degli ospedali a metà strada tra angeli e donne con quei copricapo nivei a forma di vela che avevano il compito di «muovere l’aria» là dove tutto era fermo e immobile, persino il tempo che pareva non trascorrere mai.

Nella nostra città, chiamate dalla Francia da Maria Luigia, prestarono servizio sia nell’«Ospedale Vecchio» di strada D’Azeglio che in quello «nuovo» di via Gramsci. Appena giunte a Parma risiedettero in un palazzo di Strada D’Azeglio sul quale è affissa una lapide che ricorda la loro missione tra i sofferenti.

E, proprio nell’«Ospedale Vecchio», furono le preziose alleate di Padre Lino il quale non mancava mai di fare visita ai suoi ammalati. All’interno del vecchio ospedale, il frate dell’Annunziata, si ergeva come un gigante di bontà tanto da ispirare ad Enrico Bevilacqua una deliziosa descrizione.

«… Trascorrono lente le ore, nel silenzio greve delle corsie semibuie, scandito dai rintocchi delle torri cittadine, ora da presso ora di lontano, rotto di quando in quando da qualche gemito, da qualche rantolo, da sospiri e bisbigli. Finchè l’alba, poco a poco, imbianca le vetrate, sbiadendone il barlume delle lampade sbadiglianti; e già le prime squille delle chiese argentine su la città sonnolenta, e già qualche scalpiccìo rompe l’alta quiete delle vie deserte: ma Padre Lino è sempre là, in veglia, a sgranar cheto il suo rosario : soltanto un poco più pallido, solo un tantino più curvo accanto alla creatura sofferente che, talvolta, tramuta il febbrile torpore nella immobilità cerea della morte».

«Al sóri caplón’ni», un ‘ottantina, si trasferirono, negli anni venti, al « Maggiore» ( alloggiando dove ora si trovano le cucine) ed in quello psichiatrico di Colorno per poi cessare il loro prezioso lavoro nel 1971. Le suore, dagli ospedali, ormai è da tempo che sono andate via per fare posto a personale laico. La loro presenza non era solo di sostegno morale o spirituale, ma le religiose svolgevano compiti professionalmente molto qualificanti con grande scrupolo e dedizione. Alcune erano inflessibili e severe non solo nei confronti di ammalati e parenti, ma anche nei riguardi di quei medici che dovevano ripassare a volte il giuramento di Ippocrate.

Altre, invece, erano paciose, affabili, accomodanti, diplomatiche, affettuose e, nel somministrare pillole o sciroppi, non mancavano mai di accarezzare l’ammalato : donna, uomo, vecchio o bambino che fosse con la dolcezza di un angelo e con quell’accento che molte volte tradiva la regione di provenienza della religiosa. Dovevano arrabattarsi in momenti in cui gli ospedali erano quello che erano e cioè dotati di locali non certo improntati alla privacy, dove il livello di cultura media dei pazienti era molto basso come molto basse erano pure le condizioni di vita e le possibilità economiche della gente. Erano loro che accompagnavano la visita del primario seguito dal codazzo degli assistenti, erano loro che servivano i pasti, erano loro che li cucinavano nelle enormi cucinone ospedaliere, erano sempre loro che si occupavano di quelle povere anime che desideravano il conforto della fede, erano loro che avevano un occhio e un orecchio dovunque ma, soprattutto, un cuore sempre disponile per ascoltate i lamenti e le sofferenze di quei poveri cristi che penavano su un letto.

La loro giornata iniziava al mattino di buon’ora con la messa nella cappella dell’ ospedale e poi la «preghiera» proseguiva in corsia dove ne vedevano e ne sentivano di tutti i colori : dalle preghiere biascicate da qualche vecchio, alle bestemmie di qualche animaccia persa che stava scontando le sue pene per qualche bicchiere di troppo, oppure ai vagiti di un neonato che veniva alla luce a qualsiasi ora del giorno o della notte.

Tanta pietà, dunque, ma anche tanto lavoro ed altrettanta fatica caratterizzavano gli « angeli delle corsie » che per parecchi anni hanno rappresentato uno straordinario punto di riferimento per ammalati, medici , infermieri e parenti. Non avevano orari nè conoscevano feste comandate, erano in servizio permanente effettivo tutti i giorni e tutte le notti molte volte addormentandosi sulle seggiole in ferro delle corsie quando, sopraffatte dalla fatica, attendevano l’alba tra il lamento di povere anime sofferenti , colpi di tosse, imprecazioni, tintinni di bicchieri. Come accoglievano tre le loro braccia un neonato che si affacciava alla vita, così erano pronte e comporre con mani pietose coloro che salutavano la vita per addormentarsi per sempre sulle ali del mistero.

Ai loro ammalati dispensavano medicine, arance, mele e santini non mancando mai di far recitare una preghiera anche a quelli a prima vista miscredenti, ma che dinanzi a quei copricapo bianchi e ai quei visi serafici si lasciavano convincere abbozzando un frettoloso segno di croce.

Le suore dell’ ospedale unitamente alle crocerossine in tempo di guerra, nei vari ospedali militari, rappresentarono un simbolo di dedizione e di amore verso il prossimo ampio e visibile come quei larghi copricapo di tela che indossavano che le facevano apparire come veri e propri «angeli delle corsie».