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La testimonianza

«Plagiata e poi schiavizzata: vi racconto il mio incubo»

24 novembre 2017, 06:01

«Plagiata e poi schiavizzata: vi racconto il mio incubo»

Enrico Gotti

Ora che sono stati condannati i suoi oppressori, con una sentenza della Cassazione, lei ha deciso di parlare delle violenze che ha subito.

«Voglio raccontarlo perché nessun altro cada in questa trappola. Voglio raccontarlo perché le vittime rischiano di essere lasciate sole da tutti, di non essere credute, di essere incolpate per quello che hanno subito». Lei, parmigiana, aveva 40 anni quando è finita nella rete ordita da due coniugi, che le hanno fatto credere di essere carabinieri, impegnati in un’attività segreta, e per mesi l’hanno sottoposta a vessazioni, truffe, minacce, violenze fisiche e mentali. Si facevano chiamare James e Jane. Marito e moglie, i loro veri nomi sono Pasquale di Noto, siracusano classe 1970, e Catia Cannarozzo, fiorentina, nata nel 1974. La corte d’assise d'appello di Firenze, lo scorso anno, ha condannato la coppia per i reati di riduzione e mantenimento in servitù, violenza sessuale, sequestro di persona, truffa aggravata, estorsione, e lesioni volontarie pluriaggravate. La Corte suprema di Cassazione, lo scorso 2 novembre, ha riconfermato la veridicità del racconto della vittima; non ha riconosciuto il reato di sequestro di persona ma ha ribadito tutti gli altri, e ha condannato l’uomo a undici anni e nove mesi di reclusione, e la donna a cinque anni e nove mesi di reclusione. Tutto è durato da agosto 2008 a marzo 2009. La quarantenne parmigiana aveva conosciuto l’uomo in una chat, lui l’aveva invitata a raggiungerlo, le aveva fatto credere di essere uno 007, le aveva promesso opportunità di guadagni. Invece le ha fatto perdere tutto, risparmi e libertà. «Per un mese mi hanno tenuta chiusa in una cantina, dicevano di addestrarmi, mi tenevano senza mangiare e dormire. Avevo perso 15 chili. Poi siamo andati in un appartamento. Quando provavo a ribellarmi mi riempiva di botte. Mi dava pugni nell’orecchio, avevo un ematoma, avevo fratture allo sterno, costole rotte. Non era la conseguenza di un solo giorno, ma di tante violenze. Io ho avuto la forza di scappare, perché altrimenti non lo potrei raccontare. Mi avevano talmente plagiata che a raccontarlo adesso mi chiedo: come ho fatto a credere a quello che dicevano? Con la psicoterapia, con la dottoressa che mi ha aiutato, mi ha fatto capire che noi tutti abbiamo dei momenti deboli, in cui siamo a rischio, e chi riesce a manipolare le persone riesce a entrare in queste situazioni». «Io arrivavo da un fallimento lavorativo, - spiega la donna - mi ero appena lasciata con il mio convivente, loro sono arrivati in un momento dove probabilmente ero a livello psicologico molto debole. Ha dell’incredibile ma è stata tutta una sequenza di cose, lui ha fatto quello che farebbe un santone, come una setta: mi ha allontanato dalla famiglia, poi sono arrivate a livello mafioso le minacce, i ricatti, le botte. Tramite la mia persona mi hanno fatto aprire un’attività, lui figurava come dipendente, faceva inserzioni, incontri a Roma, e cercava altre donne da plagiare. La moglie era consapevole. Cercavano polli da spellare». Poi è scattato qualcosa, ha preso da parte tutto il coraggio e si è ribellata. «Un giorno mi aveva mandato in posta a fare un lavoro, era infuriato e mi ha detto “quando torni a casa si balla”, era il suo modo di dire che mi avrebbe picchiato. Mi è scattato qualcosa e ho detto basta, al telefono gli ho detto: mollo tutto. Lui mi aveva detto che se avessi denunciato mi avrebbero ucciso. Io ho staccato la scheda telefonica e mi sono buttata in strada, ho raggiunto Parma di notte, non sono andata dai miei perché avevo paura mi trovassero, sono andata da un amico, avevo memorizzato il suo numero in rubrica sotto un falso nome, mi ha portato a forza al pronto soccorso».

La donna, che non vuole comparire con il proprio nome, parla velocemente, senza pause, come se le parole non fossero mai abbastanza per raccontare l’assurdo di quanto successo. «Gli agenti che mi hanno visto al pronto soccorso di Parma mi hanno detto: ti abbiamo trovato in fin di vita, quello che ci hai raccontato ha dell’incredibile ma lo abbiamo visto con i nostri occhi. Io sono entrata in ospedale il 23 marzo 2009, mi hanno dimesso dopo 15 giorni, e poi mi hanno portato in un appartamento segreto». Poi, piano piano, con l’aiuto di famigliari, amici, è ricominciato il percorso per riprendere in mano la propria vita. «Devo dire grazie alla questura, agli ispettori che io chiamo i miei angeli: Iacoboni, Spaggiari e Quaranta, all’avvocato Chiara Lombardo, alla mia famiglia, agli amici». «Sempre e comunque si deve denunciare, subito o dopo 20 anni. È difficile denunciare, perché inizi a sentirti in colpa, cominci a pensare: magari sono io che l’ho provocato, sono tutte conseguenze psicologiche della violenza. Io posso avere dei dubbi su alcune testimonianze, ma voglio credere nelle donne che denunciano. Perché so cosa vuol dire quando non ti credono» ribadisce la donna, poi aggiunge un appello: «E' un mondo sommerso questo. Ci sono violenze che non sono solo quelle tra moglie e marito e le vittime vanno sempre tutelate. C’è anche indifferenza da parte di certe istituzioni nel lasciar sole noi donne, e c’è la sofferenza di un processo che dura anni, il mio è durato 6 anni. Cosa dico a una ragazza per difendersi da questi casi? bisogna sempre parlarne con i propri famigliari, quando trovi una persona che comincia a metterti contro la famiglia, cerca di staccarti dalle amicizie, bisogna fare attenzione e confidarsi subito con qualcuno».

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