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LESIGNANO

Incendio dell'ex caseificio, sdegno e incredulità tra la gente

di Laura Frugoni

04 novembre 2017, 06:03

Incendio dell'ex caseificio, sdegno e incredulità tra la gente

Per dire «non li vogliamo» questa volta hanno usato il fuoco. Orrendo segnale: mai successo niente di simile nella nostra provincia, dove di proteste e mugugni anti-migranti se n'erano sentiti parecchi, déjà vu anche gli striscioni e le fiaccolate per le strade. Ma il fuoco che divora e distrugge: quello no. La casa su per la collina ormai era quasi pronta per ospitare i primi richiedenti asilo. Ora è rimasto un guscio dalle pareti nere: dentro il nulla, se non qualche mucchio di ciarpame indistinto, i vetri delle finestre scoppiati per il calore, le mattonelle venute giù dai muri, polverizzati i bagni appena rifatti, nell'aria il tanfo della cenere che ancora «frigge». L'altra notte qualcuno si è infilato nell'ex caseificio di San Michele Cavana, sulle colline di Lesignano, deciso a imprimere uno sfregio più profondo e doloroso dei precedenti: dopo le parolacce sui muri, dopo i copertoni bruciati, quassù hanno portato le taniche di benzina (la miccia più probabile) per incenerire un progetto che stava nascendo. Il vecchio caseificio appartiene alla latteria sociale agricola «La Fabiola», cooperativa che raggruppa 13 aziende del territorio: un edificio squadrato e vecchiotto su due piani, a fianco lo stanzone che ospita ancora tutti gli impianti per lavorare il formaggio. In disuso da anni, il Comune aveva avuto l'idea di affittarlo per ospitare i richiedenti asilo, all'interno di una convenzione che mette insieme anche prefettura e Ciac Onlus. La prossima settimana sarebbero dovuti arrivare otto rifugiati, fino a fine anno l'ex caseificio sarebbe stato un centro d'accoglienza straordinaria, per poi passare nel 2018 sotto la gestione del Ciac, che sta seguendo altri due progetti di accoglienza e inserimento sociale dei migranti nel Lesignanese. Gli operai stavano ultimando i lavori: sono stati loro, ieri mattina, a scoprire lo scempio. L'incendio - per fortuna - s'era spento da solo, non c'è stato neanche bisogno di chiamare i vigili del fuoco. Ma in paese la notizia del rogo è deflagrata in fretta: da Parma è arrivato il prefetto Giorgio Forlani per misurare di persona la gravità della situazione.

«Una brutta pagina»
Facce tirate nella sala del Comune, dove il primo a spezzare il silenzio è il sindaco di Lesignano, Giorgio Cavatorta: «Sono sconvolto. Amareggiato. Oggi è stata scritta una pagina molto brutta per il nostro Comune. Non mi sarei mai aspettato un gesto simile, tra l'altro un modo lurido di colpire una società privata che non c'entrava nulla con le opinioni diverse e le polemiche sui migranti». Cavatorta s'accalora sulla validità di un progetto che non voleva soltanto dare un tetto ai nuovi arrivati ma provare a insegnare loro un mestiere, sempre nel settore caseario che è la vocazione di questa terra, assicura che diverse aziende erano disponibili ad accompagnare i nuovi arrivati nel percorso lavorativo. Tutto cancellato dal fuoco? «Assolutamente no - scuote la testa Cavatorta - siamo determinati ad andare avanti, non la daremo vinta a questi criminali. Prima però bisognerà quantificare l'entità dei danni, disporre una perizia e poi chiedere aiuto al Ministero». Niente è perduto, insomma, anche se i tempi fatalmente si allungheranno.

Il prefetto: «Delinquenti»
«Bisogna essere molto chiari: questo è un atto delinquenziale. Punto. E sarà fatto tutto il possibile per individuare, e punire, gli autori. Chiunque abbia fatto una cosa del genere è un delinquente». Parole dure dal prefetto Forlani, che ricorda di essere già salito su queste colline lo scorso settembre, sul finire di un'estate molto calda e non solo qui: l'emergenza migranti era sempre in cima all'agenda, tra arrivi incessanti e posti nuovi da inventare. Cosa capitava in quel di San Michele Cavana? Piccoli vandalismi, poi quegli insulti al sindaco scritti sui muri e lungo la strada che porta all'ex caseificio. L'estate scorsa, poi, era esplosa la spinosa faccenda di Mulazzano Monte, anche in quel caso un'ex fabbrica del formaggio da trasformare in centro d'accoglienza ma il progetto era di un privato e Cavatorta s'era messo di traverso minacciando le dimissioni («a Mulazzano non c'era la progettualità che garantisce l'attività lavorativa e il monitoraggio degli ospiti»). Risultato: niente più migranti a Mulazzano, via libera alla convenzione tra Comune e prefettura per San Michele Badia. In paese non tutti avevano gradito il cambio di rotta. Un paio di pubbliche assemblee agitate («perché da loro no e da noi sì?» «usati due pesi e due misure», «ci hanno informato solo a cose fatte») ma erano pur sempre civili rimostranze che nulla hanno a che vedere con quello che è successo ora, dalle proteste a mettersi a bruciare case d'altri il salto è enorme.

