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L'intervista

«Io, che vendo la droga tra la gente di Parma»

28 dicembre 2017, 06:03

«Io, che vendo la droga tra la gente di Parma»

Roberto Longoni

Va a messa ogni domenica, e ogni volta si confessa. Si pente, pur sapendo che di lì a poco cadrà di nuovo in fallo: anche se nel decalogo, soprattutto nel suo, una voce specifica per questo «peccato» non c'è. Non cede a tentazioni diaboliche, ma alla voce della fame. E così spaccia. Marijuana, ma a lungo fu anche cocaina. Si fece pure due anni dentro, per quest'accusa. Un'altra città, un altro capitolo della sua storia italiana: roba passata, in tutti i sensi. «Qui a Parma solo erba» assicura lui, anche se il reato è lo stesso. Viene da credergli, perché nel settore pare si punti alla specializzazione. E forse è a base di marijuana anche ciò che fuma presentandosi all'appuntamento. Un'altra confessione, di fronte a uno sconosciuto con penna e taccuino: nessuno in grado di impartire assoluzioni né tantomeno di chiedere pentimenti (tutt'al più si ricorda che ci sarebbe una legge da rispettare). E' già tanto provare a capire. Chi si nasconde dietro al volto dei migranti che «presidiano» molte delle nostre strade, offrendo sballo o stordimento ai bianchi stressati e spenti? San Leonardo, viale Vittoria, piazzale della Pace: sembra che queste presenze ormai siano parte dell'urbanistica, anche se c'è chi non si arrende: si invocano controlli e leggi che diano più poteri alle forze di polizia, ci si impegna in camminate e biciclettate per contendere la città agli spacciatori, casa per casa. Finendo con lo sbattere contro muri di gomma finora.

Via dall'Africa

A formarli sono pusher, spaccini, cavalli. In tanti modi li chiamiamo. Lui, lo chiameremo David, garantendogli l'anonimato in cambio della sua storia di veterano della strada. Aveva 21 anni, quando nel 2007 partì dalla Nigeria. A Lampedusa arrivò nell'inverno del 2008. Forse quello fu il suo unico giorno felice in tutti questi anni. Almeno scese dal decrepito peschereccio usato dai passatori («Ci avevano stipati in duecento, e io ero tra i fortunati: stavo in alto...») e smise di dar di stomaco dopo tre giorni di burrasca. «Il mare - racconta - mi fece molta più paura del deserto». Sbarcare lo trasportò tra i titoli di testa di un sogno. Nato in una città costiera, David aveva lasciato dietro di sé una sorella maggiore, che nel frattempo ha migliorato la propria esistenza senza partire. «Ora confeziona abiti nuziali, è sposata e ha due figli». Eppure, lui non riesce a pensare a un cammino a ritroso. «Non tornerei indietro, anche se mai mi sarei aspettato di dover vivere così». Per lui, la Nigeria resta un luogo dal quale fuggire, come per le migliaia di ragazzi che non ascoltano chi racconta che oltre il Sahara e il Mediterraneo non c'è nessuna terra promessa. «Mamma e papà erano morti. Io oltre la prima media non sono andato. Lavoro non ce n'era». David si convinse che bastasse fare rotta verso nord, per trovare il futuro. «Attraversai la Nigeria in due giorni. Per il Niger ne impiegai tre». Il convoglio era di sei auto, ognuna con sei persone a bordo. «Investii tutti i risparmi» ricorda lui, consapevole che ad altri sono toccate prove ben più ardue. Ma a furia di posti di blocco (ogni volta con pretese di pedaggio) i soldi finirono. «I militari ficcavano le mani nelle tasche. Ad Agadez, vidi uccidere 12 persone: si erano rifiutate di pagare. A me rimasero pochi dollari cuciti nei jeans». Sarebbero serviti per il resto del viaggio. Una fuga in furgone in piena notte. E poi con altri cento su un camion fino a Sebha, in pieno deserto libico, per oltre un mese senza cibo né acqua, tra una selva di mitra spianati. E poi di nuovo in camion fino a Tripoli. David offrì le proprie braccia da muratore. I cantieri sarebbero stati il suo posto di lavoro e la sua casa: dove riposare con un occhio sempre aperto. Un anno e 4 mesi di lavoro, fino a racimolare i 1.200 euro per il grande balzo. «Sbarcato a Lampedusa mi dissi: “Mangia e dormi senza paura”».

