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«Le shopper a pagamento? Ennesimo balzello»

04 gennaio 2018, 06:03

«Le shopper a pagamento? Ennesimo balzello»

Monica Tiezzi

Fra le poche certezze c'è che si tratta - nell'opinione comune - dell'ennesimo balzello. Da sopportare come i tanti rincari di inizio anno. Ma sull'applicazione della legge 123 del 3 agosto 2017, che dal primo gennaio prevede il pagamento dei sacchetti ultraleggeri per contenere gli alimenti sfusi (nei supermercati frutta e verdura), un po' di confusione ancora c'è. Così capita che, mentre un supermercato cittadino accetti alla cassa tre kiwi senza sacchetto, ma regolarmente pesati e con l'etichetta appiccicata su uno dei tre frutti, in un altro, a pochi chilometri di distanza, si venga informati che non sono ammessi frutta e verdura senza il sacchetto.

Diversi anche i costi del sacchettino, per legge biodegradabile almeno per il 40%: da uno a due centesimi.

Chiare le indicazioni in quasi tutti i punti vendita, che specificano che non possono essere usati sacchetti «al di fuori di quelli messi a disposizione dal negozio» o «imballi di proprietà del cliente». Spiegazioni che non chiariscono però il quesito fondamentale: si può evitare di usare il sacchettino?

«Per noi, per ora, vale la regola che, se il prodotto lo consente, il cliente può presentare alla cassa il prodotto sfuso» spiega uno dei responsabili del punto vendita Conad di via Giovenale. «Ovviamente non è possibile portarsi via senza imballo un cachi, un cesto di insalata, un grappolo d'uva o un pesce. Ma per il resto vale il buonsenso» aggiunge un'addetta del reparto ortofrutta dello stesso negozio. E se al momento di pagare l'addetta alla cassa è perplessa davanti ai tre kiwi che abbiamo regolarmente pesato e «contrassegnato» con l'etichetta adesiva, basta una telefonata in amministrazione per chiarire il dubbio e dare il via libera all'acquisto.

Diverse le regole, ad esempio, all'Ipercoop dell'Eurosia. «Non mi risulta che si possano portar via frutta o verdura senza sacchetto, almeno fino a nuova comunicazione - dice un'addetta del reparto - Una regola di buon senso e di igiene: non è il massimo mangiare prodotti venuti in contatto con l'inchiostro e l'adesivo delle etichette».

Su un punto i negozi sono fermi: vietato mettere nello stesso sacchetto prodotti diversi, sia pure ciascuno pesato ed «etichettato», per evitare di pagare troppi shopper.

In attesa che le norme vengano chiarite e magari uniformate, restano i mugugni dei clienti.

«È una cretinata, l'ennesima batosta sulla povera gente. Le sembra poco un centesimo? Pensi a quanti prodotti compriamo e vedrà che a fine anno è una bella cifra» sentenzia senza pietà Adriana, impegnata a imbustare arance.

In effetti i numeri sono da capogiro. Un supermercato di medie dimensioni consuma mediamente circa 40 mila bustine al mese. Una grande farmacia del centro storico ne consegnava, prima che diventassero a pagamento, in media cento al giorno: «Nei primi due giorni dell'anno siamo già scesi a settanta», fa notare il direttore della farmacia. «Io ho chiesto un'alternativa» dice ad esempio Gabriele, mostrando scatoline di medicinali trattenute da un elastico verde.

E almeno a questo, a sensibilizzare i consumatori sullo spreco di risorse inquinanti, la legge sembra già funzionare.

«L'idea del biodegradabile è buona, ma due centesimi sono tanti - dice Roberta, cliente dell'Ipercoop Eurosia -. Si potrebbe fare una convenzione con il Comune, abbassando o azzerando i prezzi delle bustine e riutilizzandole per la raccolta dell'umido», suggerisce.