«La comunità è solidale»
«Quando i centri si aprono tante paure si riducono», appunta l'esperienza di Forlani. Ma si può in qualche modo misurare la paura tra queste colline dorate? Lesignano conta cinquemila abitanti, San Michele nemmeno cento. Quanti gli ostili all'arrivo di facce straniere? Michele Rossi del Ciac una risposta ce l'ha: «A noi spiacerebbe che, dopo quello che è successo, passasse un messaggio sbagliato sulla gente di questi paesi. La comunità che abbiamo trovato è solidale, ha accolto bene questi ragazzi». I timori e le diffidenze di ieri sono stati in gran parte superati, assicura Rossi: «Abbiamo raggiunto una buona integrazione sociale». Gli esempi arrivano insieme alle piccole storie, come quelle di Modibo e Zumana: arrivati dal Mali dieci mesi fa, ospiti dieci mesi in un appartamento del Ciac. I ragazzini sperduti di ieri hanno compiuto diciott'anni e conquistato molti cuori: per l'arrivederci in paese hanno organizzato una festa come si deve.

Carabinieri al lavoro
Nell'ex caseificio bruciacchiato e annerito, da Langhirano sono arrivati i carabinieri, il comandante Merella infila i guanti azzurri e comincia a cercare. Se hanno trovato qualche traccia se lo tengono per loro. Perfino ovvio constatare che il piromane quassù abbia avuto gioco facile: intorno non c'è un'anima, solo silenzio. L'unico dirimpettaio è il cimitero proprio a due passi, lo splendore della Badia svetta più su, all'orizzonte. Nessuno li ha visti, nessuno azzarda ipotesi. Qualche testa calda di cui si vocifera nei bar? La gente scrolla la testa. Qualcuno ipotizza che la spedizione incendiaria sia arrivata da fuori («non può essere gente di qui: hanno colpito agricoltori del posto»). Zitti i carabinieri, buttano lì una sola verità: con le ipotesi non si fanno le indagini.


Le reazioni del paese

Matteo Ferzini

La notizia del grave atto compiuto ai danni dell’ex caseificio di San Michele Cavana viene accolta con un generale senso di sdegno o incredulità da parte dei residenti delle frazioni e del territorio: una condanna che è condivisa anche da coloro che, da mesi, si dichiarano contrari o dubbiosi riguardo ai progetti d’accoglienza dei richiedenti asilo. Proprio la prospettiva della creazione di un centro d’accoglienza straordinaria nell’ex caseificio di San Michele Cavana aveva fatto emergere, due mesi fa, la reazione indignata di una parte della cittadinanza di San Michele Cavana e dintorni, che si considerava poco ascoltata da parte di Amministrazione e Prefettura. Ma all’indomani del gesto criminale subito dall’immobile, anche i contrari ai progetti d’accoglienza vogliono marcare la differenza tra protesta civile e vandalismo: «Non pensavo si potesse arrivare a questo punto», commenta una residente del territorio presso San Michele Cavana, tra i primi cittadini a dirsi contrari alla creazione del Cas; «Penso che da parte dell’Amministrazione non ci sia stato ascolto verso una parte dei cittadini che non vogliono quest’accoglienza, ma non giustifico assolutamente un tale atto ai danni di una proprietà». Lo sdegno è condiviso anche da un residente di Mulazzano Ponte, paese che ospita le case effettivamente più vicine all’ex caseificio: qui, racconta, effettivamente si respira timore nei riguardi dell’arrivo dei profughi, e qualcuno ha pure aggiunto qualche cancello in più alle proprie recinzioni. «Sono contrario ad ogni forma di violenza e danneggiamento – afferma il residente -: problematiche come questa si devono affrontare parlando, discutendo e cercando delle soluzioni condivise. Personalmente mi sono sempre detto contrario a questo progetto, ho firmato una lettera dei cittadini per il sindaco su questo tema e ho partecipato agli incontri pubblici in merito. Come me la pensano anche i miei vicini, nessuno condivide quest’atto vandalico. Io credo – conclude – che tra di noi abitanti non ci sia nessuno che potrebbe abbassarsi a questo livello».In altre parti del Comune, nel frattempo, ci sono anche cittadini che con l’accoglienza hanno imparato a convivere: a Santa Maria del Piano, per esempio, dall’inizio dell’anno un appartamento di un condominio è occupato da alcuni richiedenti asilo minorenni. Chi vive nello stesso condominio, pur continuando a considerarli clandestini, ammette: «Prima del loro arrivo ero preoccupato, e ne avevo discusso con il sindaco: ad oggi però non mi posso lamentare di questa convivenza, non abbiamo effettivamente riscontrato problemi. Credo che l’accoglienza, se non crea problemi, sia una cosa giusta, ma rimango convinto che ad oggi sarebbero altre le priorità in Italia». C’è poi chi, in paese, si dichiara più favorevole all’accoglienza e all’aiuto, nel nome del buon vecchio adagio «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te»: come una residente, che riguardo a quanto successo a San Michele Cavana aggiunge «Escludo che possa essersi trattata di una semplice ragazzata, ma piuttosto di persone contrarie all’accoglienza e agli stranieri in generale. Il vento potrebbe cambiare, e sinceramente non mi piace come sta cambiando ora».In modo più colorito verso gli autori ignoti del gesto si esprime un altro residente di Lesignano, che aggiunge: «Pare di essere tornati indietro di trent’anni almeno, con gesti intimidatori e atti d’inciviltà inauditi. Personalmente io sarei per la tolleranza, ma atti come questo sono da parte di persone per cui la tolleranza è pari a zero»