Dalla richiesta d'asilo al carcere

Sull'isola, rimase dieci giorni, prima di essere inviato a Bari. Qui, le pratiche per l'identificazione si conclusero con la prima delusione. «Mi diedero 15 giorni per lasciare l'Italia: non avevo i requisiti per l'asilo». Grazie a un avvocato, gli fu rilasciato un permesso di soggiorno di tre mesi e poi di altri sei. «Ma rimanevo lì inerte, pieno di vergogna». Allo spaccio David arrivò dopo aver accettato l'invito di alcuni connazionali a trasferirsi a Treviso: i documenti gli erano stati rifiutati, non aveva più niente da aspettare. Per un paio di settimane, l'ospitalità (quattro in una stanza) fu gratuita. Una notte anche da parte dello Stato, quando venne trovato per strada nonostante il decreto di espulsione a suo carico. «Poi, mi stancai di pescare i soldi dalle mani degli amici». Così, David cominciò a cercarli tra la gente, chiedendo l'elemosina nella zona dell'ospedale di Piove di Sacco. Andò avanti per quasi due anni, fino a quando un agente in una retata non gli allungò una sberla. «”Vai a fare quello che fanno gli altri, anziché rompere ai passanti” mi disse». Poco dopo, David prese a spacciare in stazione a Treviso. «Quanti tossicomani - racconta -. Mai più lo avrei immaginato. Incontravo persone di ogni età, di ogni livello sociale. Potevano arrivare con bici arrugginite o macchinoni costosi. Professionisti con al seguito l'amante poco più che bambina o anziani soli o ragazzi dalla faccia pulita. Non saremmo così tanti in strada, se non ci fosse tanta richiesta». David si sentì avanzare anche proposte di sesso in cambio della droga da parte di donne che non potevano o non volevano pagare. «Accade anche questo, e spesso. Ma io non ho mai acconsentito». In quel periodo, il pusher girava con la dose in bocca, pronto a inghiottirla alla vista di una qualche divisa. «Cinque o sei volte ci fui costretto. Con il terrore che mi si aprisse nello stomaco». Il periodo si chiuse con un blitz della polizia. «Non mi trovarono droga indosso, ma nell'estate del 2011 fui arrestato e condannato a due anni e mezzo». David evitò di cacciarsi nei guai dietro le sbarre. «Anzi, lavorai. Così, dopo due anni e 4 giorni fui scarcerato. E così, nell'agosto del 2013 venni a Parma, dove mi attendeva un connazionale ex compagno di cella. Per un paio di settimane, dormii da lui: in cucina, quando veniva la sua fidanzata. Ora pago 350 euro per una stanza a un altro nigeriano».

L'«erba» di via Trento

I mille euro guadagnati in carcere, facendo le pulizie, finirono in tre mesi. «Senza documenti non avevo scelta: tornai a spacciare. Questa volta marijuana. Di cocaina non voglio più sentir parlare: rovina le vite. Mentre l'erba la fumo anch'io». Tranne un altro arresto sempre per il permesso mancante, David non è più finito in manette. Ma una gabbia attorno ce l'ha. «Io vado a caccia di clienti, ma so bene che la polizia è a caccia di quelli come me. Non puoi permetterti di distrarti in strada: per certi versi, ti senti sempre in fuga». Per quanto possibile, il 32enne migrante è cauto: si accontenta di chi incontra per strada, evitando di usare il telefono. «In genere, i clienti sanno dove venirmi a cercare - spiega -. Oppure, sono io ad avvicinare chi si ferma in auto lungo via Trento o lungo le laterali. Anche tra i consumatori parmigiani c'è gente di tutti i tipi: lo si capisce alla prima occhiata, perché tempo per parlare non ce n'è molto. Ci si accorda in fretta. Vado a recuperare la droga dal nascondiglio nel quale non metto più di 10-15 grammi alla volta. L'altro spesso non deve nemmeno scendere dall'auto: gli passo attraverso il finestrino quanto mi ha chiesto. Può essere una quantità di marijuana dai 5 ai 20 euro, ma c'è chi me ne chiede anche per soli due euro, giusto per poter fare due tiri. A usare erba sono un po' tutti. Mi è capitato di cederne perfino a una giovane madre con un bimbo sul passeggino. Anche gli immigrati fumano molto. Su 100 nigeriani, 90 fanno uso di marijuana: nel nostro Paese è normalissimo, mentre per chi maneggia altre droghe le pene sono molto severe».

«Voglio una vita diversa»

La paura si limita ai blitz delle forze dell'ordine. Eventuali concorrenti, David non li teme, così come non teme la lunga mano di un'organizzazione superiore che gestisca i traffici. «Tra noi nigeriani non ci sono dispute per il controllo delle zone di spaccio. Anzi, ci aiutiamo». E il guadagno di un pusher? «In un giorno puoi anche avere 50 clienti. A volte fai poco o niente». Niente cifre precise. Come ai tempi di Treviso, David tiene per sé un quinto dell'incasso. Almeno un migliaio di euro al mese, che possono anche raddoppiare. Ma che in passato non bastarono a evitare che la fidanzata conosciuta nel 2015 a Parma si vendesse per strada. «Era appena arrivata dalla Nigeria: la ospitavano i fratelli, ma era senza soldi, senza lavoro». David non volle sapere nemmeno dove si prostituisse. «Era troppo doloroso. Non facevo che piangere. Ora, ha smesso: la sua famiglia l'aiuta». Lei ha lasciato la strada. Lui vorrebbe fare altrettanto. «Non voglio spacciare più. Sono pronto a faticare. Non m'importa che il lavoro sia più duro e che mi faccia guadagnare di meno. Voglio sposarmi e avere dei bambini. Sono sulla strada da anni, ma non è quella che porta al mio vero futuro».

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