Per la maggioranza degli intervistati comunque le ragioni del portafoglio prevalgono sullo spirito ecologista. «

Assurdo e sbagliato. Praticamente paghiamo il sacchetto due volte: una al supermercato, che comunque già prima doveva rientrare sui costi, e una allo Stato» dicono Maria e Renato, marito e moglie. «È una regola che non mi piace. Ma lamentarsi è inutile. Ci abitueremo» dice Dana, ucraina.

E accanto a chi contesta il bio shopper obbligatorio, c'è anche chi cade dalle nuvole: «Ma perchè, ora li paghiamo chi bagaj lì? - dicono Adelia e Gino, indicando sbigottiti i rotoloni di shopper dell'ortofrutta dell'Ipercoop - Roba da màt, fra un po' bisognerà pagare anche l'aria».

COMMERCIANTI E CONSUMATORI CONTRARI

Ascom e Confconsumatori bocciano il nuovo provvedimento che fa pagare ai clienti i sacchetti utilizzati per contenere frutta e verdura.

I dettaglianti alimentari di Ascom sono convinti che la nuova legge «si trasformerà in un boomerang sia per i consumatori che per l'ambiente».

Per Confconsumatori «il provvedimento non doveva toccare i clienti».

Aldo Sartini, presidente della Fida provinciale (Federazione italiana dettaglio alimentare) aderente all'Ascom, è chiaro: «La soluzione adottata avrà effetti ben diversi da quelli delle norme sugli shopper (borse ndr) - spiega - perché in quel caso il consumatore aveva un'alternativa che consisteva nell'acquisto di shopper riutilizzabili. In questo caso, invece, il riutilizzo non è possibile perché gli alimenti freschi rischierebbero di contaminarsi a contatto con sacchetti riutilizzati, indipendentemente dal materiale con cui sono stati prodotti». «Se l'obiettivo – continua - è quello di favorire un comportamento più sostenibile per l'ambiente, lo strumento dunque non sembra assolutamente adeguato, anche perché il consumatore sarà posto di fronte ad un ulteriore esborso, peraltro non assorbibile, o assorbibile in parte dal commerciante, che dovrà esporlo sullo scontrino pena una sanzione da 2500 a 100.000 euro. Per una volta quindi i commercianti e i consumatori sono dalla stessa parte della barricata dovendo subire entrambi costi aggiuntivi». Non solo. «Il rischio è che nei punti vendita di maggiori dimensioni – sottolinea - per i negozi più piccoli il pericolo sembra meno preoccupante per l'uso abbastanza sistematico dei sacchetti di carta, lo sfuso venga gradualmente sostituito col confezionato e in questo caso si avrà l'effetto contrario a quello ricercato dal legislatore europeo perché aumenteranno gli imballaggi più inquinanti. Sarebbe stata utile una proroga, che Fida nazionale aveva da tempo richiesto».

Per Mara Colla, presidente nazionale di Confconsumatori, «la cosa migliore sarebbe stata quella di caricare il costo sugli esercenti come avveniva in precedenza». «Nel momento in cui si deve modificare la composizione sacchetti e non se ne può fare a meno – continua Mara Colla - bisogna prevedere una norma in cui l'esercente si preoccupa di cambiare il materiale senza far ricadere i costi sui consumatori». Non solo. «Questo costo non è previsto nel provvedimento dell'Europa a cui ci si è dovuti adeguare – aggiunge - Nessun paese Ue ha fatto gravare il costo sui consumatori». La direttiva prevede che se l'esercente non fa pagare il sacchetto al cliente, il costo dell'imballaggio non può essere assorbito nel prezzo del servizio. «Ma un sacchetto è un imballaggio? – si domanda Mara Colla – Penso che questa presunta impossibilità di far pagare i gestori possa essere superabile. L'obiettivo deve essere quello di far pagare il sacchetto nel servizio senza toccare i consumatori. Si tratta di una regola illogica». Luca Molinari

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