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Inchiesta

Profughi a Parma: da 200 a 2000 in 4 anni

27 ottobre 2017, 07:03

Profughi a Parma: da 200 a 2000 in 4 anni

Chiara Pozzati

Fantasmi. Sulla bocca di tutti eppure soli al mondo. In fuga dall’orrore o arrivati per rimpinguare le nutrite schiere della criminalità. Eppure per affrontare (davvero) il tema immigrazione occorre partire da un dato certo.

In 4 anni da 200 a 2000 richieste
A Parma solo due migranti su cento riescono a ottenere l’asilo politico, con un’impennata di richieste che dal 2013, sull’onda di Mare Nostrum, ad oggi sono aumentate del 1000%. Altrimenti detto: in quattro anni siamo passati da 200 a 2000 richieste. Il verdetto arriva dalla Commissione territoriale di Bologna che vaglia candidati senza sosta. Funzionari che hanno il compito di valutare le storie e capire chi è vittima da proteggere o impostore da allontanare. Una mission delicata d’accordo, ma tra gorghi burocratici e tempi biblici si inceppa il sistema e il risultato è che molti, semplicemente, diventano signori nessuno. Dove vanno a finire i “respinti”? O coloro in attesa del “fine della pratica” che escono dai binari dell’accoglienza prefettizia e dallo Sprar? Prendiamo la situazione parmigiana. Attualmente i richiedenti asilo “ufficiali” ospitati nella nostra provincia sono circa 2000. Di questi 1550 sono stati accolti nei Centri d’accoglienza straordinari (Cas) e altri 210 sono entrati nel circuito Sprar, il sistema di protezione dei rifugiati di secondo livello, volontario e gestito dagli enti locali. Ma che fine hanno fatto gli altri 450 profughi o sedicenti tali? Desaparecidos. Perché di fatto nessuno ha la certezza di dove trascorrano giorni e notti, di dove e se lavorino. Le donne sono solo la minima parte, 231 per la precisione, e in quanto ai bimbi non ci sono dati certi.

Nigeriani i più numerosi: il 30%
Ad approdare nel nostro territorio sono soprattutto persone di origine nigeriana (il 30% dei richiedenti asilo), seguono a ruota pakistani (15%), bengalesi (12%) ivoriani (10%) e senegalesi (9%). E mentre l’emergenza non si placa, la macchina burocratica rimane ingolfata. Sommersa dal numero crescente di arrivi e dai successivi risvolti. Facciamo un veloce riepilogo: in media occorrono tra i 7 e i 9 mesi perché la Commissione territoriale vagli una richiesta di protezione internazionale. Tutto fra carte e colloqui con chi arriva da lontano insieme a un nome e un modulo che riassume ricordi di cruda sofferenza o di pura fantasia. Il decreto Minniti, diventato legge a tutti gli effetti, ha tagliato i tempi sui ricorsi, eliminando un grado di giudizio per il rifiuto del diritto d’asilo, ma tutto questo non basta. Non bisogna dimenticare infatti che ai richiedenti asilo va garantita assistenza, chiunque essi siano, da ovunque arrivino, almeno fino al verdetto della commissione. E anche durante i tempi del ricorso. C’è poi un’altra partita delicatissima: chi può, chi sa, chi ha la fortuna di non essere identificato dalla polizia allo sbarco, semplicemente si arrangia come può. Spesso e volentieri sfruttando comunità o amici. E così si alimenta quel via vai difficilmente controllabile all’interno di appartamenti che inevitabilmente diventano delle comuni. E dove fin troppo spesso si annidano personaggi con un curriculum criminale che pesa. A questo si aggiunge l’indifferenza dei padroni di casa. E un esempio concreto arriva dalla dichiarazione di ospitalità, troppo spesso un miraggio. Secondo la legge «chiunque, a qualsiasi titolo, dà alloggio a un cittadino extracomunitario o a un apolide, anche se parente o affine, ha l’obbligo di darne comunicazione scritta, entro 48 ore, all’autorità locale di Pubblica Sicurezza».

Clandestini e controlli porta a porta
Sono circa trentamila le comunicazioni arrivate all’Ufficio immigrazione. Una goccia nel mare se si considera che molti fanno orecchie da mercante e i controlli, che pure non mancano, vengono effettuati successivamente e a campione. Non solo: per i trasgressori è prevista una “banale” sanzione amministrativa, una multa da 160 a 1.100 euro. Appare chiaro che è quasi impossibile, nonostante gli sforzi, vagliare ogni dichiarazione tardiva o mai arrivata. Ecco perché la Questura ha studiato una nuova formula: hanno preso il via, giusto un mese fa, i controlli porta a porta da parte dei pattuglioni misti. Divise che suonano i campanelli per identificare e controllare chi c’è dietro un portone e anche chi affitta. C’è poi un ultimo aspetto: ma quanto è reale l’integrazione? Perché, ammettendo che tutto fili liscio, non tutti i rifugiati riescono a inserirsi e integrarsi in un sistema che rischia di collassare. E capita non di rado d’incappare in rifugiati “veri”, con le carte in regola, ospitati per mesi a carico dello Stato, che sono comunque senza lavoro e senza prospettive. Arrivati e rimasti fantasmi. Agli angoli delle strade, nelle case occupate o in appartamenti tuguri.