Il presidente della coperativa

Per la cooperativa “La Fabiola”, proprietaria dell’immobile dell’ex caseificio di San Michele Cavana, è ora tempo della conta dei danni in seguito all’atto vandalico della scorsa notte: danni che sicuramente avranno un costo altissimo, anche in considerazione dell’investimento fatto in questi mesi dalla cooperativa per lavori di riqualificazione, che avrebbero dovuto essere quasi finiti. Nella cooperativa della latteria “La Fabiola”, con sede a Torrechiara, si riuniscono tredici aziende agricole del territorio della Val Parma: la cooperativa è proprietaria dell’immobile che ospitava il caseificio di San Michele Cavana, in disuso ormai da dieci anni. «Noi pensavamo di stare facendo una cosa normale – spiega, all’indomani del danno subito, il presidente della cooperativa Luca Cotti -, facendo l’interesse dei soci con l’affitto di un immobile che, da dieci anni, non si riusciva a vendere né affittare». Quando è arrivata la proposta di affittare a Ciac e Comune l’immobile per il nuovo centro d’accoglienza, la cooperativa La Fabiola ha finito con l’accogliere il progetto e ha dato inizio, a proprie spese, ai necessari lavori di ristrutturazione e riqualificazione dell’immobile. «Oltre alle perdite per i gravi danni subiti dall’immobile – afferma Cotti -, si deve aggiungere la perdita dell’investimento per lavori che sono stati, praticamente, azzerati da questo episodio»: il secondo danno che l’immobile in ristrutturazione subisce nell’arco di due mesi, perché un primo, più contenuto principio d’incendio era stato scatenato a settembre, rallentando già allora la conclusione dei lavori e l’avvio del progetto. Su quale sarà il futuro, ora, dell’immobile e del relativo progetto, il presidente della cooperativa non si esprime: meglio concludere, prima, questa nuova conta dei danni. m.f.


La testimonianza

«Dispiace sentire una notizia del genere, che non fa per niente bene al paese» commenta riguardo all’atto vandalico Rino Ferrari, responsabile del gruppo di volontari Vigilanza Antincendi Boschivi (Vab) di Lesignano che negli ultimi due anni hanno accolto due volte tra le loro file i richiedenti asilo ospiti a Lesignano e Santa Maria del Piano. In effetti, gli ultimi anni in cui a Lesignano si sono instaurati progetti d’accoglienza richiedenti asilo hanno visto anche l’impegno degli stessi in diverse realtà associative e di volontariato del territorio, mostrando un’altra faccia, più operativa e efficace, del problema migranti. «Abbiamo collaborato in occasione del “Rural Festival” di Rivalta, prima con i migranti maggiorenni ospiti a Lesignano, e quest’anno con il gruppo dei più giovani ospiti a Santa Maria del Piano – spiega Ferrari -: posso dire che si sono comportati sempre molto bene. Conoscendoli e lavorando a contatto con loro, si sono rivelati giovani da ammirare». Altre realtà associative di Lesignano hanno poi accolto, in questi anni, al loro interno i giovani rifugiati con attività e occasioni d’incontro: ad esempio il circolo parrocchiale Anspi, che alcuni giorni fa aveva ospitato una festa di compleanno per i 18 anni di due dei richiedenti asilo, prima del loro trasferimento in un altro paese del parmense. «Diverse famiglie e soci – racconta la presidente del circolo Elena Bocchi – in questi mesi si sono impegnati nell’aiutare i giovani richiedenti asilo, anche affiancandoli nelle incombenze della vita di tutti giorni. Li abbiamo avuti come ospiti e collaboratori in diverse nostre iniziative, anche alle ex terme». Un altro gruppo che ha conosciuto da vicino i giovani migranti residenti a Santa Maria del Piano è stato poi quello del Gruppo d’Acquisto Solidale di Lesignano. m.f.